domenica 14 giugno 2009

Garibaldi a Palermo, la liberazione dei detenuti e l'eliminazione dei filo-borbonici (Giuseppe Di Bella)



Ringraziamo Giuseppe di Bella, che ci ha gentilmente autorizzati alla pubblicazione del suo articolo.

I provvedimenti rintracciati tra le tante carte, "rovvisoriamente" archiviate da 30 anni, sono invero di grande interesse, non tanto per la storia degli avvenimenti nelle sue grandi linee generali, ma in quanto eccellenti esempi di come si è formata la storia d’Italia, anche quella documentale, e di quanto sia difficile leggerla oggettivamente.

Un esame critico degli atti che formano la storia italiana - e non solo-, particolarmente dall’impresa garibaldina in avanti, rivela una tendenza alla formazione di documenti artatamente confezionati allo scopo di presentare una visione parziale dei fatti, creando le premesse non tanto di una storia raccontata solo dalla voce dei vincitori, quanto di una storia che nasce alterata e faziosa già nella stessa formazione degli atti di Stato. A tratti, si ha l’impressione di una storia confezionata più per nascondere che per evidenziare i fatti.

Invero, avevo riesaminato questi materiali nell’ambito della preparazione del recente articolo sulla Corona dell’Isola, perché in uno di essi vi è un esplicito, quanto incredibile, richiamo alla supposta illegittimità della sovranità borbonica in Sicilia. Ma rileggendo i documenti, ho pensato utile pubblicarli in quanto tali, reputandoli validi elementi di riflessione sulla complessità delle questioni storiografiche e metodologiche, che riguardano in particolare le vicende dell’Isola.

Per quanto possibile, e con i limiti sopra ricordati, cercheremo una chiave di lettura binaria, per comprendere il loro significato palese e quello recondito, che appare ancor più rilevante.

L’Amnistia per i reati politici

Il primo documento riguarda l’Amnistia concessa nell’agosto del 1860 con un Decreto del pro Dittatore Depretis, nei confronti dei detenuti politici anti borbonici, che ora sono diventati eroi nazionali.

Passo direttamente al testo, lasciando al lettore il “piacere” di stupirsi ancora una volta, della potenza eversiva della realtà che le parole possono assumere, dell’ambiguità della natura umana e infine dei conseguenti percorsi vaghi e tortuosi della storia, che conosce un solo modo per comporre i conflitti, ovvero la forza, e un solo inchiostro per scrivere le sue pagine: il sangue degli sconfitti.

“In nome di sua maestà Vittorio Emanuele Re d'Italia:

Il pro Dittatore considerando che i fatti ritenuti come reati politici durante l'occupazione borbonica, anziché dar luogo ad azione penale, rendono gli autori di essi benemeriti dell'Italia comune madre;

Sulla proposta del segretario di Stato della Giustizia;

Udito il consiglio dei Segretari di Stato:

DECRETA

Art. 1 - Sono dichiarate nulle e come non avvenute tutte le condanne emesse sui fatti che durante la occupazione borbonica erano considerati come reati politici.

Gl’imputati o condannati per i fatti medesimi sono rientrati di pieno diritto nello esercizio dei diritti civili e politici.

Art. 2 - Il segretario di Stato della Giustizia e l'incaricato dell'esecuzione del presente decreto.

Palermo 21 agosto 1860

firmato il segretario di Stato della Giustizia

Vincenzo Errante

firmato il Pro Dittatore

Depretis

Poche intense parole e molte forzature, se non menzogne, sulla situazione di fatto e di diritto, a partire dall’intestazione: Il Regno d’Italia non è stato ancora proclamato - lo sarà sette mesi dopo -, e Depretis emette in Sicilia decreti in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia!

In realtà nell’agosto del 1860, Vittorio Emanuele era ancora “Re Eletto”, ma non certo dai siciliani, quanto dai modenesi, toscani e parmensi.

In linea di diritto, il decreto appare nullo per mancanza di legittimazione dell’autorità nel nome della quale si emanano le norme, che in quel momento era il Dittatore Giuseppe Garibaldi e nessun altro.

Dimentica Depretis che appena tre mesi prima nel maggio del 1860, il Primo Ministro del Re, il Conte di Cavour aveva definito, in Senato, i garibaldini come una banda di briganti, con i quali il Regno non aveva nulla da spartire, ma soprattutto gli “sfugge” che il Plebiscito non si è ancora tenuto (si svolgerà dal 21 ottobre al 4 novembre 1860).

Nel merito del provvedimento, nell’innalzare agli altari i detenuti politici in quanto tali, non si sente neanche il bisogno di esaminare le personali posizioni degli imputati o condannati, quanti e quali reati abbiano commesso (Si tenga conto che buona parte dei detenuti per delitti politici, appartenevano alla classe nobiliare o alla grande borghesia.). E’ sufficiente che il Governo borbonico li abbia arrestati o incriminati, perché ora essi siano da considerare dei benemeriti.

Quindi tutti indistintamente restituiti alla libertà non dal Dittatore, ma dal Pro Dittatore che agisce in nome di un Re che ancora non ha alcuna legittimazione giuridica, se non quella delle armi di quei “briganti” che gli regaleranno un Regno, pur disprezzati prima, durante e dopo, dal suo Segretario di Stato e pur a fronte della sua regale ingratitudine.

Ancor più sorprendente l’affermazione, che avrete già notato nel testo: “durante l’occupazione borbonica”.

Alcune considerazioni su questa affermazione sono necessarie. Risulta veramente difficile trovare giustificazioni e ancor più, valide motivazioni storiche e giuridiche a sostegno della tesi espressa nel Decreto.

I due Regni di Sicilia erano stati unificati 44 anni prima, nel nuovo Regno delle Due Sicilie, a seguito della decisione assunta dal Congresso di Vienna, di riconoscere e ristabilire Ferdinando quale Re delle Due Sicilie (rectius dei Due Regni di Sicilia). Non sussistono dubbi circa l’adesione dei Savoia alle decisioni congressuali.

Infatti secondo quanto stabilito dal Congresso, i Savoia rientrarono in possesso della parte continentale del Regno di Sardegna. Non solo, ma per effetto dell’art. 86 del Trattato, ottennero senza colpo ferire, e senza che venisse espresso alcun voto popolare, i territori della ricca Repubblica di Genova: "Gli stati che componevano la già Repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo alli stati di S. M. il Re di Sardegna, per essere come questi posseduti da esso in tutta la sovranità, proprietà ed eredità ...".

Quella espressa nel documento è una teoria storicamente insostenibile, priva di qualsiasi fondamento giuridico.

Si consideri inoltre che i Savoia, nella persona del regnante pro tempore Amedeo II, quale compenso per la loro partecipazione al grande conflitto europeo, provocato dalla problematica successione al trono di Spagna, con la pace di Utrecht del 1713, avevano ricevuto l’investitura di re di Sicilia (Isola) che avevano successivamente barattato con la Sardegna, cedendo l’Isola a Carlo VI d’Asburgo, che appunto dal 1720 oltre che re di Sicilia citra, diventa anche Re di Sicilia ultra.

Ed in tempi più recenti (1859), per dimostrare l’ambiguità dei Savoia e quanto sia surrettizia la tesi esposta, basterebbe citare la lettera indirizzata da Vittorio Emanuele al “caro” cugino Francesco II delle Due Sicilie, nella quale lo invitava a spartirsi con lui l’Italia, attraverso la creazione di due Stati, uno a Nord ed uno a Sud, accresciuti dei territori della Chiesa, da ridurre solo a Roma e Provincia.

Se Francesco avesse risposto di si, invece di continuare ad ignorare la questione nazionale italiana, pensando non riguardasse Lui ed il suo Regno, la storia d’Italia sarebbe stata molto diversa. Ed infatti lo stesso Vittorio Emanuele lo ammonì sul punto (una velata minaccia per Francesco: in realtà un ultimatum) preconizzando che se avesse lasciato passare “i mesi”, avrebbe sperimentato “l’amarezza di dover dire: troppo tardi”.

E’ vero che il perpetuare i diritti dinastici nei secoli, o la pretesa di questi, anche quando erano divenuti virtuali, era una regola. Riprendendo una questione insorta nell’ambito del precedente articolo, ovvero il fregiarsi impropriamente Ferdinando I delle due Sicilie, di essere re del nominale Regno di Gerusalemme, ribadiamo che quantunque non esistesse più quel regno da cinque secoli, egli lo rivendicava come i suoi avi, per diritto dinastico.

E lo rivendicavano anche i Savoia che se ne appropriarono in perpetuo, nel pur breve periodo (sette anni) in cui furono re di Sicilia.

Gli stessi Savoia, per quanto mi risulta, non hanno mai rinunciato al titolo di re d’Italia e neanche a quello di re di Cipro e Gerusalemme etc, etc...

Appare dunque legittima aspirazione dinastica, quella di rivendicare un Regno, anche per secoli, pur non attualmente esistente, almeno finché la storia non finisca.

Ma nel caso specifico, i Savoia nulla avevano da rivendicare e nessuna reversibilità storica potevano invocare, stante che il regno dell’Isola avevano ceduto con un trattato e che avevano sottoscritto gli accordi di Vienna.

Rimane un’unica ipotesi, ovvero che essi facessero riferimento al voto del Parlamento rivoluzionario siciliano del 1848, che aveva dichiarato decaduto Ferdinando e chiamato il Duca di Genova, Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia quale re eletto, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia. Ma questi rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l'esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza, ma in realtà per non ostacolare il già delineato cammino dell’unità nazionale italiana, da edificare sotto il regno del padre e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele II.

Di quale usurpazione dunque si accusano i Borbone?

Risulta evidente che essi vengono additati quali occupanti e quindi usurpatori della Corona dell’Isola, al fine di legittimare in qualche modo l’aggressione perpetrata dai Savoia, per il tramite di quelle che essi stessi avevano definito, ripudiandole, “bande garibaldine”.

Garibaldi si oppone alle vendette

Il secondo documento che esaminiamo è un Decreto a firma di Garibaldi Dittatore, in merito alle efferate violenze che si scatenano in Sicilia contro i filo borbonici.

Questo il testo:


“Italia e Vittorio Emanuele”

“Giuseppe Garibaldi comandante in capo le forze nazionali in Sicilia.

In virtù dei poteri a lui conferiti, sulla proposizione dei segretari di Stato della Sicurezza pubblica e della Giustizia:

Udito il consiglio dei segretari di Stato.

Considerato che gli eccessi e gli atti crudeli commessi a gara dagli agenti del potere borbonico, non autorizzano alcun privato a trarne da per sé stesso vendetta, ma solo a reclamarne dal Governo il meritato castigo, onde impedire che possano riprodursi delle scene di furor popolare, che riprovate sempre dal Governo dittatoriale, pur hanno avuto luogo negli irrefrenabili momenti della insurrezione

DECRETA:

Art. 1 - Ogni individuo che dalla pubblicazione della presente legge perseguiti, o ecciti con parole o scritti il popolo a perseguitare un cittadino qualunque, sotto pretesto che costui abbia patteggiato o dato opera colpevole in servizio del cessato Governo e dell'abborrita polizia, sarà perciò solo punito come reo di omicidio mancato. Sarà punito di morte ove in conseguenza del fatto suo il perseguitato sarà ucciso o gravemente percosso o ferito.

Art 2 - Chiunque sotto lo stesso pretesto avrà arrestato o fatto arrestare un cittadino senza ordine espresso di autorità che ne abbia il diritto, ove non si sia servito dell'eccitamento popolare, sarà punito con l'esilio perpetuo dallo Stato.

Art. 3 - La competenza di tali reati essendo delle Commissioni speciali, queste procederanno sempre in simili casi con rito subitaneo.

Art. 4 - Chiunque potrà portare a conoscenza dell'autorità i nomi di coloro che con modi colpevoli servirono il governo dispotico, onde per via del magistrato competente, fatta indagine degli atti che a costoro si imputano, e definito il carattere legale di essi, provveda in via di giustizia.

Art. 5 - Il Segretario di Stato della Giustizia e quello della Sicurezza pubblica sono incaricati per la più severa osservanza della presente legge.

Palermo 30 giugno 1860


Il Dittatore

firmato Giuseppe Garibaldi



Il documento conferma esplicitamente sia la violenza e la crudeltà dei torbidi seguiti all’invasione garibaldina, spesso negati o minimizzati, sia le vendette personali e politiche, nonché gli omicidi arbitrari, che vennero perpetrati in Sicilia contro funzionari e sostenitori dei Borbone e non solo.

Il decreto del Dittatore tende evidentemente a porre fine ai disordini e ricondurre nelle aule dei Tribunali (sia pur speciali e costituiti per amministrare una giustizia “politica”, difficilmente equanime), il giudizio su eventuali reati commessi prima dello sbarco.

Il documento rappresenta da una parte la positiva, e non troppo tempestiva, volontà del Dittatore di porre fine (il decreto è datato 30 Giugno, ovvero un mese dopo l’ingresso di Garibaldi a Palermo) agli episodi di “furor popolare”, e di contro l’immediata nomina delle “Commissioni speciali”, veri e propri tribunali politici speciali, attivati per mettere sotto inchiesta l’operato del deposto Governo Borbonico e dei suoi affiliati, e dunque procedere sostanzialmente all’epurazione dei lealisti, dall’alta amministrazione della cosa pubblica siciliana, per sostituirli con i funzionari Sardo Piemontesi.

Questa era l’eco silenziosa ed assordante, del grido “Italia e Vittorio Emanuele”.

Revisionismo e restituzione

I documenti analizzati ci confermano che se esaminiamo la storia non come cronologia di avvenimenti, ma come strumento e metodologia finalizzata alla rappresentazione di eventi interconnessi, sulla base di premesse e in relazione agli effetti da essi determinati, ci rendiamo conto che essa non è rappresentabile utilizzando solo due dimensioni, ma che necessita di una terza misura che ne determini il volume.

Non una linea vettoriale da percorrere, una serie di fatti da elencare, quanto una figura solida tridimensionale, formata dalla costruzione che di questi avvenimenti si è consolidata nel tempo.

Osservando da diverse angolazioni la storia, come cristallizzata in un certo tempo, ne riceviamo un’immagine parziale secondo la soggettiva percezione, che tende spesso a mutarne il significato, in relazione alla realtà contingente, piuttosto che ricercare i nessi teleologici con quella dell’epoca di riferimento.

A fronte di una cronologia degli avvenimenti condivisa e accettata come dato scientifico, si è formata una storia che è spesso conseguenza di interpretazioni parziali e decontestualizzate in modo involontario o strumentale.

Spesso è stato impropriamente additato come revisionismo, un processo ben diverso di rivalutazione e rivisitazione degli avvenimenti storici, determinato dalla disponibilità di nuove informazioni, ma soprattutto dalla loro (finalmente) più oggettiva e diversa valutazione, consentita da una lontananza dalle specifiche socio politiche pre esistenti.

Gli avvenimenti storici devono essere rigorosamente inquadrati nel relativo periodo, ma possono essere “rivisti” - vengono inevitabilmente e continuamente rivisti - alla luce di ulteriori conoscenze o di una diversa e sopravvenuta “libertà d’azione e di pensiero” che non deve in ogni caso decontestualizzare gli avvenimenti.

In particolare, relativamente all’impresa garibaldina, la riconsiderazione degli avvenimenti, la “revisione” storica, non scaturisce da “ulteriori conoscenze”, eventualmente da identificare nella scoperta di nuovi documenti o testimonianze relative alla cronologia dei fatti, che sono noti, quanto dalla sopravvenuta possibilità di una più obiettiva lettura, che una storiografia ufficiale “di Stato” ha finora impedito.

Quando gli avvenimenti vengono ripercorsi con un criterio oggettivo, ovvero chiarendo finalmente la portata dei fatti, come la cronaca li ha consegnati alla storia, non si è in presenza di revisionismo, bensì di un’autentica “restituzione storiografica”.

Non è certo revisionismo, ma un’operazione di doverosa rivisitazione oggettiva della storia, per lungo tempo impedita dalla ragion di Stato, dalla necessità di legittimazione dei Savoia e della nuova Italia unita: impedimento perpetuato nel dopo guerra, da una storiografia omologata alle ragioni del potere costituito e dunque sostanzialmente e acriticamente unionista.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti , una trattazione molto accurata e ricca di dettagli nuovi e che mi erano sconosciuti nonostante il mio fervido interessamento a questo periodo storico e allo squallore subentrato in seguito all'occupazione dei savoia, che avvvolse come una nube cupa l'ex regno delle sicilie. Una nube che ci avvinghia da troppo tempo e ci degrada al ruolo di "gente" con la quale non avere nulla a che spartire.
In realtà prima delle razzie ed ingiustizie che furono perpetuate la vera culla del progresso e della civiltà, cari signori, si trovava proprio in quelle terre dette "di briganti"....!!!!!!

COMITATO SICILIANO ha detto...

Gentile Signore, chissa quanti documenti e lettere giacciono ancora nelle stanze del dimenticatoio.
Senza dimenticare le carte che stanno rinchiuse, sotto guardia armata, all'archivio storico dell'esercito italiano a Roma.
A noi non ci hanno fatto entrare, ma cosa ci sarà dentro quegli archivi......

Anonimo ha detto...

L'Italia è una truffa!

Anonimo ha detto...

W IL REGNO DELLE DUE SICILIE
OGGI IL SUD STA PAGANDO
MA RISORGEREMO