lunedì 25 maggio 2009

Replica a Di Bella di SiciliaInformazioni sulla "Corona di Sicilia" e sua risposta



Replica all'articolo "Nascita, metamorfosi e morte della Corona di Sicilia" di Giuseppe Di Bella apparso su www.siciliainformazioni.com e sua risposta via mail.

Nel leggere la lettera dell'autore, ho apprezzato lo sforzo compiuto, perchè quando si tratta della nostra storia fa sempre piacere leggerla, ma considero la conclusione dell'articolo troppo semplicistica rispetto ai ragionamenti effettuati dall'autore nel suo pezzo.

Di Bella infatti scrive: "Dopo sette Secoli, con la legge del 1816 viene dunque soppressa la Corona di Sicilia che cinse il capo di Ruggero II"
Affermazione che considero errata, anche perchè è proprio l'autore a scrivere che Ferdinando di Borbone si ispirò, nel creare la nuova forma istituzionale del Regno delle Due Sicilie, alle dinastia di Ruggero, di cui il Borbone non dimentichiamolo, era e si considerava con orgoglio legittimo discendente.

Da qui la volontà di ricreare l'antico Regno che fu dei Normanni, la cui storia nel corso dei secoli aveva portato la capitale a Napoli, città più grande delle Due Sicilie.

La volontà di ricreare l'antico stato del Mezzogiorno d'Italia e di affermarne la
continuità è presente anche nello stemma della bandiera del Regno delle Due Sicilie, in cui sono presenti gli emblemi di tutte le dinastie che hanno regnato nei secoli passati, compresi quelli aragonesi/angioini.

E' errato pensare che dal punto di vista giuridico nel 1816 sia stato soppresso un Regno, sopratutto se consideriamo che gli stessi sostenitori di questa tesi contestano in ogni modo la legittimità della decisione del Papa Clemente V che nel 1268 aveva assegnato, come scrive peraltro l'autore - in maniera legittima -la corona di Sicilia agli angioini.

Il naturale sviluppo delle tesi del Di Bella porterebbe all'affermazione incontestabile che la dinastia aragonese è illegittima ed i Vespri Siciliani andrebbero da condannare, inoltre gli eventuali regnanti di oggi dovrebbero
essere legittimamente i discendenti di Carlo d'Angiò mentre la capitale del Regno (adesso si, di Sicilia e non delle Due Sicilie) dovrebbe essere (sempre)Napoli.

Il nome "Due Sicilie", andò a risolvere pacificamente la disputa tra Angioini ed
Aragonesi e nel frattempo rispettava la specificità dell'Isola di Sicilia rispetto al Sud continentale.

In ogni caso fare un processo alle dinastie che si susseguirono per 9 secoli di storia appare inutile perchè è impossibile oggi stabilire con certezza chi avesse più diritto o meno rispetto agli altri, quel che è certo e su
cui si dovrebbe ragionare è che la nazione dell'Italia meridionale(si chiami Regno di Sicilia, Regno delle Due Sicilie, Regno di Trinacria o Eureka) nasce unita e lo rimane per parecchi secoli (insieme perfino sotto i domini stranieri ed insieme oggi nella Repubblica Italiana) se escludiamo il periodo angioino e quello breve dei Savoja agli inizi del '700.

Spiace invece che l'autore, abbia dimenticato di approfondire un evento importantissimo per la nostra storia: nel 1734 per la prima volta dai tempi degli aragonesi, un re, Carlo di Borbone, pur se proveniente dalle Spagne diventa Re delle Due Sicilie, ma stavolta porta il proprio trono all'interno del Regno e non più a Vienna o a Madrid.

Per la prima volta dunque, grazie alla dinastia borbonica, le Due Sicilie riconquistano l'indipendenza dallo straniero.

Nel 1816 non avviene altro, al contrario di ciò che invece erroneamente scrive l'autore, che la ricostituzione istituzionale e non solo territoriale del Regno che fu dei Normanni, non poteva che chiamarsi "delle Due Sicilie" per rispettare le specificità della nostra Isola, come ad esempio la facoltà di battere una moneta propria, un privilegio che nemmeno con uno statuto autonomo avanzatissimo come quello attuale della Regione Siciliana, si è mai riusciti a fare.

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Risposta di Giuseppe Di Bella - 25 maggio 2009

Caro Amico,Noto con grande piacere la vivacità culturale ed intellettuale che avvolge i temi della storia della nostra isola e del Regno di Sicilia.Non mi pare che le tesi esposte siano così distanti come possono sembrare a tutta prima. A mio parere il punto focale è la formazione del regno di trinacria ed il suo riconoscimento da parte della Santa Sede e degli Angioini stessi. Ovvero mentre si legittimano gli angioini, si fa altrettanto con gli aragonesi. L'accordo Tramonta subito perché viene disatteso dagli Aragonesi (e non solo) e quello che ne prende il posto è un altro Regno di Sicilia insulare. Poichè identifico nel Parlamento e nella Legatio gli estremi fondanti e qualificanti della corona, ritengo altresì che nel 1816, con la soprressione esplicita del Parlamento, nasca un diverso Regno. La questione della linea dinastica e di quale sia il vero erede del Regno (lo dico nell'articolo) non viene da me affrontata, ed è possibile che ripercorrendo alcuni avvenimenti si possa pervenire alla conclusione che sia l'uno o l'altro o persino ambedue. Non mi sento ancora in grado di affermarlo con certezza, perchè vorrei prima approfondire alcuni aspetti, per i quali avrei bisogno di documenti che si trovano a Roma e sopratutto in Spagna.Il carattere di continuità del Regno "nella diversità" non lo escludo. Ringrazio Lei e la Vostra Associazione per l'attenzione e spero di poter partecipare un giorno alle vostre iniziative di studio (purtroppo non abito in Sicilia).

Le invio i più cordiali saluti
Giuseppe Di Bella

3 commenti:

placido altimari ha detto...

note a margine

La continuità dinastica è opzione di garanzia della sovranità nazionale, ma non è LA sovranità nazionale.

L'invasione angioina trovò la resistenza di Manfredi, proseguì nella guerra del vespro, elaborò compromessi di real politic (pace di Caltabellotta), fino alla elaborazione psicologica della sconfitta. Fino cioè a recepire la giustificazione etno-geo-politica della divisione del Regno. La quale fu la semplice conseguenza di un atto di subita violenza.

L'unificazione delle due corone in quella di Alfonso il Magnanimo (1442) non considerò necessaria la riunificazione del Regno: la Spagna stessa era federazione di Regni. E Napoli e Sicilia erano Regni indipendenti a questa federati. (Una UE ante litteram).

La necessità di riunificare il Regno anche nella sua forma statuale (1816) è strettamente connessa alla formazione degli stati-nazione voluti e deliberati dal congresso di Vienna, ed imposti dalla evoluzione delle teorie mercantiliste e proto-capitaliste. Il riconoscimento internazionale dell'integrità territoriale del Regno sarebbe stata (e fu) garanzia di indipendenza. Né d'altronde l'unità formale fu pregiudizio delle autonomie locali: leggi diverse e distinta moneta permasero, come indenne la loro distinta dignità. (Sempre infatti i monarchi della dinastia Borbone si rivolse ai “propri popoli”, e mai “al mio popolo”).

Nel corso del IXI secolo, l'espansionismo britannico, per il monopolio degli zolfi ed il controllo del Mediterraneo necessario per il costruendo canale di Suez, si inventò dapprima l'indipendentismo siciliano, e poi l'unità italiana. (Non a caso i protagonisti del Regno indipendente (?) del 1848 sono gli stessi dell'unità italiana del 1860). Il costruito imbroglio produce ancora le proprie vittime! Come può ben riscontrarsi nei commenti che questo precedono.

Del nostro Regno (mono-siciliano, duo-partenosiciliano, trio-partenopugliesiciliano) si è persa la memoria. Ma non il mito. Che è componente necessaria -e presupposto giuridico- alla nostra indipendenza. Che non è semplice indipendenza statuale, come ci avvertono gli stati sovrani di mezzo mondo! Ma qualcosa di più, e di diverso: è indipendenza della persona. Nella sua distinta individualità, come nella coralità della comunità di cui è partecipe. Ma, come vi sarete accorti, questa è tutta un'altra storia. (o no?).

Una lode infine a chi ha provocato questo dibattito, con scienza e con coscienza, così da provocare l'impigrito uso dell'intelletto, e smuovere le stantie acque della dialettica. GRAZIE.

Placido Altimari www.officina667.net

PS la corona di Sicilia morirà con l'ultimo siciliano.

COMITATO SICILIANO ha detto...

Ciao Placido,

il tuo intervento è basato su un legittimo ragionamento, ma va a cozzare con la legittimità dell'indipendenza delle nostre terre.
Se le Due Sicilie furono (formalmente) due regni indipendenti, dal periodo aragonesi in avanti, c'è da dire che ad ogni di cambio di dinastia, lo stesso Re governava sulle Due Sicilie.

La spartizione delle Due Sicilie fatta da Alfonso?Forse fu la prima azione clientelare che si fece dalle nostre parti, visto che Alfonso D'Aragona, per accontentare i suoi due figli gli diede ad uno il regno di Napoli e all'altro il Regno di Sicilia(ma sempre in famiglia era ;-) )

Inoltre più che regni federati a Madrid, stile UE, diciamo pure che Napoli e Sicilia, erano al tempo delle colonie.Sappiamo bene il prelievo fiscale esorbitante del periodo spagnolo.
In quel caso l'indipendenza statuaria del regno non coincideva con l'indipenza fisica: Napoli e Sicilia furono sempre assoggettate a spagnoli ed austriaci.La parola "vicerè" non inganna.

Un'altra cosa che sfugge ai più è questa: se ci fai caso le uniche volte in cui un sovrano ha posto il suo trono all'interno delle Due Sicilie, le Due Sicilie erano unite in una sola nazione, fisica e politica.

Dopo il 1861, Napoli e Sicilia si sono trovati in una situazione simile a quella del periodo spagnolo.Unite nella stessa nazione, ma di fatto colonia di questa.

Il problema è questo: se decidiamo di epurare il periodo normanno/svevo e facciamo partire dal periodo aragonese la vera nascita del Regno di Sicilia(che non so per quale motivo molti fanno iniziare con la separazione da Napoli..) daremmo ragione e giustificazione a chi dice che la Sicilia è stata da sempre sottomessa allo straniero ed in effetti così fu fino al 1734, quando Carlo di Borbone riporta il trono delle Due Sicilie all'interno della nazione.

placido altimari ha detto...

1) la sottomissione allo straniero è una favola risorgimentale, così come lo è l'indipendenza avulsa dal contesto delle relazioni internazionali;
2) il Regno proclamato da Ruggero II è la manifestazione giuridica “moderna” di una realtà sociale, politica ed economica plurimillenaria che elabora le proprie forme di amministrazione. Tale elaborazione non ha fine: mutano le forme, ma immutata rimane la ragione che queste forme crea (o subisce);
3) la continuità del Regno è confermata -e non già contraddetta- dalla rapida estinzione dei conquistatori angioini. I Trastamara (di cui Alfonso era parte) semplicemente non considerarono necessaria la sua formale riunificazione. Come non la considerarono in Spagna allorquando unirono sotto la loro corona i sempre-distinti regni di Leon e Castiglia;
4) circa la pressione fiscale di quella che Alfonso considerava una “federazione mediterranea”... va detto che che era comunque soggetta a contrattazione con la “Deputazione del Regno” (e sottolineo, se ancora ci fosse necessità, “Regno”), e quindi del Parlamento siciliano che rappresentava, a cui era riconosciuta tutta la dignità inerente all'autogoverno siciliano.
5) L'istituto del viceré -in tutto simile al prefetto quale organo decentrato del governo (federale?) potrebbe ricondursi a quella spontanea limitazione di sovranità implicita in ogni cogestione plurinazionale (art. 11 cost. it.)?
6) dal 1861 siamo stato unitario: forse che questo salvi dalla colonizzazione? Prima nel 1816 eravamo regni separati: forse che questo impedisse l'unità (solidarietà e eguaglianza) dei nostri popoli?

Ma tutto ciò è secondario. Se non fosse in gioco il significato stesso di “indipendenza” (da cosa?) e di stato-nazione. Sulle le nostre spalle gravano secoli di bugie, la cui rimozione pretenderebbe l'uso di strumenti semantici di esplorazione e denuncia indenni dalla contaminazione da queste profuse: purtroppo non ci sono ancora. Ed è per questo che non ci si capisce manku in'thra nuauthri.
Ringrazio Davide ed il Comitato perché rendono possibile la dialettica che sola potrà costruire tali strumenti.

Placido Altimari www.officina667.net