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lunedì 19 ottobre 2015

Un affresco di Vito d'Anna su un altarino di Riposto (CT)

Foto di una scolaresca sotto l'affresco della Madonna del Rosario di Vito d'Anna
Riposto(CT) - Un affresco databile ai primi anni dell'epoca borbonica (1736-1744) attribuito al noto pittore palermitano.Vito D'Anna nacque a Palermo il 14 ottobre 1718, dove morì il 13 ottobre del 1769. Fu considerato l'erede del famoso Paolo Vasta, che lo accolse nella sua scuola pittorica di Acireale il 13 gennaio del 1736, dove rimase fino al 1744, quando ritornò temporaneamente a Palermo per poi trasferirsi a Roma.
Dipinse, col suo stile barocco, parecchi ed apprezzati affreschi nell'acese, così come nel palermitano, nell'agrigentino, nel ragusano e nel siracusano. Sua è una tela di Madonna col Bambino nel Convento dei Cappuccini di Linguaglossa(CT). Il figlio Alessandro, nato nel 1746 e morto intorno al 1815, dopo anni di attività nella bottega paterna, si trasferisce a Napoli insieme al fratello Olivo. I due artisti s'impegnarono col re Ferdinando a dipingere i costumi dei vari paesi del Regno, restando sempre alle dipendenze dei reali napoletani.
Vito d'Anna: Ritratto autobiografico
La scoperta dell'inedita opera è stata resa possibile grazie al rinvenimento di un documento ottocentesco, secondo il quale in una zona compresa tra Riposto ed Altarello, si trovava all'interno di un altarino, un affresco del d'Anna:
"...Presso a Riposto, nella via dell'Altarello, esiste di Vito un altarino ove pitturò la Vergine del Rosario col divin pargoletto in grembo, e s. Domenico e s. Caterina ai fianchi..."(1).
La conferma è recentemente arrivata da una foto in bianco e nero dell'altarino, oggi purtroppo non piu esistente in quanto demolito nel 1956 per l'allargamento della strada Riposto-Quartirello.Secondo Stefania de Luca, proprietaria della foto, l'edicola votiva era situata all'altezza del parco delle Kenzie.
Tale foto, come ha segnalato Ivan Leotta, è riportata anche sul libro "Quartareddu do Chiancuni" del Prof. Mario Giannetto, che dedicò qualche pagina all'edicola della Madonna del Rosario:
"Imboccando la via per "Quartareddu"[...]era stata costruita dagli abitanti del luogo, probabilmente nel secolo XVIII, un edicola votiva che sorgeva all'incrocio tra l'odierno Corso Europa e la strada n.28 Riposto-Quartirello.Essa era alta circa 4 metri, con volta ad arco, tetto piano sormontato da una croce in ferro battuto. Nella parete frontale dell'ampia nicchia era dipinta con pittura su intonaco una delicata Madonna del Rosario che portava in braccio il bambino ed al suo fianco, inginocchiata, una donna supplicante[...]L'Edicola rappresentava il limite fra il paese e la campagna, l'uscita e l'entrata da mezzogiorno dell'abitato di Riposto."
Dettaglio dell'affresco del d'Anna
La datazione al XVIII secolo, come riporta il Giannetto, corrisponde effettivamente al periodo in cui Vito d'Anna affrescò la cappella (tra il 1736 ed il 1744, periodo in cui il pittore soggiornò nella vicina Acireale) tuttavia ad un'attenta analisi dell'affresco si notano ai lati della Madonna  due presenze, e non una (...donna supplicante...): si tratta infatti di S.Domenico e S.Caterina, figure che per tradizione vengono sempre poste, supplicanti, ai lati della Madonna del Rosario, come riporta correttamente il documento ottocentesco e come appare in altre opere simili.
Nell'antico affresco si notano chiaramente le mani di due figure: S.Domenico e S.Caterina
Pare che l'affresco sia andato distrutto durante le operazioni di ricollocamento, secondo le testimonianze della madre di Stefania di Luca, che ne portò a casa un frammento, oggi perduto.
Inizialmente si era creduto che l'opera del d'Anna fosse all'interno di un altro altarino, che ha per oggetto la Madonna del Rosario, posto sulla strada tra Altarello e S.Leonardello, sempre nel comune di Riposto, ancora oggi esistente. Ma l'eccessiva lontananza dal centro di Riposto e la qualità dell'affresco non certo compatibile con la bravura del discepolo di Vasta, hanno fatto scartare questa ipotesi.
Altro altarino posto sulla strada n.17, tra Altarello e San Leonardello

(1) Giornale Arcadico di Scienze Lettere e Arti, Tip. delle Belle Arti, Roma, Mag-Giu 1860, Tomo XXI, p.241
Davide Cristaldi


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giovedì 8 settembre 2011

La stazione telegrafica borbonica del Forte di Capo Passero


Sezione della carta delle linee telegrafiche duosiciliane

Imbattendomi casualmente sul sito Fortedicapopassero.it curato dal Dr. Antonello Capodicasa e con il quale mi sono poi intrattenuto in una piacevole telefonata, ho notato che alla ricca descrizione storica del monumento manca la parte in cui esso ebbe la funzione di telegrafo ottico (1816-1861) durante il Regno delle Due Sicilie.

La stazione di Capo Passero, per la sua posizione strategica fu adibita alle "scoverte di mare" ovvero alla segnalazione descrittiva di tutti i navigli che passavano dal Capo oltre che alle comunicazioni con i legni della Real Marina.


Telegrafo ottico modello "Depillon" - foto Salvo Carreca

Il telegrafo di Capo Passero (modello Depillon a 3 braccia) era collegato visivamente
alla stazione posta al Lido di Noto (presso la Colonna Pizzuta, che dalla terrazza del Forte è certamente visibile) ed era fonte di messaggi per tutto il Regno delle Due Sicilie.

Il telegrafo del Forte, oltre ad essere ben segnato nella "Carta indicante le linee telegrafiche del Regno delle Due Sicilie - G.Arena - 1860" viene citato in altri documenti d'epoca come si evince dall'immagine successiva (1).




Davide Cristaldi


(1) Guida statistica su la Sicilia e sue isole adjacenti, F.Arancio, 1844, Palermo, pp.43

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martedì 24 maggio 2011

I vagoni della metropolitana catanese dedicati ai briganti borbonici



Si chiamano "Brigante" e "Donatello" e sono i due nuovi arrivati in casa Ferrovia Circumetnea, sezione metropolitana. I nomi sono stati scelti in onore del cosiddetto "banditismo sociale" e in particolare di Carmine Crocco, detto appunto Donatello, reazionario italiano filo borbonico, passato alla storia come il "Generale dei Briganti" o "Generalissimo".

Un storico bandito dalla fama non proprio edificante, ma che secondo l'azienda "tuttora per molti è considerato un eroe popolare". Il battesimo tenuto dal commissario Gaetano Tafuri (ex assessore al Bilancio della giunta Scapagnini) non è però passato inosservato.

Dice Salvatore Lupo, ordinario di Storia contemporanea all'Università di Palermo e autore del saggio "Il grande brigantaggio" inserito nel volume "Guerra e pace": "E' vero, Crocco era il più famoso in quel periodo postunitario. Ma attribuirgli motivazioni politiche mi sembra forzato. Era un tagliagole". Ma Tafuri non è d'accordo: "La storiografia è scritta dai vincitori.

Il banditismo è stato un movimento reazionario di fronte all'invasione del regno sabaudo, scialacquone e fortemente indebitato, che aveva bisogno di risanare le proprie casse" (di Rosa Maria Di Natale).

fonte: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/04/29/foto/i_vagoni_della_metropolitana_dedicati_ai_briganti_dell_800-15503406/1/

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venerdì 15 aprile 2011

Opere Pie borboniche: il Principe di Collereale


Giovanni Capece Minatoli, Principe di Collereale

Appartiene a una delle più antiche e nobili famiglie messinesi di origine napoletana, si avviò alla carriera militare, attingendone con rapidità i più alti gradi. Fu così coinvolto nei moti del 1821, nei quali assunse il comando delle forze borboniche e domò la rivoluzione; si meritò perciò la stima e la riconoscenza anche dei suoi avversari, tra i quali lo stesso G. Rosseroll , capo dei rivoluzionari, da lui sconfitto ma anche aiutato a fuggire.

Di lui ci ha lasciato il seguente ritratto G. La Farina, noto per i suoi sentimenti antiborbonici: ''Bello nella persona, piacevole ed arguto nel conversare, pronto a soccorrere gli infelici e a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie, di probità senza macchia, assoluto nei modi, e animoso sino all'audacia''.
Colpito da paralisi e martoriato da acerbi dolori, rammaricatasi pensando a coloro che, travagliati da simili malattie, vivono anche nell'indigenza e sono impossibilitati e procurarsi non solo i farmaci ma persino gli alimenti.

Era questo l'argomento delle sue conversazioni con gli amici che andavano a visitarlo.
Con testamento del 7 luglio 1825 egli perciò costituiva suoi eredi universali gli invalidi poveri, disponendo per essi la fondazione che da lui prende il nome.
Il 20 marzo, giorno della sua morte, venne aperto e pubblicato il suo testamentoolografo, steso due anni prima, nel quale i suoi sentimenti religiosi e filantropici trovarono concreta espressione. Con esso, infatti istituì suoi eredi universali ''li poveri di questa città (Messina) e suoi casali, che sono paralitici, stroppi, zoppi, e che hanno altro male, o vizio nell'organizzazione del corpo per cui non possono lavorare, o procacciarsi il pane, sino a quel numero che soffre il frutto annuale della mia eredità come infra si espressero per alimentarsi e vestirsi ad necessitatem''.

Il 23 gennaio 1828, appena un anno dalla morte del Principe, un vecchio convento rimesso a nuovo e ribattezzato PIO STABILIMENTO DEGLI STORPI aprì le sue porte per accogliere i primi 14 ospiti.

Segnalato da Rino Cascone di Catania
fonte: http://www.collereale.it/fondatore.html

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giovedì 14 aprile 2011

Le insorgenze borboniche a Pantelleria



Il 6 Giugno 1860 una speronara attracca dalle parti di Cuddie Rosse.
Solo un mese è trascorso dallo sbarco di Garibaldi a Marsala. A bordo vi sono tre filo-piemontesi e un tricolore.
Se dobbiamo credere che mille garibaldini conquistarono la Sicilia, possiamo credere egualmente che tre uomini e una bandiera conquistarono l’isola minore.
La verità, in Sicilia come a Pantelleria, è che la popolazione si spaccò in due, tra chi voleva l’annessione al Regno d’Italia e i “legittimisti” delle Due Sicilie.

La resa di Pantelleria venne contrattata con il governatore militare, un certo De Angelis, che accettò senza sparare una schioppettata, e tornandosene a Napoli con i suoi soldati, la costituzione di un Consiglio civico provvisorio alla cui testa venne posto Fortunato Ribera.
Il Ribera era esponente di una delle principali famiglie dell’isola, quest’ultima attraversata, probabilmente al pari di tutte le altre, da una frattura interna tra filo-piemontesi e filo-borbonici.

La frattura sfociò quasi subito in disordini incontrollati dei quali molti panteschi approfittarono per regolare conti personali. La giunta provvisoria resse per un paio di mesi senza riuscire a riportare l’ordine finché, il 17 Agosto, una delle tante schioppettate che rallegravano quei giorni uccise Fortunato Ribera.
Non si saprà mai chi fu a sparare, né se vi furono mandanti.
Tuttavia, il partito filo-piemontese, che trovò un nuovo leader nell’arciprete Giovanni D’Aietti, accusò del delitto i fratelli Michele, Giuseppe, Agostino e Giovanni Ribera, figli di Antonio fratello di Fortunato, e dunque nipoti dell’assassinato, nonché membri del partito filo-borbonico.
Non vi era uno straccio di prova nei confronti dei fratelli Ribera, ma le forze armate piemontesi, che nel frattempo erano sbarcate sull’isola, approfittarono dell’accusa per scatenare la repressione e liquidare la resistenza borbonica.
Così i fratelli Ribera finirono al bando, ma scamparono all’arresto rifugiandosi a Bugeber dove contavano sull’appoggio della popolazione locale e sulla vicinanza delle forre di Gelfiser, impervie e non più frequentate dai tempi delle crociate.
I rastrellamenti dei piemontesi sortirono qualche sparatoria e una sostanziale impotenza.
Nei mesi successivi ai fratelli Ribera si aggiunsero altri filo-borbonici panteschi, sufficienti per tenere sotto scacco le truppe piemontesi, ma non abbastanza per riprendere il controllo dell’isola. Così, i filo-borbonici decisero di espatriare a Malta, dove agiva un “Comitato borbonico” tollerato dagli inglesi e protetto dalla Chiesa (che con giusta lungimiranza vedeva di malocchio i piemontesi).

I filo-borbonici trascorsero a Malta alcuni mesi discutendo sul da farsi.
Tra i fratelli Ribera, che comandavano il gruppo, emersero due posizioni: una, caldeggiata da Michele, che era il maggiore dei fratelli, prevedeva l’espatrio in attesa di tempi migliori; l’altra, sbandierata da Giuseppe, prevedeva la riconquista immediata dell’isola alla causa borbonica.
Prevalse la tesi di Giuseppe e la famiglia si spaccò definitivamente: Michele e alcuni seguaci, rimasero a Malta; di essi si perderanno le tracce.
Il 30 Giugno 1862 i filo-borbonici, capeggiati da Giuseppe Ribera, effettuarono un contro sbarco a Pantelleria.
E’ difficile valutare la consistenza di questo corpo di spedizione armato.
Gli effettivi ammontavano probabilmente ad una ventina di persone, alcune delle quali abbracciarono la causa, non solo per ideali, ma anche per sottrarsi alla coscrizione militare imposta dai piemontesi, che era assai lunga e sconosciuta nel Regno delle Due Sicilie.
A questi occorre sommare numerosi fiancheggiatori, o irregolari, tra i panteschi parenti degli insorti e tra coloro che nel cambio di regime avevano perso qualcosa.
Si aggiunga che, nei due anni precedenti, si erano interrotti i collegamenti navali con il continente, con grave danno per l’economia locale e per la stessa annessione dell’isola al Regno d’Italia.
Insomma, tra le righe delle fonti si intuisce che buona parte della popolazione stava con gli insorti.

Il gruppo dei filo-borbonici spadroneggiò sull’isola per oltre un anno. In quei mesi furono presi di mira i principali membri del partito filo-piemontese, in particolare quelli della famiglia Maccotta.
Le azioni, che mieterono vittime, si svolsero anche in pieno giorno e nel centro del paese, dove gli insorti si spinsero al punto da affiggere bandi e ordinanze. Scampò, invece, ad un serio attentato Luigi Maccotta, che nelle vesti di sindaco, protetto dalle truppe savoiarde, capeggiava allora il partito filo-piemontese. Pantelleria era nel caos, divisa tra un capoluogo in mano ai filo-piemontesi e il resto dell’isola controllato dai filo-borbonici che, al pari di quelli che ormai controllavano ampie zone dell’Italia meridionale, si iniziava a definire“briganti”.
I piemontesi, tuttavia padroni dei gangli vitali dell’ex Regno delle Due Sicilie, reagirono e il 15 Agosto 1863 promulgarono la legge Pica che completava il decreto di stato d’assedio delle province meridionali (considerate “infette”) dell’anno prima.

La legge Pica definiva “brigante” chiunque fosse sorpreso armato in un gruppo di tre persone altrettanto armate.
I processi, demandati alla corte marziale, prevedevano pene severissime che andavano dai lavori forzati a vita, alla fucilazione o impiccagione. Nei processi, che non contemplavano appello, prevalse sempre la seconda ipotesi.
Nel caso di Pantelleria il governo usò il pugno duro.

Tramite il generale Govone, che con la libertà di fucilare a piacimento si occupava di reprimere la resistenza in Sicilia, i savoiardi spedirono a risolvere la questione il colonnello Eberhard, già avvezzo alle questioni di brigantaggio, con 500 militari piemontesi.
Eberhard, il cui nome ricorda una nota marca di orologi, affrontò la questione con puntiglio svizzero ma, inizialmente, con scarsi risultati. L’isola venne battuta palmo a palmo alla ricerca degli insorti, senza trovarli; questi, dal canto loro, continuavano le loro azioni di rappresaglia.
Eberhard, allora, istituì uno stato marziale che finì per rendere impossibile la vita ai panteschi: domicilio nel capoluogo, coprifuoco, controllo sugli spostamenti e soprattutto un pesante carico fiscale per mantenere le truppe di occupazione.
A cedere (forse per denaro) fu un pastore, Francesco Greco, che segnalò al colonnello il rifugio dei “briganti”, una grotta di scorrimento lavico profonda una cinquantina di metri, sita in cima alla Montagna Grande sul versante che guarda a Sud-Est.
Le truppe che la sera del 18 Settembre si mossero per porre l’assedio agli insorti, comprendevano 500 piemontesi regolari e 400 panteschi filo-piemontesi.
Gli uomini, divisi in tre squadre, raggiunsero la cima del monte il mattino seguente.
Vi fu una sparatoria tra gli assedianti e i filo-borbonici asserragliati nella grotta e ormai in trappola.
Le trattative di resa furono condotte dal colonnello in persona, che minacciò di affumicare la grotta con vapori di zolfo.
La resa venne ottenuta, sotto promessa di incolumità degli assediati.
Gli insorti furono incatenati e condotti in paese.
Per l’occasione Eberhard inscenò un sinistro corteo trionfale con tamburi rullanti e bandiere. Poi i prigionieri, dapprima rinchiusi nel Barbacane, furono trasferiti alla Colombaia di Trapani.
Da qui Giovanni e Agostino Ribera, ed altri insorti, evasero in modo rocambolesco; furono tutti ripresi, ad eccezione di Giovanni che riuscì a far perdere le sue tracce per sempre.
Alla sbarra della corte marziale si presentarono in quattordici e il 14 Giugno 1867 dieci di essi vennero condannati a morte e quattro ai lavori forzati (di cui tre a vita). La sentenza capitale venne eseguita per tre soli di essi, tra i quali Giuseppe e Agostino Ribera, che furono ghigliottinati il 2 Maggio 1868.
Ignoriamo la sorte degli altri condannati e di quelli che riuscirono a fuggire, ma non dubitiamo che fu poco felice.

2 Maggio 1868 Ci chiediamo, fra molti dubbi, se non sia questa la data in cui Pantelleria venne effettivamente annessa al Regno d’Italia; un regno il cui primo re, Vittorio Emanuele, si ostinerà a farsi chiamare “secondo”, come già nel suo piccolo regno torinese, quasi ad ammonire che l’Italia nasceva quale “cul de sac” del Piemonte. Invero, quel giorno, morirono alcuni panteschi che nessun festeggiamento ricorderà mai, perché si trovarono a combattere dalla parte sbagliata.
Marcella Labruna e Fabrizio Nicoletti.

fonte: http://coen.blogautore.repubblica.it/2011/03/17/lannessione-dei-panteschi/

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venerdì 11 marzo 2011

Messina 1858 - Un gigante tessile da 4000 operai



Nel 1858 si segnalava un altro grande stabilimento tessile, che produceva il triplo dei prodotti tessili dello stabilimento industriale Ainis, avverte la fonte, che viene più volte segnalato da molti osservatori.
Da quei riscontri, si assommavano numerosi dati economici che permettevano di calcolare il valore del prodotto terminato e la forza lavoro, prestata per realizzare il prodotto finito.

In quello stabilimento, si lavoravano 340000 chili di cotone grezzo, producendo circa 80000 pezze annue, dalla lunghezza cadauno di 24 metri. In oltre, si tesseva un tessuto, detto del traliccio, una specie di tricò, ed altri vari tessuti per i quali, si impiegarono 32000 chili di cotone annui. Era servito da 15 macchinari a vapore e ci lavoravano circa 4000 operai.

Alessandro Fumia
fonte: http://zancleweb.files.wordpress.com/2011/02/tessile.jpg?w=300&h=282

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martedì 11 gennaio 2011

Arriva la perizia: i cocci rinvenuti a cozzo telegrafo sono di epoca borbonica



Egr. dr. Cristaldi, come promesso, ho fatto datare da persona competente i due reperti rilevati a Cozzo Telegrafo. I cocci sono stati datati alla prima decade della seconda metà del 19° secolo, quindi coerenti con la presenza del Telegrafo ad aste.

La fattura è molto verosimilmente di fabbrica locale, così dice il sig. Giovanni Romeo di Augusta, che ha datato i cocci, anche e principalmente perché un suo antenato, nel periodo che ci interessa, gestiva ad Augustra una fabbrica di ceramiche. Il signor Romeo ricorda di avere, tra le sue "antiche cose", un vaso dell'epoca, con decorazione che ben si confronta con quella dei cocci che ci interessano, il quale porta la data di fabbricazione; appena potrò disporre di una foto, gliela invierò.

Le allego una foto dei due cocci.
Cordialità,
Italo Russo -Augusta(SR)

La relazione della spedizione al telegrafo di Augusta

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martedì 21 dicembre 2010

Augusta(SR) - Relazione del sopralluogo al telegrafo borbonico.



di Davide Cristaldi
Comitato Storico Siciliano

Quella del 19 dicembre è stata una giornata che ha messo un ulteriore tassello nella riscostruzione della storia borbonica siciliana.
Folto, interessato ed esigente il pubblico che ha partecipato alla spedizione di Cozzo Telegrafo, così come ho particolarmente apprezzato l'entusiasmo, la preparazione e la capacità di coinvolgimento di Ivan Alicata dell'associazione Natura Sicula e Luca di Giacomo dell'associazione Marilighea.

Fondamentale per il successo dell'iniziativa è stata la presenza dell'archeologo e storico locale Italo Russo, il primo ad aver trovato le fonti ed identificato i resti del telegrafo borbonico di Diavolodopera. Grazie a lui siamo entrati agevolmente nel sito ed abbiamo potuto ricostruire in maniera più che esaustiva quelle che furono le vicende storiche della stazione telegrafica.
Inaspettata quanto lieta la presenza di Carmelo Modica, uomo di provata fede borbonica che ho avuto modo di conoscere domenica quando si è unito alla nostra spedizione e con il quale spero si avvi presto una proficua collaborazione.

Da segnalare in Augusta la presenza dell'Associazione "Due Sicilie" guidata dal presidente Giacomo Casole, che ho avuto modo di conoscere sempre domenica, anche con la sua associazione mi auguro di poter organizzare presto qualcosa insieme.

Premessa storica

La zona in cui sorge il telegrafo ottico di Diavolodopera, altresì detto di "Diavolopri" o "Avolo d'Opra", è oggi conosciuto con il toponimo di "Cozzo Telegrafo" e si trova su un'altura tra Brucoli ed Agusta. La stazione telegrafica si trovava tra quella adiacente del fiume Simeto (Casa Portoghese) e quella del comune di Augusta (Terra Vecchia) Come appare nella legenda della cartina telegrafica del Regno delle Due Sicilie, "Diavolodopera" serviva anche per l'avvistamento e la segnalazione dei navigli che costeggiavano lo spazio di mare sottostante.
La data di costruzione esatta non la conosciamo, ma di certo risalente a qualche mese dopo il 1816, anno in cui fu costituito il Regno delle Due Sicilie ed istituito in Sicilia il sistema di comunicazione telegrafica ottica con il sistema Depillon (telegrafo a 3 braccia)

La spedizione

Partiti da Augusta abbiamo raggiunto Cozzo Telegrafo in 15 minuti circa. Questa montagnola, famosa per gli eventi bellici che la videro protagonista come importante caposaldo italo-tedesco per la difesa di Catania dall'esercito inglese guidato dal generale Montgomery, si presenta come un sistema irto di tunnel sotterranei, cunicoli, bunker, vasche per cannoni tutti costruiti durante la seconda guerra mondiale.
Giunti sulla sommità del cocuzzolo, il Sig. Russo ci ha mostrato il punto in cui sorgeva il telegrafo: abbiamo in effetti rinvenuto i resti dell'intonaco sui cui era poggiato il macchinario, i resti del muro perimetrale della casupola, di mattonelle della stessa e di tegole. Ma soprattutto, abbiamo trovato:

- due "T" (TELEGRAFO) incise nella roccia, rivolte verso i due telegrafi adiacenti,

- un bottone in ferro, arrugginito, con sopra quello che sembra essere un giglio borbonico (probabilmente smarrito da un ufficiale telegrafista) per il quale faremo una precisa perizia

- resti di piatti, zuppiere, vasellame in terracotta maiolicata in genere in uso nel'800, per i quali il Sig. Russo si occuperà di fare una perizia che dovrà stabilire la data certa.

La maggiorparte di questo materiale, così come diversi mattoni, sono stati rinvenuti anche a 20 metri di distanza, in tutte le direzioni, segno inequivocabile di un esplosione, certamente avvenuta durante i bombardamenti dell'ultima guerra: secondo i dati storici del nostro Armando Donato Mozer, responsabile del CSS per la provincia di Messina ed esperto di militaria, la stazione telegrafica borbonica fu fatta saltare la mattina del 15 luglio 1943 a seguito dei massicci bombardamenti inglesi, per terra e per mare, che alle 12.30 dello stesso giorno provocarono la caduta del caposaldo di Cozzo Telegrafo.

Finiti gli opportuni rilevamenti ed il sopralluogo, è stato esposto al pubblico un excursus storico del Regno delle Due Sicilie, è stata mostrata e spiegata la bandiera del Regno delle Due Sicilie così come la cartina telegrafica del Regno, oggetti rivelatisi particolarmente apprezzati come dimostra la salva di domande e curiosità a cui il sottoscritto ha riposto con piacere.
La stragrande maggioranza dei partecipanti era ignara della storia del Regno delle Due Sicilie e dei suoi primati, per questo la missione può dirsi più che compiuta.

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lunedì 6 dicembre 2010

Alla ricerca del telegrafo ottico borbonico di Diavolodopera

 



Il Comitato Storico Siciliano, le associazioni Natura Sicula sez. Augusta e Marilighea hanno il piacere di invitare iscritti e simpatizzanti alla spedizione per la ricerca del telegrafo ottico di Diavolodopera, secondo alcuni documenti storici posto sulle alture di Cozzo Telegrafo, nei pressi di Augusta.

L'appuntamento è fissato per il 19 dicembre 2010 ore 09.30 a Piazza Fontana in Augusta(SR), indirizzo in cui è stato previsto il punto di raccolta.

Accompagnatore ufficiale alla spedizione sarà Ivan Alicata dell'associazione Natura Sicula, che ci condurrà sulle alture di Cozzo Telegrafo dove lo storico locale Italo Russo, per primo ad aver rinvenuto le tracce storiche della stazione telegrafica borbonica ci parlerà dei suoi studi.

Davide Cristaldi

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giovedì 25 novembre 2010

Dopo Giarre, spunta a Lentini un'altra Aquila Borbonica.


La storia

"In epoca Borbonica intorno il 1819(1) un ignoto artista lentinese in onore degli imminenti Festeggiamenti dei Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino Avvocati Fratelli e Patroni della Città, realizzò un vessillo con dipinto l'Aquila Reale con scudo squadrato"

L'arazzo borbonico di Giarre(CT)


(1)La data probabilmente è antecedente in quanto l'Aquila Borbonica rappresentò la Sicilia solo fino al 1816.

Ringraziamo Federico Franco per la segnalazione

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mercoledì 20 ottobre 2010

Sciacca. Anche l'Istituto Reale di Casa Savoja appoggia Maria Sofia

Lettere al direttore 19 Ott 2010 Sciacca: rispetto della storia

Il Comune di Sciacca ha deliberato di intitolare una piazza all'ultima Regina delle Due Sicilie, Maria Sofia von Wittelsbach, Principessa Reale in Baviera. Prima e dopo il voto dell'amministrazione comunale, l’Ircs, Istituto della reale casa di Savoia, ha sostenuto il doveroso omaggio alla consorte di Re Francesco II, figlio di Re Ferdinando II e della Venerabile Maria Cristina di Savoia. Oggi rinnoviamo il nostro pieno sostegno all'iniziativa, che s'inscrive nel ricordo della storia e si oppone alla diatriba creata da alcuni consiglieri comunali che hanno pubblicamente minacciato di far decadere l'amministrazione comunale se il sindaco renderà esecutiva la delibera, con il pretesto che intitolare una piazza alla Regina Maria Sofia, intersecante con Via Salvador Allende, infangherebbe il leader cileno. Una motivazione chiaramente ideologica, lontana dalla ragione e dal buon senso.
Chiediamo a tutti di non strumentalizzare il progetto e di non confondere la storia del Meridione, alla quale i Borbone hanno tanto contribuito, e dell'Italia con quella di un leader che non tutti giudicano allo stesso modo. Un personaggio che si dichiarava marxista ed ha inciso sulla vita di uno Stato sovrano che ha fortunatamente ritrovato la necessaria democrazia. Alla vigilia del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, auspichiamo che si possa giungere presto alla condivisione, con buon senso, di un patrimonio storico nazionale, al quale tutti gli italiani hanno diritto. Il gioco al massacro della nostra memoria storica non giova a nessuno, mentre danneggia tutti e tende a privare le generazioni future di una parte essenziale del patrimonio comune, senza la quale l’identità nazionale non può dirsi completa.

Convinto del necessario superamento di posizioni antiche o anacronistiche e politicizzate, l’Ircs ringrazia l'amministrazione comunale di Sciacca per la sua doverosa iniziativa, invitandola a rendere esecutiva al più presto la delibera ed assicurando la sua presenza all'evento storico-culturale dedicato alla prozia della Regina d'Italia Maria José.

Alberto Casirati, presidente Ircs

fonte: http://agrigentonotizie.it/lettere-al-direttore/sciacca-rispetto-della-storia_53450.php

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lunedì 11 ottobre 2010

(VIDEO) Discorso del responsabile messinese del CSS, Armando Donato Mozer
























Il vessillo borbonico torna a sventolare sul Castello Ruffo
Domenica 3 ottobre alle ore 10.30, presso il palazzo del Principe di Scaletta, a Scaletta Zanclea (ME)

Nell’ambito della Giornata Nazionale alle ore 10.30, dopo l’inaugurazione della nuova sezione museale, sempre all’interno del medievale Castello di Scaletta in occasione del “Bicentenario dello Sbarco Francese in Sicilia prontamente respinto dagli abitanti di Mili, Galati, S. Stefano e Briga“, che gode del Patrocinio del Comune di Messina, dell’Istituto Italiano dei Castelli e del Sovrano Militare Ordine Costantiano di San Giorgio, si è tenuta la conferenza sulle Fortificazioni della Riviera Jonica Peloritana tra il XVIII e il XIX Secolo.

Evento organizzato dall'associazione "Amici del Museo di Messina"



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venerdì 17 settembre 2010

167° anniversario della colonizzazione di Lampedusa e Linosa



Appuntamento a Lampedusa per la rievocazione dello sbarco dei soldati borbonici, ad opera dell'associazione culturale "Reggimento Real Marina" di Caltanissetta.

1843. Il 22 settembre il capitano di fregata cavaliere Bernardo Maria Sanvisente prende possesso delle isole di Lampedusa e di Linosa con la carica di "governatore di S.M. Ferdinando Il di Borbone, re del regno delle Due Sicilie, gran principe ereditario di Toscana, duca di Parma, Piacenza,Castro” ecc. ecc. (1810-1859). Come primo atto conferma agli enfiteuti, Gatt di Malta Fernandez, le sentenze di revoca già notificate nel 1839. Sanvisente si era imbarcato a Palermo il 18 settembre a bordo del Piroscafo Rondine con le istruzioni del re di costituire Lampedusa e in «colonia della real Casa di Borbone e di “costituirvi la novella ne con lo incivilimento del nuovo paese da edificarsi (cfr. Sanvisente, 1849). Giunto a Girgenti (Agrigento) il 19 settembre, prosegue per Lampedusa il 21 settembre insieme con il vapore L'Antilope recando con sé autorità ecclesiastiche e amministrative, gente di varie arti e mestieri con autorità di guardie urbane e sanitarie, un distaccamento militare al comando di un ufficiale. Le navi arrivano a Lampedusa alle ore 13 dei giorno seguente e colte da 24 maltesi, capeggiati da un certo Fortunato Frenda «che sposato una figlia di Salvatore Gatt. Pochi giorni dopo i maltesi, a eccezione di qualcuno, lasciano l'isola tornare a Malta e Fortunato Frenda si trasferisce con la famiglia sulla costa tunisina, il 6 marzo 1844. Inizia cosi la felice colonizzazione borbonica delle due isole.

1843/47. Con i piroscafi del governatore Sanvisente erano arrivate a Lampedusa 120 persone di cui 90 uomini e 30 donne, in maggior parte agricoltori e gli altri artigiani. Per questa popolazione iniziale sono subito costruiti sette edifici (i “Sette Palazzi”) con dieci appartamenti ciascuno, allineati di W: porto, cinque altri edifici isolati su una seconda linea parallela alla prima, e dieci altri sparsi qua e là, per un totale di 30 termine dei cinque anni salirono a 90. Altre opere pubbliche di prima necessità vennero approntate: l'olio, pastifici, magazzini viveri e granaglie, uffici sanitari, militari e doganali (“ricevitore di dogana” don Leopoldo Bracci, “persona di molto garbo”), il cimitero, l'ampliamento della chiesa esistente. L'incremento della popolazione di coloni durante i cinque anni successivi (1843-1847) è stato da 120 a 2.150.

Il 23 giugno 1847 Lampedusa riceve per la prima volta la visita delle reali maestà Ferdinando II e sua moglie, accompagnati dal real principe don Francesco di Paola.

Il Sanvisente descrive con aulica enfasi la visita che, a quanto sembra, fu improvvisa e inattesa: “Gli amati nostri Signori fecero sperimentare a tutti la loro munificenza e le loro largizioni furono ripartite alla nascente colonia. Mostraronsi a tutti con quella gaiezza ed affabilità che tanto distinguono i nostri Sovrani e il Re con la sua approvazione ci permise che a preferenza si fosse vantaggiata la classe delle nubili onde incoraggiare e favorire i matrimoni” Dice Carlo Secondat barone di Montesquieu, nello Spirito delle Leggi (Milano, 1819): “Ella è una regola cavata dalla natura che quanto più si scemano i matrimoni che far si potrebbero tanto più si corrompono quelli che sono fatti; quanto minor numero si ha di coniugati tanto minor fedeltà regna nei matrimoni"

“Fondato su tali principi pur troppo savi, mi è stato uopo aumentare per quanto possibile i mezzi di travaglio e sussistenza degli individui ad ogni sorte di arti e mestieri onde non fare che s'imbruttiscano nel vizio e nella incrudelita rozzezza, le quali cose, al dir di Senofonte, corrompono i corpi dì coloro che l'esercitano, obbligano a sedersi all'ombra o presso al fuoco, e non hanno tempo né per gli amici né per la società.”

“Molte cose vide la Maestà Sua in compagnia dell'inclito ed impareggiabile Principe di Satriano e tutto ciò che potette osservare lo fece minutamente. Abbenche in momento di sorpresa e di inaspettata visita senza essere per nulla preparato, fu immenso il gaudio nostro nel ricevere la sua piena approvazione e le gentili espressioni prodigate dalla rara bontà della sullodata Reale Altezza. E noi ci auguriamo ora delle novelle disposizioni per lo sollecito progredimento delle cose che restano a farsi”

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martedì 20 luglio 2010

Approfondimento sulle tradizioni borboniche nel territorio di Naso



Il Comitato Due Sicilie di Naso(ME) ha il piacere di invitare amici ed iscritti al convegno sulle "Tradizioni borboniche nel territorio di Naso", domenica 25 luglio 2010 alle ore 17:00.

Nel corso della serata, si svolgerà l'inaugurazione del comitato locale a cura della reponsabile Katiuscia Cormaci.

Interverrano i relatori dott. Rifici Filippo e Alessandra Grasso dell'Università di Messina.

Ospiti Fiore Marro e Davide Cristaldi rispettivamente presidente nazionale e coordinatore per la Sicilia dei CDS.

L'evento si concluderà con una degustazione di prodotti tipici del Sud.

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giovedì 15 luglio 2010

Un telegrafo ottico borbonico sulla Torre Carlo V



Grazie alla mappa della Rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie è stato scoperto che anche Porto Empedocle era dotata di una stazione telegrafica, in comunicazione con quella agrigentina situata sulla “Rupe Atenea”(1).
Mentre ad ovest, si ergeva il telegrafo di “Realmonte”(probabilmente situato sulla torre di Monte Rosso) in contatto diretto con quello di “Molo di Girgenti”.

La ricerca
Affinchè ogni telegrafo possa essere correttamente visibile a lunghe distanze è necessario che la struttura non abbia alle spalle (background) colline, alberi, case in quanto le sue esili braccia rischierebbero di non essere ben distinte, ragion per cui ogni telegrafo era posizionato in modo da avere sempre come“sfondo” il cielo o il mare. In questo modo si riusciva ad ottenere il necessario “contrasto”.

Un altro metodo per affinare la ricerca di una stazione telegrafica, consiste nel verificare se nel presunto punto telegrafico è possibile vedere i luoghi in cui si troverebbero i telegrafi adiacenti.

La torre di Carlo V sembrerebbe il punto migliore in cui ospitare un telegrafo, infatti dalla sua sommità è possibile vedere le stazioni telegrafiche sopracitate, inoltre un eventuale nave che volesse comunicare telegraficamente con la Torre, non avrebbe problemi di “contrasto”, come dimostra il fotomontaggio.

Alcuni testi vengono in aiuto di questa tesi.
Scrive ad esempio l’Amico: “Costruivasi nel 1732 un camposanto presso la sommità della Rupe Atenea nella quale è istallato un telegrafo, come altro è anche posto nel molo”(2).

Nel’800 la Torre di Carlo V era conosciuta come “Regia Fortezza del Molo di Girgenti” ed era presidiata da una guarnigione borbonica. E’ noto che nel 1806 il tenente colonnello Federico Omodei inventò un codice per segnalare alle forze militari della zona, eventuali sbarchi nemici o barbareschi(3).
Dunque già prima dell’avvento del telegrafo ottico l’edificio era utilizzato per l’avvistamento e le comunicazioni.

(1)Dizionario topografico della Sicilia - Vito Amico, Gioacchino di Marzo - Vol. I - Palermo - 1855 - pag.529
(2)Ivi
(3)Comunicazioni e Trasmissioni – Pippo Lo Cascio –Rrubettino - pag. 194

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lunedì 21 giugno 2010

Via Maria Sofia e Piazza Francesco II a Castelvetrano(TP)



Caro Presidente, Compatrioti ed Amici,
un altro passo avanti nella riconquista della nostra memoria storica è stato fatto.
Il passo fatto oggi è di estrema importanza nella nostra storia, in quanto la Città di Castelvetrano e vicinissima a Marsala, dove tutt'ora lo stato italiano stà sperperando milioni di Euro per festeggiare una unità d’italia(1) alla quale ormai credono(?) “solo” il napoletano di Roma e tutti gli addetti ai lavori (leggasi Sgarbi & Compari) che incassano prebende milionarie da dispensare ad amici, parenti ecc.

L’evento è stato suddiviso in due parti.

La prima si è svolta nell’aula consiliare del comune di Castelvetrano, presieduta, dal Vice Sindaco di Castelvetrano, nonché Assessore agli Affari Culturali, il Professore Francesco Saverio Calcara, il quale ha spiegato ai numerosi presenti il perché della manifestazione(2). Dopo l’intervento del Vice Sindaco ha parlato l’Ambasciatore di Casa Borbone, il quale ha proceduto a leggere il messaggio di “gioia e soddisfazione” di S.A.R. Carlo di Calabria per l’intitolazione della Piazza a Francesco II di Borbone e della via attigua alla Regina Maria Sofia.

Al termine della lettura del messaggio si è proceduto alla consegna della Medaglia d’oro al Gonfalone della città e un Diploma nel quale viene conferito alla Castelvetrano il titolo di “Città”. Dopo l’intervento dei rappresentanti della legazione siciliana di Palermo del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Dr. Di Janni e della rappresentanza Vaticana la riunione si è spostata nei siti per l’inaugurazione per la seconda parte della Cerimonia.

Oltre alle suddette Autorità erano presenti:
il Corpo dei Vigili Urbani in Grande uniforme
L’arma dei Carabinieri
La Guardia di Finanza
La Polizia di Stato,
Il Corpo della Croce Rossa con le Crocerossine
E numerosi collaboratori in abito d’epoca
Rai tre Sicilia e Sicilia Uno emittente di Palermo che hanno ripreso la manifestazione.
Onore alla Città di Castevetrano e alla sua Amministrazione.

Castelvetrano 19 giugno 2010Pino Marinelli
Segretario (pro tempore)

1) Le minuscole sono intenzionali.

2) Nota: Il Prof.Calcara ha tenuto a precisare che per evitare problemi con l’ufficio della storia patria inserendo il cognome “Borbone” aveva scritto che la via sarebbe stata intitola a Maria Sophia di Baviera e non Borbone. Ebbene l’ufficio della storia patria ha restituito la delibera, per una correzione ovvero: Si prega di sostituire quel “di Baviera” con Maria Sophia di Borbone, in quanto la Baviera non ha nulla a che fare con la Storia del Sud.

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giovedì 20 maggio 2010

Pubblicazione delle prime firme per via Maria Teresa a Riposto


Cari amici, allego le prime mail ricevute e vi invito a continuare a scrivere al Sindaco di Riposto, Dott. Carmelo Spitaleri, all'indirizzo:

sindaco@comune.riposto.ct.it

ed, importante, in copia conoscenza a:

comitato@comitatosiciliano.org

Chiedete al sindaco di rimuovere il nome di Cialdini da quella via di Riposto e ripristinare l'antica intitolazione alla regina Maria Teresa, regina delle Due Sicilie.

Seguono le firme.

Egr. sig. Sindaco, sarebbe per Ella motivo di orgoglio, ripristinare la
intitolazione della Piazza della Sua Città a Maria Teresa,
Regina delle Due Sicilie, cancellando quella dedicata ad uno di più feroci
criminali della Storia moderna.
Questo è l'accorato appello di un uomo dl Sud.
Con osservanza

Vito Nigro
Villa Castelli (Brindisi)
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Si prega di ripristinare il nome della via di Riposto una volta dedicata a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie e moglie di Ferdinando II, modificata tanti anni orsono con "Via Enrico Cialdini".
Non abbiamo nessun interesse a mantenere questo nome che ci ricorda solo massacri e lutti.
Grazie.
Cordialmente.
Domenico Blasi

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Scrivo in risposta alla lettera del Sig. Pistorio di Riposto, apparsa su LA
SICILIA il 15 marzo 2010, perchè desidero condividere la sua proposta di
modificare il nome della via intitolata al generale Cialdini ed invitando
tutti nel contempo ad una serena riflessione sui presunti " meriti ? si
possono chiamare tali i suoi interventi così crudeli, eccessivi, esagerati?"
del militare piemontese e se questi siano sufficienti per rappresentare una
via a Riposto.
Le sarei veramente grato Sig. Sindaco se anche Ella si facesse carico di
rivedere le gesta di questo milite e agisse di conseguenza. Distinti
Ossequi.
Comm. Lo Presti prof. Santi.

--

Egr. Sig. Sindaco,
Le invio la mia firma per il ripristino della via
di Riposto al nome della regina Maria Teresa e quindi alla definitiva
cancellazione del nome di Cialdini. In fede
Gaetano (Nino) Alimenti

Comitati Due Sicilie Lombardia
Forza e Onore

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Egregio Dott. Spitaleri,

La prego di voler "cacciare" dalla Sua città quel criminale di guerra di Cialdini, un vile macellaio, chiamato da Crispi a stroncare le rivolte contadine.

Ci aiuti Signor Sindaco a farci restituire l'Onore che ci hanno tolto rendendo giustizia a Maria Teresa di Borbone.

Pino Marinelli

Segretario Regionale Comitati Due Sicilie
Sciacca (AG)

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al Sindaco di Riposto, Dott. Carmelo Spitaleri

Egr, sig, Sindaco,
con la presente intendo chiedere il suo cortese interessamento affinchè
venga ripristinato il nome di un'antica via di Riposto una volta dedicata a
Maria Teresa, regina delle Due Sicilie e moglie di Ferdinando II, che fu
modificata tanti anni orsono con "Via Enrico Cialdini".

Una riflessione seria ed imparziale sulle figure storiche che hanno
caratterizzato il nostro passato, oltre a restituire una dignità storica a
questa città, sarebbe l'occasione per i ripostesi di conoscere qualcosa in
più del loro passato e del periodo storico risorgimentale che, sebbene portò
alla cosiddetta Unità, fu foriera di lutti, di veri e propri sterminii, di
sangue e di altri abusi, dei quali Cialdini fu certamente uno dei principali
autori.

Le brutalità del Generale Cialdini furono talmente eccessive che persino i
suoi soldati ne rimasero inorriditi. Ecco cosa scrisse nel suo diario un
bersagliere valtellinese e commilitone di Cialdini durante i fatti di
Pontelandolfo: "Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare
preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine
abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 persone... Quale
desolazione! Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale
rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi
abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case".

Per tanto, mi affido alla sua sensibilità umana, alla sua indubbia cultura
ed amore per la verità, alle competenze specifiche che scaturiscono dalla
sua carica istituzionale.

Ringraziandola vivamente le esprimo la mia più sentita gratitudine.
Con osservanza

Angelo Tinì

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Egregio Signor Sindaco,
La prego di voler ridare all'attuale via Enrico Cialdini il suo antico nome e cioè quello di via Maria Teresa regina delle Due Sicilie.
Grazie
Nestore Spadone
Bari

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Per il Sindaco di Riposto Dott. Carmelo Spitaleri

Le scrivo questa brevissima lettera per chiderLe di ripristinare l’antico
nome della via oggi dedicata al generale Enrico Cialdini e dedicarla
nuovamente alla regina delle Due Sicilie Maria Teresa moglie di Ferdinando II

Grazie per l’attenzione,
L. Angelo

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Gentilissimo signor Sindaco Spitaleri,

con la presente la invito di tutto cuore a cambiare il nome a una strada della vostra bellissima cittadina, la strada sarebbe la via Enrico Cialdini, la mia ( nostra proposta) sarebbe
di chiamarla via Maria Teresa, che come si sa fu una Regina delle due Sicilie cioé la consorte di Re Ferdinando II Re delle due Sicilie.
Anche se i Borboni certamente non sono stati i migliori regnanti della nostra bellissima terra, se lo meritano sicuramente di piú di Cialdini che fú un sanguinoso Generale Piemontese, che portó morte e distruzzione a Sciacca cosí come in tutta la Sicilia e il Sud.

La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei gentili saluti
Andrea Giuffré

P.S. spero che tutti i sindaci Siciliani prendono esempio dal Sindaco sindoni di capo D'orlando, un uomo , un patriota della nostra terra

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Ho appreso con orrore e costernazione che a RIPOSTO, ameno comune della costa Catanese, quindi cittadina del Sud, c'è una via, pure importante che porta sul lungomare, intitolata " Via Generale(sic!) Enrico Cialdini".
Ma come si fa ad intitolare una strada ad un "criminale di guerra", ad un "macellaio" che senza rimorso alcuno e senza pietà, dalla sera alla mattina ha fatto massacrare paesi interi di gente del Sud ( Pontelandolfo, Casalduni,) facendo passare per le armi tutti gli abitanti (donne,anziani e bambini compresi)?. Come si può "onorare" un pavido che durante l'assedio di Gaeta si faceva forte della maggiore gittata dei suoi cannoni rigati per starsene al sicuro dal pericolo e che ,pur quando si stava concordando la capitolazione e firmare la resa, ha fatto sempre continuare a bombardare la città ( e l'ospedale) causando ancora morti inutili e innocenti? E che poi,invece,nella terza guerra d'indipendenza, si dimostrò vile e pavido al cospetto degli austriaci, senza mai attaccarli ma indietreggiando sempre?
E a quest'uomo, che tanti morti causò al Sud, a quest'uomo che si esprimeva in "francese", a quest'uomo che considerava la gente del Sud " beduini peggio degli Africani" e "Caffoni" (con due effe), il Sud, il nostro magnifico Sud, gli intitola pure una strada?.

Da Wikipedia ENRICO CIALDINI
La lotta contro il brigantaggio
( I partigiani e gli insorti del Sud li chiamarono Briganti )
..... In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri abitati: cannoneggiamento di Mola di Gaeta (oggi è un rione di Formia) del 17 febbraio 1861, eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, nell'agosto 1861. L'obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Gli strumenti a sua disposizione venivano, nel frattempo, incrementati, con l'istituto del domicilio coatto e la moltiplicazione delle taglie. Le forze a sue disposizione consistevano in circa 22 000 uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861.
A cavallo degli anni 1862 e 1863 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a centocinquemila uomini (circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo) ...

....Nel corso della Terza guerra d'indipendenza ebbe il comando di una delle due armate italiane, quella schierata a sud del Po verso Mantova e Rovigo. Per tutta la prima parte della guerra non assunse alcuna posizione offensiva, limitandosi a dimostrazioni, sino a neppure iniziare l'assedio della fortezza austriaca di Borgoforte, a sud del Po.....

Valutazioni complessive del personaggio
...La figura di Cialdini fu tra quelle maggiormente osannate dalla propaganda Sabauda, anche per controbilanciare le figure di Mazzini, più ancora di Garibaldi, più in generale per contrapporre un Risorgimento monarchico ad un Risorgimento democratico anche sul piano delle figure militari, dei condottieri. Recentemente, nel clima di critica di tutta la storia unitaria d'Italia, alcuni autori, spesso ispirati da opposta e ancor più limitante finalità politico-ideologica più che da reale volontà di storici, hanno teso a inquadrare la figura di Cialdini come fra le più negative della vicenda risorgimentale, in particolare per il ruolo avuto nella violenta repressione del brigantaggio meridionale...

Faccio appello alla sensibilità del Sindaco e della Giunta tutta ma sopratutto alla solidarietà che unisce tutta la gente del Sud affinchè venga posto immediato rimedio a questo obbrobrio.

Nunzio Porzio (nupo) da Napoli 27/04/2010

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Magari si riuscisse in quest’altro tentativo di togliere di mezzo un’ulteriore targa toponomastica ad un altro criminale del “risorgimento”; saremmo veramente sulla buona strada. Siamo con te, Sindaco.
Antonio Claudio Amitrano – Quarto Flegreo (NA) *

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"Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta".
Milan Kundera

Un criminale di guerra non merita intitolata una via.

De Luca Luigi

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Gent.mo Dott. Carmelo Spitaleri, Sindaco di Riposto

chiedo di ripristinare l'antico nome di Maria Teresa, regina delle Due
Sicilie e moglie di Ferdinando II e congedare per sempre il generale
Cialdini.

grazie.

Giacinto De Santis

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Egregio Dott. Spitaleri,
Le scrivo in merito all'iniziativa di Rosario Pistorio volta al cambio di denominazione dell'odierna Via Cialdini. Sembrerà inutile e superfluo, ma voglio anch'io sottolineare che il generale modenese fu un criminale di guerra macchiatosi di efferati delitti perpetrati ai danni dal popolo delle Due Sicilie. Costui venne a completare l'opera di conquista dei suoi predecessori, mise a ferro e a fuoco le nostre città, ordinò massacri, sevizie e saccheggi, poiché per lui la nostra era una terra da assoggettare, poiché per lui il nostro era un popolo da sottomettere. Nessuna città dovrebbe ricordare nella propria toponomastica un così bieco personaggio; nessuna una città del nostro antico stato dovrebbe ricordare nella propria toponomastica un così bieco personaggio; Riposto non dovrebbe ricordare nella propria toponomastica un così bieco personaggio. Come ha scritto Rosario Pistorio, mantenere detta denominazione alla via de quo suona come un'offesa al buon senso: sarebbe opportuno cambiarla intitolando la strada una personalità che meglio possa rappresentare i valori della sicilianità.
Cordiali saluti
dott. Giuseppe Bartiromo
(Cava de Tirreni)

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Egregio Sindaco, Iniziativa Tutti aderisco promossa dai "Comitati Due Sicilie"

"Una Causa di Strada Nuova intitolazione della "Via Enrico Cialdini ",
Dedicandola a, Maria Teresa, regina delle Due Sicilie, moglie di Ferdinando II.

Ci Pensi bene!

vitinatronnolone@virgilio.it

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Scrivo in risposta alla lettera del Sig. Pistorio di Riposto, apparsa su LA SICILIA il 15 marzo 2010, perchè desidero condividere la sua proposta di modificare il nome della via intitolata al generale Cialdini ed invitando tutti nel contempo ad una serena riflessione sui presunti meriti del militare piemontese e se questi siano sufficienti per rappresentare una via a Risposto.

Sono certo che la scelta di dedicare una via ad Enrico Cialdini, causa l'eccessiva enfatizzazione dell'epopea risorgimentale, fu imparziale e troppo frettolosa, per di più avvenuta a scapito di altri personaggi dell'epoca, sicuramente più degni.

Una riflessione seria ed imparziale sulle figure storiche che hanno caratterizzato il nostro passato, oltre a restituire una dignità storica a questa città, sarebbe l'occasione per i ripostesi di conoscere qualcosa in più del loro passato e del periodo storico risorgimentale che, sebbene portò alla cosiddetta Unità, fu foriera di lutti, di veri e propri sterminii, di sangue e di altri abusi, dei quali Cialdini fu certamente uno dei principali autori.

Le brutalità del Generale Cialdini furono talmente eccessive che persino i suoi soldati ne rimasero inorriditi. Ecco cosa scrisse nel suo diario un bersagliere valtellinese e commilitone di Cialdini durante i fatti di Pontelandolfo: "Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 persone... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case"

Nel condividere la iniziativa, viedo al Sindaco che legge di considerare l'effettiva portata, sul piano identitario meridionale, dell'uso di nomi NON NOSTRI ai fini di intitolare strade, piazze, corsi, gallerie, ecc ...., che molto hanno contribuito a demolire la Nostra forte identita Merdionale.

Ing. Vincenzo Mogavero
Via Breccia, 4
84080 - Capezzano Salerno

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Ill.mo Sig. Sindaco di Riposto, Dott. Carmelo Spitaleri,
La invito a ripristinare l'antico nome dell'odierna via Enrico Cialdini alla
nostra Regina Maria Teresa, moglie del Re Ferdinando II del Regno delle Due
Sicilie.
Conoscere e non Rinnegare la propria storia è la condizione essenziale per
ritenersi un Popolo.
Certo che vorrà approvare questa richiesta La ringrazio fin da ora.
Dr. Andrea Monteleone

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Appoggio all'iniziativa

Paolo Guaglione

Editoria & Comunicazione Multimediale s.r.l.

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Trovo giusta liniziativa, alla quale mi asocio, di intitolare una via a
Maria Teresa, regina delle Due Sicilie, piuttosto che lasciarla intitolata
al generale Cialdini, massacratore di gente del Sud.

Fabio Manfredi Selvaggi

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La Presente per chiedere di ripristinare l'antico nome della via attualmente dedicata al generale
Enrico Cialdini, affinchè ritorni ad essere intitolata a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie.


Grazie mille
cordiali saluti Giovanna Belmonte

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Gentile Sindaco, è indecoroso e disdicevole che le vie, piazze ecc. siano ancora intitolate a chi, con il sangue ed atrocità varie, ha debellato un regno illuminato per quei tempi. Non è azzardato affermare che i vari Cialdini, Piva, Garibaldi sono stati i primi esecutori di eccidi di massa dei tempi moderni. Le inutili stragi di Pontelandolfo e Casalduni (solo anziani e donne), i martiri di Fenestrelle e di tante altre valorose popolazioni del Regno, per non dimenticare la piazzaforte di Messina, ultimo baluardo a salvaguardia del Regno ci impongono una seria riflerssione circa il proceso unitario e le celebrazioni del prossimo anno. Via Cialdini dalle strade ed inseriamo SAR Maria Teresa. Non dimentichiamo l'ultima valorosa Regina, S.A.R. Maria Sofia, che fino alla Sua morte ha difeso l'onore del Regno curando i soldati napoletani nella terza guerra d'indipendenza al fianco degli austriaci per combattere coloro che avevano annientato il loro regno ma non la loro dignità.

ANTONI SOPRANO

SI VIS PACEM PARA CORDA

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Gentile Dott. Spitaleri,
la invito a rimuovere l'intitolazione al generale piemontese Enrico Cialdini e ripristinare l'antica via dedicata alla regina Maria Teresa delle Due Sicilie.

Mi appello al suo buon senso ed all'amore che prova per la nostra terra, affinchè anche nella toponomastica sia fatta giustizia e reso onore a chi merita la nostra riconoscenza.

Cordialità
Davide Cristaldi
Comitato Due Sicilie sez. Sicilia

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Egr. sig. Sindaco.
Il sig. Cialdini fu solo un mediocre soldato piemontese che nulla portò
alla nostra terra, se non spiacevoli fatti bellici, e che quindi non merita di
essere ricordato in terra siciliana. Ritengo sia sicuramente più dignitoso
intitolare la Piazza della Sua Città a Maria Teresa Regina delle Due Sicilie.

Grazie
Cordiali Saluti

Armando Donato ( Messina )

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Al signor sindaco di Riposto, Carmelo Spitaleri io Messina Rosario, segretario
della regione Calabria dei Comitati delle due Sicilie, chiedo alla S. V. di
voler prendere in considerazione, di voler rimuovere il nome di Cialdini da qua
ella via di RIPOSTO, e voler ripristinare l'antica intitolazione alla regina
Maria Teresa, regina delle due Sicilie.. certo del suo amore per la sua terra,
ed anche lei consapevole che Cialdini è stato un uccisore di meridionali,
nostri fratelli.

Distinti Saluti.

Saro Messina

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Signor Carmelo Spilateri, Sindaco di Riposto,

Appoggio la richiesta dei suoi concittadini per la sostituzione dell
intitolazione della strada a Cialdini.
Questo personaggio non conosceva ne amava ne ha dato lustro alcuno alla
città che Ella governa. Il suo nome è stato imposto per il servizio reso ai nuovi conquistatori
sabaudi, per cancellare la memoria storica dei cittadini del Sud (ex Regno Borbone)
Lascio che si presenti con le sue parole :
« Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In
quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al brigantaggio",
Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano:
8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati;
10 604 feriti;
7 112 prigionieri;
918 case bruciate;
6 paesi interamente arsi;
2 905 famiglie perquisite;
12 chiese saccheggiate;
13 629 deportati;
1 428 comuni posti in stato d'assedio. »

Con Ossequi Rosalba Valente

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Egr. Sig.Sindaco,
da siciliana, mi vergogno profondamente che una delle vie del paese di cui lei è primo cittadino, porti il nome di un feroce massacratore di inermi duosiciliani.
Per questo motivo, le chiedo di rimuovere il nome di Cialdini da una delle vie del suo paese, ripristinando l'antica intitolazione alla regina Maria Teresa, regina delle due Sicilie. Grazie.
Cordialmente
prof.ssa Benedetta Bonaccorso

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Egregio Dott. Carmelo Spitaleri,

Sto riscoprendo da pochi anni la storia della mia terra, una storia cancellata dai libri di scuola,
una storia troppo scomoda e quindi ancora attuale e rivelatrice delle vere cause della questione meridionale
e delle ragioni della ingiusta dicotomia economica Nord-Sud.

Mi rivolgo a Lei per invitarla, in qualità di sindaco di Riposto, a rimuovere il nome di Cialdini dalla via della Sua città
e ripristinare l'antica intitolazione alla regina Maria Teresa, regina delle Due Sicilie.

Non riesco a credere come fa quel generale ad avere ancora oggi delle vie intitolate proprio in quei territori, che
considerava abitati da "beduini affricani" e quindi meritevoli di quegli efferati eccidi di cui si è macchiato.
Ha fucilato e messo a ferro e fuoco il mio paese anche il giorno di Natale, mentre le donne e i bambini andavano
a messa. E' notizia di oggi che Bronte è stata esclusa dalle celebrazioni del 150esimo con la evidente volontà di
omettere pagine vergognose della nostra storia. Ricorrenze tese al festeggiamento senza macchia e non alla riflessione e alla riconciliazione.

RingraziandoLa anticipatamente, Le porgo i più sentiti saluti.

Alfonso Vellucci

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martedì 4 maggio 2010

Nuove prove sui cannoni di Capo Peloro



Lo studio e la trattazione della storia devono essere necessariamente affrontati con serenità ed equilibrio da parte del ricercatore, studioso o appassionato che sia, al fine di scoprire la verità. Metodo opposto è quello dell’obliterazione, offuscamento e liquidazione partigiana ed ideologica di importanti e duraturi periodi storici sia preunitari che post grande guerra, le cui testimonianze Messinesi sono troppo spesso con odio, timore e sufficienza, snobbate e vittime di errate attribuzioni; vedasi ad es. tutte le opere militari edificate dagli anni 30 del 900 in poi o vari esempi preunitari come i cannoni visibili nel litorale di Pace rinvenuti sulla locale spiaggia e spacciati per Inglesi, la torre del Faro detta erroneamente Inglese, la Real Cittadella e tanto altro.

La storia di Messina (con relativa sistemazione difensiva) prima e più di quella d’Italia, deve essere letta in base a tutti i suoi periodi storici e non solo alcuni, o meglio i soliti, con sistematica esclusione politico- ideologica di altri. Le generalizzazioni non servono, così come è sterile l’attribuzione forzata e fuorviante di certe testimonianze ad un dato periodo che fa comodo sponsorizzare, snobbando tutto il resto. Ciò non è utile a nulla se non ai propri fini. In questo caso bypassare un più che secolare periodo come quello borbonico, vissuto da Messina prima dell’unità, negando ostinatamente sia gli importantissimi episodi storici verificatisi, sia l’esistenza di un sistema di organizzazione difensiva legittimamente approntato ben prima dell’arrivo di garibaldini e piemontesi, non è corretto ne d’ ausilio alla ricerca della verità.

La cultura e la storia Messinesi non nascono di certo nel 1860 o meglio dal marzo 1861, ne si concludono alla fine dell’800 o con la grande guerra; ciò sarebbe offensivo e riduttivo verso i suddetti periodi purtroppo mai trattati e/o etichettati come negativi, pessimi, arretrati ecc. seppur facenti parte del patrimonio culturale della città. Lo studio della storia, con l’ausilio di specifiche competenze, è ben altra cosa.

In base a quanto riportato nella relazione ritenuta ufficiale, secondo cui i cannoni di Capo Peloro sono savoiardi, garibaldini, risorgimentali e quant’ altro, è bene evidenziare alcuni punti:

1) mentre alcuni mesi fa tali fonti ufficiali sostenevano, forse con eccessivo azzardo, tramite inattendibili stampe non corrispondenti allo stato dei fatti, carte ecc che i 3 cannoni (prima ritenuti solo 2 e poi attribuiti alla marina borbonica) fossero stati trovati sulla spiaggia di Faro da Garibaldi e da esso riutilizzati, adesso invece affermano che furono portati da altri luoghi, senza però dare una spiegazione logica e chiara sui fatti precedenti e successivi.

2) L’assenza di batterie borboniche all’arrivo dei garibaldini è dimostrata dal fatto che giunto l’ordine di ritirata, le artiglierie furono ovviamente smontate e portate via, quelle vetuste e/o non trasportabili sabotate. Le truppe in ritirata da presidi fissi portavano con se tutto quanto possibile ed utile anche in virtù della convenzione tra i due eserciti, che prevedeva anche l’equa spartizione delle artiglierie;

3) Nell’ agosto del 1860 i presidi borbonici erano quelli nella zona falcata, dunque la Piazza Duosiciliana esisteva ancora, avendo il suo cuore pulsante nella suddetta area, tanto è vero che si arrese solo dopo 7 mesi.

4) Non è ben chiaro il perché tali cannoni, che si ritiene trasportati da altri luoghi, non siano stati portati via da Garibaldi, per il proseguo della Campagna. In verità egli non avrebbe mai preso altrove vetusti pezzi del genere (a maggior ragione se ritenuti di fine 600 primi 700), non si capisce infatti quale stratega potesse utilizzare cannoni che nessun cannoniere avrebbe utilizzato, poiché facili al difetto se non all’esplosione per via dell’età. Inoltre il loro calibro era nel 1860 (in cui già si usavano i Paixans da 80 libbre) ormai talmente ridotto da “fare il solletico” alle navi borboniche, aventi protezioni di 70 cm al galleggiamento, ed armate coi i 30 libbre esplodenti standard;

5) A smentita del decreto citato dal Mezzacapo sulle batterie borboniche
disarmate, è opportuno segnalare lo scritto di M. Musci sulla “storia civile e
militare del Regno delle due Sicilie dal 1830 al 1849”, che tratta dell’
addestramento ( 1831) degli artiglieri nei territori del Regno al di qua ed al
di la del Faro e della riorganizzazione militare e classificazione delle piazze
e forti del regno, secondo cui nel 1833 risultavano in particolare:
• Messina- Piazza di prima classe;
• Real Cittadella di seconda classe;
• Castelli del SS Salvatore di terza classe;
• Gonzaga e torre del Faro di quarta classe, comandata da un capitano.


6) Si rammenta che le aree costiere siciliane furono difese adeguatamente già a partire dalla metà del 700. Nel 1799 la protezione antincursiva siciliana fu potenziata con 100 pezzi da 36 e 24 libbre posti in 27 batterie, mentre la Real Marina disponeva di 86 varie navi. Lo stesso anno il presidio della torre del Faro era considerato “campo trincerato”, retto da un colonnello e presidiato da varie truppe anglosiciliane (fonte “Le Due Sicilie nelle guerre napoleoniche”- USSME 2008). Nel 1810 presso la torre del Faro erano armate due batterie inglesi più diversi trinceramenti (fonte G. Cockburn 1811), secondo J. Purdy (1841) vi erano ancora due batterie inglesi insieme ad artiglierie armate nelle torri martello, coordinate dal telegrafo di forte Spuria ). Inoltre una relazione di A. Ulloa, datata 1852 su” I fatti di guerra de soldati napoletani”, cita l’ipotesi di una prosecuzione delle batterie inglesi edificate 40 anni prima sulla costa nord della città, in modo da unire i presidi di difesa marittima di Messina e della torre del Faro.

7) Nel giugno 1860 risultavano armati nella Piazza di Messina 32 vari pezzi di artiglieria (fonte A.Gay 1896).

8 ) Poiché si è nel campo delle ipotesi, tali artiglierie sembrerebbero di metà 700 circa, la produzione commissionata in Svezia (anche per il regno Duosiciliano e d’Italia poi), Inghilterra o altrove, era usanza molto diffusa. Riguardo il periodo, i calibri, la denominazione ecc, premesso che la misurazione è da effettuarsi secondo precise tecniche, le girandole di numeri e cifre valgono tanto quanto, dato che le artiglierie innanzitutto erano denominate in base alle varie unità di misura ( una libbra inglese non era la stessa di quella napoletana ecc), ed abbastanza convenzionali quali tipici pezzi da marina, è impossibile stabilire con certezza il luogo di fusione, poiché ognuno copiava l’altro e spesso si acquistavano artiglierie di altri stati, caricate poi con gli stemmi del regno acquirente. In molti casi si commissionava la fusione di un cannone all’estero per poi applicare il proprio stemma. Esistono specifici metodi utili a cercare di risalire all’origine di un cannone e che non si rifanno certo alla misurazioni citate.

9) Visto il periodo storico ipotizzato, allora i cannoni potrebbero anche essere attribuiti al regno spagnolo di Carlo II, all’indomani della fine della rivolta antispagnola (1674-1678);

10) Ricordando che si tratta di pezzi di marina in ghisa in cattivo stato di conservazione, lo stemma sulla cintura di volata del cannone più grosso ( gli altri due non sono mai stati esposti al pubblico) riporta una corona reale di notevole somiglianza con quelle spagnole. Lo stemma della marina sarda o del reggimento “La Marina” riproduceva una corona con aquila e due piccole ancore incrociate, quello ufficiale savoiardo dell’epoca una croce dentro uno scudo. Premesso che l’ancora era tipicamente impressa nei simboli delle artiglierie di marina ( vedi cannoni di Pace), la parte inferiore dello stemma risulta illeggibile, quindi si può solo ipotizzare cosa potesse esser riportato (una ancora, una croce, delle iniziali?). Per la corona con ancora è stato fatto un confronto visibile e molto verosimile con le immagini degli stemmi della Real Marina borbonica e del rgt. Real Marina, che riproducono appunto una corona sormontante un’ancora, di cui sul cannone si nota ancora la parte superiore sotto la corona stessa. I confronti sono stati fatti con alcuni testi di uniformologia, tra cui “L’ Armata del sud” Custodero -Pedone 2003, “Militaria” di G.S. Mazzini- 2006 e la raccolta delle tavole sulla “Marineria” di Diderot- D’ Alemberrt (Libritalia 2002). Al contrario invece, non è possibile visionare le prove ed i confronti circa la presunta croce savoiarda ne altre immagini.

11) L’inchiodatura dei cannoni era un metodo facilmente aggirabile creando un foro subito accanto al focone otturato; opera non certo difficile. Appunto perché i 3 pezzi hanno i foconi liberi e le volate occluse con palle metalliche ficcate e pressate a forza tanto da essere ammaccate, si intende che questa fu un‘azione di autosabotaggio (che tecnicamente si rifà proprio alla volontà di non lasciare al nemico armi intatte ed utilizzabili) più incisiva e non risolvibile. Un altro esempio è visibile presso il castello del SS. Salvatore (già presidio borbonico) in cui vi sono due cannoni, ad occhio da 24 libbre, con la volata occlusa da palle metalliche.

12) L’ inertizzazione è un azione che può riferirsi alla disattivazione di una qualsiasi arma anche non in tempo di guerra, effettuata per motivi di legge relativi alla sicurezza, al commercio ed il collezionismo. Il sabotaggio in tempi di guerra di artiglierie ad avancarica e non, è tutt’ altra cosa. In tempi moderni solitamente si procedeva allo smontaggio degli otturatori o facendo saltare le volate.

13) I genieri e gli artiglieri Duosiciliani erano perfettamente in grado di sigillare, ed occludere artiglierie. Si trattava inoltre di truppe regolari in ritirata ordinata, non sbandati in fuga, che nel caso di torre del Faro e gli altri presidi ebbero tutto il tempo di fare ciò che volevano, poiché a conoscenza dei fatti di Milazzo e del primo ordine di ritiro borbonico nella cittadella dato dal De Clary il 24 luglio 1860. Lo stesso pomeriggio le truppe garibaldine avrebbero attaccato quelle borboniche presso la torre Rizzo e Puntale Pistorio. Decisa una tregua, la notte del 24 quasi tutto l’esercito duosiciliano era riunito presso il piano di Terranova e la Real Cittadella e dislocato negli ultimi avamposti della zona falcata. Il 26 luglio con il patto De Clary- Medici fu sancito il definitivo abbandono borbonico dei restanti presidi di Gonzaga, Castellaccio e torre del Faro con imbarco per la Calabria o il trasferimento presso la zona falcata nei presidi dl don Blasco, Cittadella, batteria della Lanterna e SS. Salvatore. (fonte “Difesa dei soldati napoletani 1860”- Cav. C. Corsi).

14) I cannoni usati come bitte da ormeggio nei moli erano spesso posti non con la volata, come in questo caso, ma con la culatta (ovvero la parte retrostante più massiccia e resistente del cannone) all’insù. Infatti visto il luogo e la posizione del ritrovamento essi erano usati per l’ alaggio delle barche dei pescatori, i quali dato il luogo e l’uso non avevano alcun interesse e motivo di “abbellire” tre ferrivecchi ne effettuare chiusure del genere.

Conclusioni:

Risulta palese che i cannoni non furono usati da Garibaldi, ne è spiegata con ragionamenti logici e concreti la presenza dei pezzi in loco e l’otturazione delle 3 artiglierie. Ma questa è una verità consolidata da tempo, che smentisce le precedenti tesi diffuse ufficialmente e considerate attendibili, via via venute meno insieme alle ultime “ipotesi” che non dimostrano affatto la certa ed inequivocabile appartenenza savoiarda, l’uso garibaldino ecc ne identificano nulla. Quindi si ritiene perfettamente fuorviante ed inutile pensare di utilizzare tali relitti metallici per festeggiare eventi che nulla centrano con le artiglierie in questione. Nel dubbio sarebbe più facile infatti esporre testimonianze comprovatamente certe, evitando sprechi di danari pubblici per erigere monumenti non alla storia, ma a ciò che fa comodo ricordare a tutti i costi, anche a discapito della verità storica. A tal proposito, poiché non è certamente noto agli interessati, si ricorda e si consiglia che basterebbe ripristinare (magari a proprie spese) il monumento a Garibaldi, un tempo sistemato nella omonima piazzetta del Villaggio di Torre Faro e lasciato in rovina negli anni.

Dott. Armando Donato

Comitato Storico Siciliano - Messina

Componente del C. D. dell’ Associazione Amici del Museo di Messina

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venerdì 23 aprile 2010

Raccolta firme per restituire una via a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie



Cari amici, dopo il successo ottenuto con l'intitolazione della piazza di Sciacca a Maria Sofia, il prossimo obiettivo è ripristinare il nome di un'antica via di Riposto una volta dedicata a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie e moglie di Ferdinando II, ma che fu modificata tanti anni orsono con "Via Enrico Cialdini".

Dateci una mano inviando una mail al Sindaco di Riposto, Dott. Carmelo Spitaleri, all'indirizzo: sindaco@comune.riposto.ct.it

ed in copia conoscenza:
comitato@comitatosiciliano.org

chiedendo di ripristinare l'antico nome e congedare il generale Cialdini.


Tutte le firme pervenute, saranno pubblicate sul nostro sito.

Di seguito il comunicato.

Scrivo in risposta alla lettera del Sig. Pistorio di Riposto, apparsa su LA SICILIA il 15 marzo 2010, perchè desidero condividere la sua proposta di modificare il nome della via intitolata al generale Cialdini ed invitando tutti nel contempo ad una serena riflessione sui presunti meriti del militare piemontese e se questi siano sufficienti per rappresentare una via a Risposto.

Sono certo che la scelta di dedicare una via ad Enrico Cialdini, causa l'eccessiva enfatizzazione dell'epopea risorgimentale, fu imparziale e troppo frettolosa, per di più avvenuta a scapito di altri personaggi dell'epoca, sicuramente più degni.

Una riflessione seria ed imparziale sulle figure storiche che hanno caratterizzato il nostro passato, oltre a restituire una dignità storica a questa città, sarebbe l'occasione per i ripostesi di conoscere qualcosa in più del loro passato e del periodo storico risorgimentale che, sebbene portò alla cosiddetta Unità, fu foriera di lutti, di veri e propri sterminii, di sangue e di altri abusi, dei quali Cialdini fu certamente uno dei principali autori.

Le brutalità del Generale Cialdini furono talmente eccessive che persino i suoi soldati ne rimasero inorriditi. Ecco cosa scrisse nel suo diario un bersagliere valtellinese e commilitone di Cialdini durante i fatti di Pontelandolfo: "Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 persone... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case"

Davide Cristaldi
Comitato Due Sicilie - Sicilia

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