lunedì 14 dicembre 2009

Buttatelo giù!



Sembra la parola d'ordine che, dall'inizio di questa estate a questa parte, rimbomba da ogni dove e sui mezzi di informazione mainstream, i quali hanno fatto da cassa di risonanza al dissenso politico organizzato e non, nei confronti dell'attuale governo.

Nell'ultimo editoriale avevamo dato un'anticipazione ("La prossima Tangentopoli? Partirà da via D'Amelio", non a caso giusto in questi giorni un pentito di nome Spatuzza accusa Berlusconi di aver collaborato con la mafia e di essere il mandante delle stragi) di ciò che oggi sta succedendo.

Quanto segue, è un resoconto degli ultimi fatti, analizzati secondo il filo logico che da sempre lega le notizie riportate su questo sito, ovvero l'alleanza Berlusconi-Putin che tanto dispetto provoca all'asse anglo-americano.

Il caso Marrazzo

Dopo "Villa Certosa" e l'affare "Noemi Letizia", ecco che un altra tegola cade sul capo di Silvio: il Caso Marrazzo, in cui l'ex conduttore battagliero di "Mi manda Raitre", nel frattempo diventato presidente della regione Lazio per conto del PD, viene beccato in un video con un transessuale, poi ucciso in strane corcostanze, in una squallida casa della periferia romana.

Direte voi, ma che c'entra Berlusconi in tutto ciò?Per noi nulla, ma per Michele Santoro e Marco Travaglio della trasmissione Anno Zero, c'entra eccome se c'entra:

"Una puntata quella di Annozero di ieri sera in cui Michele Santoro non ha perso l'occasione per mettere sotto i riflettori il ruolo del premier Silvio Berlusconi nella vicenda. Cosa che ha provocato l'ira del ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, che ha diffuso una nota per stigmatizzare la trasmissione di Raidue"(1).

A pensarci bene però, quale miglior colpo per Berlusconi, sfruttare l'occasione per demolire la presunta superiorità morale con cui il PD da sempre si da un tono.
Eppure, ascoltando i TG e le programmazioni sul caso, ci è sembrato quasi di percepire un'associazione tra Berlusconi e l'omicidio del transessuale Brenda, dalla cui scena del crimine appare chiaro il messaggio: le hanno voluto tappare la bocca.

Ma era Brenda il vero l'obiettivo del killer?


Un omicidio di quella portata non viene certo eseguito da sprovveduti principanti, considerato gli attori e la posta in gioco (in questo caso la reputazione di un importante politico e di altri vip che frequentavano il trans)
Ci è sembrato strano che l'assassino non abbia distrutto il computer (limitandosi ad uccidere Brenda) che poteva contenere delle informazioni compromettenti, limitandosi a metterlo "ammollo" nella vasca da bagno.
Un "professionista" dovrebbe sapere che un pc messo "bagno maria" non perde i propri dati.
Esistono delle società informatiche che recuperano la memoria da un hard disk, anche se questo è stato formattato più volte e perfino da quelli guasti o distrutti.

E' possibile che l'assassino abbia un altro movente, ed abbia depistato facendo cadere l'attenzione degli investigatori sul contenuto del computer? La verità la sapremo quando ci diranno cosa c'era effettivamente su quel pc.

Il caso D'Addario

Qualcosa di simile era successo per l'affare D'Addario, un altro tegolone finito dritto in testa al presidente del Consiglio, nel quale il premier fu accusato dai media dell' organizzazione di festini , nella sede di Palazzo Grazioli a base di escort e belle accompagnatrici.

Così mentre ancora infuriavano le polemiche sul caso, qualcuno bruciò l'auto di Barbara Montereale, la modella amica della D'Addario con la quale si era recata Palazzo Grazioli e che rivelò ai giornalisti la tresca con Berlusconi.
Anche in questo caso la scena del crimine farebbe sembrare ad un tentativo di "cucitura della bocca" così come appare normale pensare a Berlusconi come il mandante.


La domanda è: Silvio si abbasserebbe a così tanto pur sapendo che il fatto sarebbe divenuto di dominio pubblico?Abbiamo i nostri dubbi, ma andiamo avanti.

Il caso Fini

Su "La prossima Tangentopoli? Partirà da via D'Amelio" del 9 ottobre 2009 avevamo parlato degli incontri londinesi più o meno segreti del Council of Foreign Relations di cui sono membri Gianfranco Fini e Leoluca Orlando (Italia dei Valori).
Come già spiegato il CFR è un organo sovranazionale di cui fanno parte i politici europei più in vista e dove spesso è stata decisa la politica interna ed esterna dei singoli stati europei, ma sempre in chiave filo-americana ed anti russa.

In particolare avevamo scritto:

"Fini, ormai rappresenta un'enclave dell'opposizione all'interno del PDL, ha deciso di eseguire quanto concordato all'interno del Council of Foreign Relations, a giudicare dai contrasti continui con Berlusconi. E' incredibile infatti come gli ideali di Fini siano passati in così poco tempo da destra a sinistra"

Proprio in questi giorni è arrivata la rottura che ha compromesso definitivamente i rapporti tra il presidente della Camera ed il Premieri: "Per me è fuori dal partito" tuona Berlusconi.
Infatti non c'è ormai questione affrontata da Berlusconi che non trovi opposizione da parte del Presidente della Camera, persino sull'affare dei processi al Premier, argomento su cui Berlusconi è suscettibilissimo.

L'affare D'Alema

Una volta "delfino" dei poteri forti, gli affetti su di lui si sono progressivamente raffreddati da quando si è fatto vedere in veste meridionalista ed in compagnia di Raffaele Lombardo, membro del centrodestra.
Che vi fossero intese tra lui e Berlusconi si capì quando, stranamente, Silvio dichiarò il suo appoggio a Massimo D'Alema come candidato al ministero degli esteri UE:

"C’è chi ne è talmente stupito da scrivere ai giornali per chiedere come mai Berlusconi appoggi in una sede internazionale un comunista (comunisti non sono mai «ex»), per giunta un comunista che già molte volte si è comportato in passato in modo contrario agli interessi dell’Italia" (2).

In quell'occasione su parecchi giornali apparvero ed in maniera amplificata le rimostranze di alcuni paesi Ue dell'Europa Orientale:

"I Paesi dell'Est europeo ex comunisti non vogliono un ex comunista come prossimo ministro degli Esteri dell'Unione europea. Lo ha detto Tombinski, ambasciatore della Polonia presso la Ue a Bruxelles, parlando dell'ipotesi della candidatura di Massimo D'Alema al posto di Alto rappre­sentante degli Affari esteri dell'Unione europea istituita dal Trattato di Lisbona"(3).

Ma la conferma che a Londra, D'alema non è più gradito la dà proprio il Financial Times:

“Ci sono alcune semplici ragioni per l’ascesa di D’Alema, nessuna delle quali ha buone ripercussioni sull’Unione europea”. Il Financial Times, con un editoriale firmato da Tony Barber, attacca l’ex presidente del Consiglio, le cui credenziali per diventare ministro degli Esteri dell’Unione europea non sarebbero all’altezza"(4).

Al posto di d'Alema è stata eletta un'inglese(Catherine Ashton).
Strano che l'Inghilterra, paese che non ha nemmeno adotatto l'Euro e che ancora vende in dollari il petrolio alla Borsa di Londra , diriga la politica estera europea...

Ma cosa spingerebbe D'Alema a cercare azzardose alleanze con il centrodestra?

Il passaggio di consegne tra il PD e l'IDV, nuovo cavallo di battaglia dei poteri forti anglo-americani in seno all'Ue - La dissoluzione del PD.

Il motivo potrebbe essere il progressivo spostamento dell'appoggio da parte delle lobby europeiste ed anglosassoni (scontente del comportamento filo-russo di Berlusconi e di quello del PD, che al contrario di quanto sembra è dilaniato da lotte intestine e soffre di una continua perdita di consensi) verso il partito di Di Pietro, il quale negli ultimi anni ha saputo catalizzare il voto di protesta contro il governo.

Dopo l'ingresso dell'IDV nel Council of Foreing Relations di Londra, dopo le numerose pubblicazioni ed interviste concesse all''ex magistrato sul Financial Times e non solo, il partito di Di Pietro ha assunto sempre più peso a livello internazionale tant'è che il partito è cresciuto tantissimo nelle ultime elezioni amministrative, portandosi ad un livello simile a quello della Lega.





Quanto scritto sopra, lo riassume il Financial Times in due righe:

"Non esiste alternativa - Berlusconi comanda perché non esiste un’alternativa forte, sentenzia Andrews. Al punto che riscuotono successi personaggi come Antonio Di Pietro, “che recentemente ha fatto pubblicare sulla stampa estera un avviso per chiedere agli stranieri che la democrazia italiana venga salvata"(5).

Fa eco Di Pietro:

''Ci voleva l'informazione straniera per aprire gli occhi a quella italiana rispetto ad un problema grave come quello della compatibilita' politica e morale del presidente del Consiglio a governare questo Paese''. Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro torna ad attaccare il capo del Governo, che definisce ''novello Nerone nostrano'' e a chiedere alle altre forze dell'opposizione di firmare la mozione di sfiducia proposta dall'Idv (Agenzia Iris, 27 maggio 2009)

L'appoggio internazionale che poco a poco viene a mancare al PD inizia a dare i primi effetti: il primo ad abbandonare il partito dei Democratici è stato Rutelli (un politico che ha parecchio seguito all'interno del movimento) per passare con Casini.
Dall'altro lato, sembrano esserci diversi membri del PD, che spingono verso l'IDV, appoggiandone la politica: un occasione per dividere "maschi" e "femmine"è stata la "Manifestazione Viola" organizzata dai dipietrini e che ha visto una partecipazione numerosissima di pubblico.



In quell'occasione il PD si spaccò in due pezzi, vi fù chi partecipò alla manifestazione come la Rosi Bindi e Franceschini, chi invece si rifiutò come l'attuale leader del PD, Bersani.

Questa scelta potrebbe significare che l'attuale segretario del PD, si è messo in testa di traghettare la parte più consistente del capitale politico del Partito Democratico, ormai in rotta, verso un'area centrista e dunque verso l'UDC, evitando quindi che Di Pietro si rafforzi ancora di più?
La gelosia nei confronti di Di Pietro, la rabbia per aver perso l'appoggio internazionale con il quale i politici del PD si erano fin troppo coccolati, avrebbero convinto Bersani a mettere il partito nelle mani di Casini piuttosto che cederlo al segretario dell'IDV.

Potrebbe esservi dunque un collegamento al tentativo di Beppe Grillo, noto per essere vicino all'Italia dei Valori, di candidarsi alla guida del Partito Democratico...
Se tutto ciò dovesse davvero accadere, Casini aumenterebbe parecchio il proprio peso politico, soprattutto agli occhi di Berlusconi ben contento di vedere la strada sbarrata al "nemico numero uno" Antonio Di Pietro, ma soprattutto verso chi lo appoggia.

(Saranno curiosi i risvolti che, con una situazione del genere, potrebbero esserci in Sicilia: li accenneremo nel prossimo editoriale)

A Londra hanno scelto il colore della prossima rivoluzione colorata: il viola

La rivoluzione viola, ufficialmente lanciata in Italia con la manifestazione organizzata dall'IDV, ha delle strane analogie con degli eventi organizzati in altri parti d'Europa e non solo:
Si veda la "rivoluzione arancione" messa in atto in Ucraina(2004), la "rivoluzione delle rose" in Georgia(2003), la "rivoluzione dei tulipani" in Kirghizistan(2005) , la recente "rivoluzione verde" in Iran senza contare quelle fallite in Mongolia, Bielorussia ecc.ecc. in cui vennero utilizzate tutte le colorazioni passando dal giallo al verde e così via.In Iraq ad esempio, come in Italia, fu utilizzato il viola.

Tutti i governi nati da tali "rivoluzioni" hanno "aperto" verso occidente e privatizzato le proprie risorse pubbliche, inoltre hanno ricevuto parecchi prestiti dal Fondo Monetario Internazionale, segno questo che dietro le proteste di massa possa esserci la solita lobby politico-bancaria anglo-americana. Alcune fonti indicano nel banchiere George Soros, il principale autore delle rivolte(6).

Ma c'è davvero George Soros dietro "la rivoluzione viola" in Italia?Non ci credevamo fino a quando ci siamo ricordati che uno dei due principali finanziatori del Council of Foreign Relations(di cui, lo diciamo ancora, fanno parte l'IDV e Fini) è proprio il magnate bancario americano:

"ECFR is backed by the Soros Foundations Network"(7).



(Nel prossimo post: Un analisi sulla situazione siciliana e "strane alleanze" ma non troppo)


(1) http://www.diariodelweb.it/Articolo/Italia/?d=20091030&id=110778
(2)
http://www.ilgiornale.it/interni/perche_comunista__non_puo_far_paura_alleuropa/17-11-2009/articolo-id=399594-page=0-comments=1
(3)
http://www.corriere.it/politica/09_novembre_05/polonia-no-dalema_e24298fa-ca06-11de-9720-00144f02aabc.shtml
(4)
http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=998381
(5)
http://www.libero-news.it/pills/view/17327
(6)
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6556
(7)
http://ecfr.eu/content/about/

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mercoledì 9 dicembre 2009

Sfilata del reggimento Real Marina a Porto Empedocle



In occasione della cerimonia di elevazione a "Città" del comune di Porto Empedocle, si svolgerà una sfilata del Reggimento della Real Marina borbonica di Caltanissetta.

Sabato 12 dicembre la Città di Porto Empedocle festeggia l’ufficializzazione del Decreto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che le conferisce il titolo di Città. Per festeggiare l’evento è stata organizzata una parata storica con partenza alle ore 10 da piazza Cappadona.

Il corteo, che sarà aperto dal Reggimento della Real Marina Borbonica con tanto di armi d’epoca per ricordare i legami storici che legavano la “marina” con i Borboni, (furono infatti Carlo di Borbone, a trasformare per primo il Caricatore in un moderno porto commerciale e Ferdinando II di Borbone a decretare l’autonomia amministrativa) gli sbandieratori, la Banda Musicale “Bellini Riguccio” e delegazioni di scuole, cittadini e varie associazioni.

Il corteo percorrerà via Roma, addobbata con le coccarde tricolori, per giungere in piazza Kennedy dove intorno alle ore 11.00 si terrà la breve cerimonia di consegna del Decreto, da parte del Prefetto di Agrigento, Umberto Postiglione, al sindaco della città, Calogero Firetto.

L’evento verrà salutato da alcune salve di cannone a cura dell’Associazione Siciliana Tiro ad avancarica.

A seguire, sempre in piazza kennedy concerto della banda musicale ed esibizioni storiche e artistiche.
Per l’occasione il periodico d’informazione del Comune, “l’Empedoclino”, uscirà in edizione speciale sull’evento con commenti e testimonianze di vari personaggi empedoclini e non, a cominciare dallo scrittore empedoclino, Andrea Camilleri.


FONTE: http://www.agrigentoweb.it/porto-empedocle-diventa-citta_31981/

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martedì 24 novembre 2009

Sul Crocifisso ed il calendario


A sinistra i giacobini francesi piantano un pioppo come Albero della Libertà; a destra il risultato finale

di Salvatore Carreca
vicepresidente regionale Comitati Due Sicilie


“Togliete il Crocifisso dai luoghi pubblici!”: è questo il messaggio oggetto di discussioni e polemiche.
Nella nostra storia recente la prima volta che fu imposto di abolire i Crocifissi avvenne nel 1799 quando le armate della Francia “laica” e giacobina, guidate dal generale Championnet, invasero il Regno delle Due Sicilie. In tutti i paesi occupati i Crocifissi esposti nei luoghi pubblici vennero sostituiti con gli Alberi della Libertà detti anche “Alberi sacri della comune redenzione”.
Il passo successivo venne subito segnato da una delle prime disposizioni del governo di Napoli giacobino e filo-francese: la sostituzione del Calendario Cristiano con quello giacobino.
Ideato in Francia dall’Accademia delle Scienze, al fine di “dimostrare il livello di perfezione dell’astronomia francese” e per “sottrarre alle esigenze religiose di qualsiasi specie”, aveva come obiettivo quello di cancellare ogni riferimento al Cristianesimo, abolendo le Domeniche, tutte le festività sante e la conta degli anni dalla nascita di Cristo, partendo l’era nuova dal 22 settembre 1792, epoca della fondazione della Repubblica Francese.
I nomi dei 12 mesi, formati tutti da 30 giorni, vennero ispirati al clima di Parigi: Vendemmiale, Brumale e Frimale per l’autunno, Nevoso, Ventoso e Piovoso per l’inverno, Germile, Fiorile e Pratile per la primavera, Messidoro, Termidoro e Fruttidoro per l’estate. I cinque giorni complementari, per far tornare i conti, detti Sanculottidì erano consacrati alla festa del Genio, del Lavoro, delle Azioni, delle Ricompense e dell’Opinione. Il mese era diviso in tre decadi e, non esistendo più la Domenica, era previsto come giorno di riposo il decimo giorno.
Oggi, chi pretende che venga tolto il Crocifisso dai luoghi pubblici dovrebbe, per coerenza, proporre ed imporre con la stessa forza e determinazione l’adozione del calendario giacobino, molto laico e sicuramente non “offensivo” nei confronti dei Musulmani o di credenti di altre religioni. Coerenza vuole che gli stessi fautori della Libertà non festeggino più il Santo Natale, o la Santa Pasqua o altre ricorrenze cristiane e quindi neanche la Domenica, lavorando per 9 giorni di fila. Un primo problema nasce purtroppo per tutti coloro che, festeggiato la notte delle Zucche vuote di Halloween (10 Decadì Brumale), sarebbero costretti a recarsi al lavoro avendo improvvidamente trasformata la Festa di Ognissanti nell’ordinario 11 Primodì di Brumale.
Per risolvere dunque questi problemi i laicisti dovrebbero almeno riconoscere che è proprio il Crocifisso ad essere il simbolo laico per eccellenza dato che ci ricorda sempre: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”…. Ma ricordiamoci tutti che anche Cesare è di Dio…..

Salvatore Carreca
28 Ottavodì Brumale dell’anno 217 della Libertà (18 novembre 2009)

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lunedì 23 novembre 2009

Storia dei cannoni borbonici di Porto Empedocle

Anticipazione di un articolo che uscirà a breve su L'Empedoclino


Cannone navale da 12 libbre di costruzione svedese (1780-1795)


Porto Empedocle testimone di un passato glorioso non solamente circoscritto al suo territorio ma esteso a tutto il Regno delle due Sicilie, offre oggi una testimonianza della storia della sua Marineria con la realizzanda sede del Museo del Mare.

di Salvatore Carreca




P
regevoli pezzi di artiglieria non sono solo vestigia di un passato militare, rappresentano anche la testimonianza di una evoluzione che vide il Regno delle Due Sicilie, dalla sua dichiarazione a stato autonomo sotto Carlo di Borbone nel 1734, a nazione indipendente con una flotta mercantile prima in Italia, seconda in Europa dopo l´Inghilterra quarta nel mondo. Poco prima dell´Unità d´Italia, le Due Sicilie arrivarono a possedere i 4/5 di tutto il naviglio italiano, con 9.800 bastimenti, di cui un centinaio, incluse le unità militari, erano a vapore.

Porto Empedocle ricorda certamente che fu Carlo di Borbone, collaborato dal vescovo Gioeni, a fare trasformare il Caricatore in un moderno porto commerciale e a procedere al primo restauro della Torre Carlo V negli anni dal 1749 al 1757. La allora Marina di Girgenti, poi divenuta Comune autonomo grazie a Ferdinando II di Borbone, si aprì così al commercio internazionale.

Nella prima metà del Settecento le coste del Regno erano prive di adeguate difese e preda di facili incursioni dei pirati e dei turchi che, infestando tutto il Mediterraneo, attaccavano i navigli commerciali e effettuavano scorrerie all’interno delle coste, saccheggiando paesi e villaggi.
Le artiglierie navali rappresentarono quindi una eccezionale arma di difesa. Il diffondersi della pirateria indusse i governi di Spagna, Portogallo, Malta e delle Due Sicilie alla pianificazione di un’azione punitiva contro i corsari algerini.
Nel 1767, durante il regno di Ferdinando di Borbone, figlio di Carlo, la più importante fabbrica di armi era quella di Torre Annunziata nel napoletano; poiché la produzione non garantiva il fabbisogno di armamenti si dovette ricorrere all’acquisto di materiale bellico all’estero.
Uno dei cannoni oggi esposti, un cannone navale in ferro da 12 libbre, faceva parte di un lotto di pezzi commissionati dal governo di Napoli al regno di Svezia. Il particolare della cifra “GR”, iniziali di Gustavo Rex re di Svezia, indicano la provenienza dello stesso. Nel 1780 venne effettuata un primo ordine di 60 cannoni da 24 libbre, 168 da 12 e 144 da 8.
Ben presto, grazie allo sviluppo industriale, sociale ed economico, fortemente promosso dal sovrano, le artiglierie vennero prodotte nelle fonderie nazionali.


Carronate da 24 e 12 libbredi fine XVIII secolo, utilizzate dalla Marina del Regno delle Due Sicilie regnante Ferdinando III re di Sicilia (1759-1825)

I due esemplari di carronate esposte, da 24 e 12 libbre, furono probabilmente prodotti dalle industrie del Regno delle Due Sicilie. Il termine Carronata deriva dall’inglese Carronade che prende il nome dalla Carron Company of Falkirk, in Scozia, dove vennero prodotti i primi esemplari negli anni fra il 1759 e il 1779.



La carronata, grazie alle sue caratteristiche di leggerezza, dimensioni ridotte e minor numero di uomini addetti per il suo impiego, era particolarmente adatta alle tattiche di combattimento ravvicinato.

Con la prossima inaugurazione del Museo nella la Torre Carlo V, in cui è prevista una sala dedicata alle artiglierie pesanti, l’Amministrazione Comunale intende restituire alla cittadinanza un pezzo importante della storia nazionale.


Salvatore Carreca
Vicepresidente regionale
Comitati Due Sicilie

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sabato 24 ottobre 2009

Fu Garibaldi il primo a trattare con la Mafia


(Garibaldi e Mazzini con aureola in testa intenti a lavorar di compasso, stampa del'800)

Da sempre in Italia, i cassetti segreti si aprono per due motivi: quando è passato così tanto tempo da renderne il contenuto inoffensivo oppure per usare tali contenuti come arma contro l'avversario politico.
La recente riesumazione del "Papello" sembrerebbe portare verso la seconda ipotesi.

Secondo alcuni quotidiani la lista contenente una serie di richieste mafiose allo Stato, rappresenterebbe la prova di una trattativa intercorsa tra Stato e Mafia.
Ma nel '92 si verificò un caso isolato oppure in precedenza vi furono altre trattative con la criminalità organizzata?

Quando sui grandi quotidiani italiani è stato trattato l'argomento Garibaldi, per giustificare gli aspetti poco chiari e controversi dell'unificazione nazionale, si è scritto che: "visti i tempi erano necessarie misure urgenti" oppure "urgeva fare l'Italia ad ogni costo" ed ancora "a mali estremi, estremi rimedi"....
Insomma per i media nazionali, le cattive azioni di Garibaldi e Cavour sono da assolvere e giusticare.

Tra le "giustificazioni" ve ne sono alcune degne di nota che i Professoroni del Risorgimento mettono semplicisticamente e irresponsabilmente in secondo piano come ad esempio la liberazione coatta di tutti i criminali rinchiusi nelle carceri palermitane e napoletane senza distinzione di pena, in quanto "essendo imprigionati dai Borbone, erano per forza innocenti".

Ma la vicenda più torbida dell'Unità d'Italia, sui cui spesso storici e giornali conformisti hanno volutamente chiuso gli occhi, è stato quando le forze garibaldo-piemontesi, anziose di assicurarsi al più presto il controllo definitivo delle Due Sicilie, stipularono degli accordi con la criminalità siciliana a napoletana(che allora non era organizzata) concedendo ai vari capi bastone diversi posti nelle istituzioni.
Fu così che personaggi noti per le loro azioni criminali alla polizia borbonica divennero prefetti, capi della guardia nazionale, poliziotti, politici ecc.ecc. mentre criminali comuni assassinavano i dipendenti pubblici allo scopo di prenderne il posto.Completava il bel quadretto la classe politica piemontese faceva finta di non vedere, se non era direttamente implicata.

Quello fu il momento in cui la criminalità di istituzionalizzò, assumendo il carattere organizzato che oggi la denota.

Fatta questa lunga premessa, abbiamo immaginato per un'attimo cosa sarebbe successo se Falcone e Borsellino fossero vissuti ai tempi di Garibaldi e se il giornalista Alfano ed il generale Dalla Chiesa fossero stati assassinati quando Cavour era ancora vivo, sicuramente avremmo letto nelle pagine dei giornali dell'epoca frasi del tipo: "è normale se durante il processo unificatorio in corso non tutto fila liscio, soprattutto in questi primi anni in cui vi sarà un assestamento"

Ma un Falcone fu ucciso davvero dalla mafia nel 1893, si chiamava Emanuele Notarbartolo, già presidente del Banco di Sicilia e sindaco di Palermo, spese la sua carriera politica nella lotta alla corruzione.Fu ucciso con 27 coltellate dai mafiosi Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, su mandato pare del deputato colluso Raffaele Palizzolo. Tale omicidio venne considerato il primo delitto di mafia.
E' inutile aggiungere che sfogliando i più autorevoli giornali e testi sulla storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, questo importante delitto non viene mai citato se non, in alcuni casi, superficialmente.

Le trattative e gli accordi che all'epoca furono stipulati con la mafie, dunque oggi verrebbero definiti "necessari"; ma in realtà tutta questa faccenda è una dannata storia di interessi politici. E ciò è dimostrato dal fatto che la questione del Papello e della trattativa è stata tirata fuori soltanto adesso e non certo per fare finalmente chiarezza sui rapporti secolari tra la criminalità organizzata ed una parte dell'apparato statale.

Se i primi attacchi frutto delle nuove rivelazioni mafiose sono andati stranamente contro esponenti della sinistra (Mancino e Violante), oggi si leggono invece attacchi contro esponenti della destra (Dell'Utri e Berlusconi)
Un attacco (stranamente) bipartisan?

Per rispondere credo sia necessario cambiare domanda: A chi interessa spodestare sia la sinistra che la destra dalla Sicilia(e dunque dall'Italia)?

Una risposta efficace forse ce l'ha data Beppe Grillo che qualche giorno fa si è lasciato andare in una dichiarazione sensazionale nel suo articolo Smemorati di Mafia: "Basta con la commedia, la Sicilia si dichiari indipendente"

E chi ci legge sa a quale movimento politico oggi Grillo è vicinissimo.

PER APPROFONDIMENTI:

- Trattativa riservata - Il Consiglio dell'Abate Vella, 23 ottobre 2009


- La prossima Tangentopoli? Partirà da via D'Amelio - Comitato Due Sicilie/SICILIA, 9 ottobre 2009

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mercoledì 21 ottobre 2009

(VIDEO) II° Congresso Nazionale de Comitati delle Due Sicilie



Il tavolo della Presidenza: (da sinistra a destra) Mauro Giaquinto, Luigi Costantino, Giuseppe Vozza e Fiore Marro

II Congresso Nazionale
di Giuseppe Vozza
Caserta 15 ottobre 2009


Il II Congresso Nazionale dei Comitati delle Due Sicilie ha rappresentato un importante appuntamento ai fini dell’organizzazione, in quanto non solo ha visto la partecipazione di numerosi delegati provenienti da ogni parte della penisola, ma anche e soprattutto perché sono state rafforzate alcune linee programmatiche dell’Associazione.

Gli interventi sono stati caratterizzati da un lato nell’evidenziare i mali, cronici, e tutti scaturenti dalla cosiddetta “unità d’Italia”, e dall’altro da una improrogabile, oramai, ricerca di nuovi percorsi per innescare un processo virtuoso per riscattare l’intero Sud.

Infatti, non è più possibile limitarsi alle sole diagnosi, che sono del tutto insufficienti ed inefficienti, per quanto alcune volte possono anche assumere forme variopinte, a risolvere gli annosi problemi che attanagliano il Popolo Duosiciliano. Il compito del medico è di indicare la giusta e corretta terapia, non limitarsi alla sola diagnosi. Ed è questo che noi vogliamo e dobbiamo fare: indicare la giusta e corretta terapia per frenare la continua dissipazione del patrimonio culturale, storico, sociale ed economico del mondo e del popolo del Sud. Sono oramai quasi 150 anni che si sta assistendo a ciò con la subdola ricetta della damnatio memoriae. Occorre allora ritrovare in noi stessi la forza per frenare questa e dall’altro iniziare a percorrere nuove vie che possano e debbano riscattare la nostra Terra e noi tutti.

L'intervista del dopo congresso a Fiore Marro

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martedì 13 ottobre 2009

Storia, il Nord voleva una "Guantanamo" per la gente del Sud

(la Patagonia)

Segnaliamo dalla Gazzetta del Mezzogiorno questo importante studio sui campi di prigionia che i piemontesi tentarono di istituire nelle lande più desolate del globo.

Fortunatamente ciò non avvenne perchè trovarono modo di internare a Fenestrelle, nel vicino Piemonte, i fedelissimi del disciolto esercito borbonico.

di MARISA INGROSSO

Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».

Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».

Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».

Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.

Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.

Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».

È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».

«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».

Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.

MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.

A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».

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