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sabato 9 luglio 2011

Il reperto storico recuperato sarebbe una "carronata" (LA SICILIA)


IPOTESI DELLO STORICO DONATO

Portopalo. Non sarebbe un cannone risalente alla battaglia di Capo Passero del 1718 il reperto recuperato alcuni gironi fa a Portopalo. Ad avanzare l'ipotesi è lo storico militare Armando Donato, del Comitato Due Sicilie di Messina. Il pezzo ritrovato sarebbe una carronata.

«Si tratta - afferma Donato - di una particolare arma dal design tozzo e volata corta, progettata a partire dagli ultimi trenta anni del Settecento e armata su varie tipologie di navi per il combattimento a corta distanza e distruttivo mediante palla o granata».
Secondo Donato, vari sono i modelli e i calibri delle carronate prodotte nel tempo, sostanzialmente utilizzate sino alla metà dell'Ottocento e oltre, seppur l'avvento dei cannoni obici modello Paixhans e Millar ne avesse già dagli anni Venti-Trenta dell'Ottocento da tempo limitato il valore prestazionale, anche a causa di alcuni svantaggi tecnici.

«Il pezzo in questione - conclude lo storico militare - non è dunque un cannone, né può riferirsi alla battaglia di Capo Passero tra le flotte spagnola e inglese nell'agosto del 1718, poiché in quell'epoche la carronata non esisteva ancora». Per avere elementi certi per la datazione del reperto è necessario aspettare la ripulitura del pezzo d'artiglieria, da sottoporre quindi a pesatura e misurazione in tutte le sue parti. L'esame approfondito servirà a rilevare eventuali date e marchi di fusione per potere identificare con certezze le origini e ricostruirne la storia.

SERGIO TACCONE
La Sicilia, Edizione di Siracusa, 9 luglio 2011

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martedì 15 marzo 2011

Raffaele Lombardo alla Real cittadella di Messina



Scoperta ieri la targa in onore dei soldati borbonici che difesero la Real Cittadella.

La bandiera della Real Cittadella sventola alla Real Cittadella ed il sopralluogo del Governatore nelle aree della Marina Militare.

Consegnata al Presidente della Regione, la medaglia commemorativa della resistenza borbonica alla Real Cittadella

Da una giornata orrenda può nascere una bella stagione?Lo scopriremo nei prossimi mesi. Soltanto fra qualche tempo, infatti, potremo sapere se la mattinata messinese di Raffaele lombardo nella Zona Falcata è servita a qualcosa o se gli impegni assunti ieri, durante il "tour" tra la Real Cittadella e il Forte San Salvatore, sono destinati a essere parole trascinate via dallo scirocco.

E' stato proprio il vento il dominatore della giornata.Ci voleva davvero un bel coraggio per addentrarsi, alle 9 di domenica, in quella landa desolata che oggi purtroppo, è la falce di Messina.
Il mare impetuoso a lambire i resti della fortezza secentesca (nel giorno del 150° anniversario della resa dei soldati borbonici, che resistettero per nove mesi all'assedio e capitolarono solo il 13 marzo 1861), le folate di vento a scompigliare i capelli e le pettinature e a far volare i capelli del "codazzo" di politici, amministratori, consiglieri e "amici dell'Autonomia" convenuti a seguito del governatore siciliano.

Un vento sempre più fastidioso, che ha scoraggiato Lombardo dall'ampliare il raggio della sua visita, che avrebbe dovuto toccare, oltre alla Real Cittadella, anche l'inceneritore di San Raineri e il litorale di Maregrosso.
Ma il presidente della Regione, alla fine, ha ritenuto più ragionevole fermarsi all'interno del Forte San Salvatore, dialogando con il Sindaco Buzzanca, con il soprintendende ai Beni culturali Salvatore Scuto, con il commissario dell'Ente Porto Rosario Madaudo e il commissario dell'Ente Fiera Fabio D'Amore, con il presidente del consiglio comunale Pippo Previti, con i deputati presenti (la sua "guardia del corpo" Peppe Picciolo, Filippo Panarello, l'ex parlamentare dell'Ars Fortunato Romano), con l'assessore regionale, il messinese Mario Centorrino.

Poi, un caffè all'Ammiragliato, nella sede della Marina Militare, e di corsa verso gli altri appuntamenti della giornata, a Rodi Milici e Spadafora.
Ma proprio per evitare che quella di ieri sia stata solo una "sciroccata", Lombardo ha inteso dare subito un taglio operativo:
"Oggi ho potuto toccare con mano l'importanza di quest'area, che ha una storia gloriosa che deve essere valorizzata e che può rappresentare un volano di sviluppo per l'intera città. E' per questo che bisogna sedersi tutti attorno a un tavolo e lo faremo prestissimo, non fra un mese o un anno".
Il tempo di consultare l'agenda, poi l'annuncio: "Venerdì prossimo alle 1 ci vedremo a Palermo", un invito rivolto ovviamente al Comune e alla Provincia, ma anche all'Autorità Portuale, all'Ente porto, alla Soprintendenza, alle FS e alla stessa Marina Militare.

L'obiettivo di Lombardo è creare subito la famosa "cabina di regia" che era alla base di quell'accordo quadro di programma sulla Zona Falcata approvato nel 2007 e rimasto nei cassetti. "Agiremo in unità d'intenti, supereremo i conflitti di competenze, troveremo soluzioni che tengano conto dell'interesse dei messinesi e dei siciliani, cercheremo di coinvolgere il governo nazionale ma in ogni caso faremo tutto ciò che è nei nostri poteri, perchè non vogliamo più che il palleggio delle responsabilità diventi un alibi per lasciare le cose come stanno, mantenendo questa porzione di territorio nell'abbandono e nel degrado".

Parole di buon senso a cui seguono quelle del sindaco Buzzanca:"non ho mai anteposto i fatti politici a quelli istituzionali.
Le divergenze di vedute con Lombardo non significano che io e lui siamo in guerra permanente e che alla fine debba rimetterci la nostra città.
Mi fa piacere che il presidente della Regione abbia compreso l'importanza che la Zona Falcata assume per i progetti di rilancio di Messina e sono stato io a chiedergli di attivare un tavolo per sciogliere una volta per tutte i nodi che rimangono irrisolti, primo fra tutti quello della presenza dell'Ente Porto e della "schizofrenia" che sembra esserci tra i vari Dipartimenti della Regione che, da un lato, vincola per fini culturali le aree della Real Cittadella e, dall'altro, prevede insediamenti industriali nell'ambito del Punto Franco".

Non sarà mai l'armonia ritrovata( che, in fondo, tra i due non c'è mai stata), ma Lombardo e Buzzancam quanto meno, hanno riaperto le porte al dialogo.
In realtà, c'è chi resta alquanto scettico sulle reali possibilità che le dichiarazioni d'intenti si trasformino in atti concreti: "Li aspettiamo - commenta il segretario generale della Cisl Tonino Genovese - e apprezziamo la visita di Lombardo.

Non mi semvra di aaver percepito negli occhi degli attori presenti la volontà d'invertire la rotta.Speriamo di sbagliarci.E' bene che ognuno faccia la sua parte e che nessuno si lamenti più del buio, ma accenda la candela che ci guidi verso un futuro migliore.
Ma a quanto pare - aggiunge - neanche il vento riesce a spazzare via un Ente Porto inutile e dannoso.Ci portano via tutto in questa città ma ci lasciano proprio l'Ente Porto, paradossi di una politica arrogante"
La posta in palio riguarda non solo la Zona falcata.In ballo c'è anche il futuro della Fiera e ieri il sindaco e il commissario Fabio d'Amore hanno convenuto sulla necessità di fissare un incontro in settimana per discutere delle sorti della Campionaria e del quartiere fieristico.

Lucio d'Amico
Gazzetta del Sud


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giovedì 10 marzo 2011

150° della resistenza alla Real Cittadella di Messina (Gazzetta del Sud)



di Antonio Sarica
Da Milazzo liberata, le camicie rosse avanzano verso Messina.Garibaldi vi entra il 27 luglio 1860, e il giorno dopo, Tommaso De Clary, comandante superiore delle truppe borboniche, e Giacomo Medici, maggiore generale garibaldino, stipulano una convenzione, "nell'intendimento di evitare lo spargimento di sangue".

L'accordo prevede che, dalle fortezze messinesi, rimangano ai soldati regi soltanto la Cittadella e le tre ad essa contigue, ossia Lanterna, Don Blasco e San Salvatore.Oltre sa questa piazzaforte, Francesco II di Borbone mantiene quella di Gaeta e di Civitella del Tronto.

Dapprima al comando di De Clary e poi, dal 9 agosto, del maresciallo di campo Gennaro Fergola, i borbonici tengono saldamente la secentesca fortezza sullo Stretto per nove mesi. Quando cade Gaeta e Francesco II va in esilio, segnando la fine del Regno delle Due Sicilie, la Cittadella non si arrende: se il Trono è perduto, va tuttavia difeso l'onore militare.

Dapprima al comando di De Clary e poi, dal 9 agosto, del maresciallo di campo Gennaro Fergola, i borbonici tengono saldamente la secentesca fortezza sullo Stretto per nove mesi. Quando cade Gaeta e Francesco II va in esilio, segnando la fine del Regno delle Due Sicilie, la Cittadella non si arrende: se il Trono è perduto, va tuttavia difeso l'onore militare.

Ma l'orgoglio di Fergola e dei suoi ha i giorni contati; fatalmente lo spegne il decisivo assedio del generale piemontese Enrico Cialdini.
La guarnigione borbonica, ormai allo stremo, abbandona la Cittadella il 13 marzo 1861.

Tale significativo momento storico sarà debitamente ricordato a Messina da domani a domenica 13 marzo, nell'amnito delle celebrazioni per il 150° anniversario della proclamazione del Regno d'Italia.
L'iniziativa è di alcuni autorevoli sodalizi culturali alquanto impegnati, tra l'altro, nella "rilettura" dei fatti risorgimentali.

Domani alle 11, nell'atrio del Salone delle bandiere di Palazzo Zanca, verrà presentata una medaglia commemorativa realizzata dal maestro orafo Alfredo Correnti. E' in argento, con al diritto la pianta pentagonale della Cittadella e al rovescio un motto elogiativo.Seguirà nella stessa sede, la descrizione di singolari immagini rievocative, per lo più incisioni e foto.

Sabato alle 11, una visita guidata nell'istituto industriale Verona-Trento, per ammirare un plastico della Real Cittadella in legno zecchinato, opera degli studenti del medesimo istituto; a alle 17, nel Salone delle bandiere del Municipio, un convegno sul tema dell'"eroica difesa" della roccaforte borbonica nella falce del porto.

Si discuterà anche del libro di Nino Aquila e Tommaso Romano "La Real Cittadella di Messina. 13 marzo 1861, l'ultima bandiera borbonica in Sicilia". Edito di recente dalla Fondazione Thule, il libro consiste di due saggi su "quel travagliato e determinante periodo storico" e di parti salienti del diario di Luigi Gaeta "Nove mesi a Messina e la sua Cittadella" (Napoli, 1862).

E' tempo - scrive Franz riccobono nella introduzione - che "si faccia finalmente e senza reticenze luce sulle modalità politiche e militari che hanno portato alla fine del Regno delle Due Sicilie e alla nascita del nuovo stato italiano". E a proposito della Cittadella aggiunge: si tratta di un monumento "emblematico" del quale rimane gran parte; bisogna restaurarlo senza più indugiare e "restituirlo alla fruizione, alla memoria della nostra terra, alla storia dell'intera Italia".

Aprirà i lavori del convegno l'assessore comunale alla Famiglia Dario Caroniti.Questi i relatori: Franz Riccobono (Associazione Amici del Museo), Antonio di Janni (delegato della Real casa Borbone-Due Sicilie), Giovanni Bonanno (Ordine Costantiniano di San Giorgio), Salvatore Serio (Associazione culturale neoborbonica), Armando Donato (Comitato Storico Siciliano), Umberto Bringheli (Alleanza Cattolica), Vincenzo Gulì (Associazione culturale neoborbonica), Nino Aquila (Museo Risorgimento di Palermo), Tommaso Romano (Fondazione Thule Cultura), Alessandro Fumia (Amici del Museo), Piero Adamo (Zona d'arte Messina).

Domenica alle ore 10.30, nella Chiesa dei Catalani, S.Messa in suffragio dei caduti, presieduta dal cappellano dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, don Vincenzo Castiglione.
Quindi alle 11.30, scoprimento di una lapide celebrativa e commemorazione di quei fatti d'arme, presso il bastione Santo Stefano della Cittadella.

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lunedì 7 marzo 2011

Resoconto dei Venerdi Culturali a Ragusa.



Buona la partecipazione del pubblico per il primo appuntamento dei Venrdì Culturali organizzati dalla Pro Loco di Ragusa presso l’Auditorium S.Vincenzo Ferreri a Ibla. Nonostante infatti la pessima serata con pioggia e freddo un buon numero di appassionati di storia hanno assistito con piacere alle relazioni del dott. Armando Donato, vicepresidente del Comitato Storico Siciliano e del prof Corrado Calvo coordinati dal giornalista Gianni Papa.

Il tema come è stato più volte detto era quello dell’Unità d’Italia nell’ambito delle manifestazioni per il 150° anniversario con uno sguardo particolare al nostro territorio.Armando Donato ha raccontato dei Borboni, del loro regno e dell’economia che in Sicilia, tra il 1800 ed il 1860 aveva raggiunto un buon livello.

Inspiegabile invece come un esercito preparatissimo e numeroso (circa 180.000 uomini) come quello del Regno delle due Sicilie si sia piegato ad un manipolo di un migliaio di persone mal armate e disorganizzate guidate da Garibaldi. La storia deve ancora chiarire molti dei suoi lati oscuri ma prima di tutto ha detto Armando Donato, dobbiamo riprenderci la nostra dignità di siciliani e convincerci di non essere stati soltanto dei colonizzati dal Piemonte.

Per Corrado Calvo l’argomento da approfondire è stata proprio l’economia siciliana durante il regno borbonico. Anche per lo storico siracusano è il momento di riscrivere alcune pagine della nostra storia. Il Val di Noto con la sua elite aristocratica e clericale aveva enormi capacità economiche dimostrate dalla crescita che in quegli anni ebbero città come Modica, Noto Rosolini, Ragusa. Insomma non terra di emigrazione come invece erano le regioni del nord ma solide realtà contadine in grado di affrontare tante dominazioni e tasse e continuare a crescere.

Il prossimo seminario vedrà la partecipazione di Mimì Arezzo e Saretto Sortino. Si parlerà di Ragusa e Donnafugata cercando di far rivivere le abitudini del tempo anche dal punto di vista della gastronomia. Appuntamento a venerdì 11 marzo alle 19,30.

fonte: http://www.reteiblea.it/?p=19663

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martedì 22 febbraio 2011

Via Cialdini a Riposto, nuovo articolo su La Sicilia



Dopo l’appello lanciato nel 2010 - che è stato supportato da centinaia di e-mail giunte da tutta Italia all’indirizzo di posta elettronica del primo cittadino ripostese attraverso il sito web del "Comitato Due Sicilie" [oggi Comitato Storico Siciliano ed aderente alla rete delle Associazioni delle Due Sicilie ndr] - si torna a chiedere al sindaco Carmelo Spitaleri di cambiare la denominazione della strada dedicata al generale Enrico Cialdini, riconosciuto "criminale di guerra sabaudo".

Autore di tale richiesta è un cittadino di Torre Archirafi, il dott. Rosario Pistorio, il quale chiede al sindaco Spitaleri di intitolare la predetta strada della città del porto dell’Etna allo storico di Sicilia, prof. Santi Correnti, nato a Riposto, scomparso nell’agosto di due anni fa.
Pistorio ricorda che su Facebook si è costituito, nei mesi scorsi, un comitato spontaneo, dove si fa esplicita richiesta al primo cittadino ripostese di togliere la targa "via Enrico Cialdini" perché suona ad offesa di tutti i siciliani e delle popolazioni meridionali. "Cialdini - ricorda Pistorio - non esitò a mettere a ferro e fuoco interi paesi del Sud, appena annesso al Piemonte, passando per le armi migliaia di uomini, donne e bambini".
L’appello per ricordare ai posteri l’impegno culturale dello scomparso prof. Santi Correnti, "defensor Siciliae" , oltre che dai figli, magari con l’intitolazione di una strada, non solo nella natia Riposto, è stato lanciato da diverse persone.
S. S.

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mercoledì 29 dicembre 2010

(LA SICILIA) SOTTO I BORBONI SICILIA AL PASSO CON L'EUROPA


Modelli innovativi. La prof. Raffaele: «Anche dopo la Restaurazione, un'efficace azione in campo sociale»

Non è necessaria una radicale rivisitazione. Basterebbe guardare con gli occhi dello storico al periodo borbonico per capire che anche sotto il profilo dell'assistenza quella Sicilia non era la regione arretrata cui gli stereotipi più diffusi ci hanno abituato. Anzi: «Specie il primo periodo borbonico, quello del riformismo, segue le tracce dell'assolutismo illuminato dei grandi prìncipi europei. Nel campo dell'assistenza, c'è una fortissima consonanza con la realtà europea e a tratti un'accelerazione, un anticipo», osserva Silvana Raffaele, ordinario di Storia moderna alla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Catania.

I modelli sono piuttosto innovativi, per l'epoca: «Nel Settecento in Sicilia e a Napoli si aprono i Grandi alberghi dei poveri, opifici cui sono destinati i poveri che vengono tolti dalla strada e messi in condizione di lavorare, sul modello delle work houses di età elisabettiana», dice la professoressa, studiosa di quel periodo e autrice di saggi sulla famiglia, la società e la condizione della donna.
«Un secondo elemento è l'attenzione nei confronti della donna, mirata pur sempre al controllo sociale e a un concetto che collima con quello di onore, non soltanto siciliano ma europeo. Era infatti problema avvertito il passaggio di patrimonio, che doveva essere certo e sicuro. Per questo il padre doveva quindi non avere alcun dubbio quel figlio fosse suo. Di qui la necessità dell'assoluta fedeltà delle spose e lo stigma della prostituzione, che viene nettamente distinta. In questa logica, si aprono i conservatori della virtù, dove a tutte le donne ospitate viene insegnato un mestiere. A Catania ce ne saranno nove».

Segue la stessa impostazione la nascita delle «giunte dei figlioli proietti, primo esempio di struttura di tipo centralizzato per l'assistenza all'infanzia abbandonata». Una sorge a Palermo, svariate altre in Sicilia. Il «beneficio» non è solo la nota ruota fuori dai conventi, che serve ad affidare i bambini non voluti conservando l'anonimato. «Il Comune paga gli alimenti dei bambini fino a cinque anni per i maschi, dopodiché procura un lavoro, e indirizza le ragazze ai conservatori. La ruota di Catania, in venti anni, dal '40 al '60, ricevette quasi 10mila bambini, di cui l'83% morì», sottolinea la professoressa.
Dopo la restaurazione, i Borbone proseguirono una vasta azione di tipo sociale, stavolta sul modello francese. «La scuola primaria diventa gratuita: non obbligatoria perché non si potevano costringere le famiglie povere a privarsi delle braccia da lavoro. Nasce un sistema di scuola secondaria che prevede non solo licei e collegi per i dotti, ma anche scuole professionali attorno alle nuove professioni emergenti, diplomatici, militari etc. Era insomma una Sicilia in perfetta consonanza con l'Europa», afferma Raffaele.

Di lì a poco, nel 1877, ne "I contadini in Sicilia", così Sidney Sonnino descriverà le condizioni delle strutture di assistenza: «La classe dei cosiddetti galantuomini ha in mano tutte le amministrazioni comunali, e inoltre la gestione di tutto il denaro delle Opere pie [...]. Lo spettacolo diventa più doloroso ancora se dalle amministrazioni comunali, ci volgiamo a considerare le Opere pie e le condizioni della beneficenza pubblica in Sicilia. I monti frumentari sono diventati quasi dappertutto un mezzo nelle mani degli amministratori per esercitare l'usura per conto proprio e su più vasta scala [...].Le Opere pie sono considerate in genere dalla classe che le amministra come un campo che deve sfruttare per suo proprio vantaggio. Per gli onesti sono un mezzo di influenza e di favoritismo; per i meno onesti una sorgente di facili lucri e di illeciti guadagni».

Orazio Vecchio, 28 DICEMBRE 2010

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mercoledì 15 dicembre 2010

Riposto(CT) - Gli chiedono di eseguire l'Inno di Mameli, ma lui suona quello del Regno delle Due Sicilie



L'articolo, a firma di Salvo Sessa è apparso sul quotidiano LA SICILIA il 13 dicembre 2010.
I presenti raccontano che il maestro Di Donato, a conclusione del suo concerto all'organo, è stato invitato a suonare l'inno di Mameli. Con garbo si è rifiutato, optando, invece, per quello del Regno delle Due Sicilie.

La scelta sicuramente è stata dettata dallo strumento che suonava. Infatti, all'organo, l'inno di Paisello, "rende" molto meglio di quello savoiardo.
Infatti alla gente è molto piaciuto.


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martedì 26 ottobre 2010

(La Sicilia) Proposta di inserimento delllo stemma borbonico nel Gonfalone della Regione Siciliana




Gli studiosi messinesi, che si appellarono invano alla corretta realizzazione di uno stemma della Sicilia rispettoso della grande storia dell'Isola, protesa da sempre verso l'Europa per gli antichi legami con Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna e Spagna, presentarono all'allora Presidente della Regione Siciliana e per conoscenza al Re di Spagna, ai Presidenti della Repubblica Tedesca e della Repubblica Francese una dettagliata relazione con uno stemma ben preciso.
Le osservazioni dei componenti dell'Associazione Amici del Museo e del Rotaract Club di Messina, coordinati dal compianto araldista Principe Giovanni von Falkensburg, presentavano uno stemma composto dagli emblemi delle principali Case Regnanti dell'Isola......

......Infine, il quarto quarto, tre gigli d'oro in campo azzurro, due sull'altro, al bordo di rosso.
Elegante e regale stemma della dinastia Borbone che resse il Regno di Sicilia, insieme aquello di Napoli, dal 1735 al 1861.
Antico blasone dei Reali di Francia, i gigli o fiordalisi sono i più nobili fiori e rappresentano fin dalla loro origine la speranza, la purità, la chiara fama, il principe benigno ed il retto giudice.
Per concludere, gli studiosi messinesi auspicavano di collocare "sopra il tutto" o "nello scudetto del core" l'antico emblema del popolo siciliano, la mitica Triscele per aver così uno stemma corretto che racchiudesse in se tutta la grande storia di un popolo che per quasi un millennio fu Nazione. Non è mai troppo tardi per rivedere lo Stemma ed il Gonfalone della nostra nobile Terra, dato che, è noto l'interesse dell'attuale Presidente della Regione Siciliana per la riscoperta della storia dell'Isola.

Marco Grassi

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mercoledì 20 ottobre 2010

Sciacca. Anche l'Istituto Reale di Casa Savoja appoggia Maria Sofia

Lettere al direttore 19 Ott 2010 Sciacca: rispetto della storia

Il Comune di Sciacca ha deliberato di intitolare una piazza all'ultima Regina delle Due Sicilie, Maria Sofia von Wittelsbach, Principessa Reale in Baviera. Prima e dopo il voto dell'amministrazione comunale, l’Ircs, Istituto della reale casa di Savoia, ha sostenuto il doveroso omaggio alla consorte di Re Francesco II, figlio di Re Ferdinando II e della Venerabile Maria Cristina di Savoia. Oggi rinnoviamo il nostro pieno sostegno all'iniziativa, che s'inscrive nel ricordo della storia e si oppone alla diatriba creata da alcuni consiglieri comunali che hanno pubblicamente minacciato di far decadere l'amministrazione comunale se il sindaco renderà esecutiva la delibera, con il pretesto che intitolare una piazza alla Regina Maria Sofia, intersecante con Via Salvador Allende, infangherebbe il leader cileno. Una motivazione chiaramente ideologica, lontana dalla ragione e dal buon senso.
Chiediamo a tutti di non strumentalizzare il progetto e di non confondere la storia del Meridione, alla quale i Borbone hanno tanto contribuito, e dell'Italia con quella di un leader che non tutti giudicano allo stesso modo. Un personaggio che si dichiarava marxista ed ha inciso sulla vita di uno Stato sovrano che ha fortunatamente ritrovato la necessaria democrazia. Alla vigilia del 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, auspichiamo che si possa giungere presto alla condivisione, con buon senso, di un patrimonio storico nazionale, al quale tutti gli italiani hanno diritto. Il gioco al massacro della nostra memoria storica non giova a nessuno, mentre danneggia tutti e tende a privare le generazioni future di una parte essenziale del patrimonio comune, senza la quale l’identità nazionale non può dirsi completa.

Convinto del necessario superamento di posizioni antiche o anacronistiche e politicizzate, l’Ircs ringrazia l'amministrazione comunale di Sciacca per la sua doverosa iniziativa, invitandola a rendere esecutiva al più presto la delibera ed assicurando la sua presenza all'evento storico-culturale dedicato alla prozia della Regina d'Italia Maria José.

Alberto Casirati, presidente Ircs

fonte: http://agrigentonotizie.it/lettere-al-direttore/sciacca-rispetto-della-storia_53450.php

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giovedì 2 settembre 2010

I consiglieri di sinistra bloccano Maria Sofia a Sciacca



Borbone, nuova polemica
Pino Marinelli si dimette per protesta dalla Commissione toponomastica

L'amministrazione comunale «dimentica» di adottare una delibera e lui si dimette dalla Commissione toponomastica. Pino Marinelli, 60enne saccense di origini pugliesi, ha riacceso con le sue dimissioni la polemica riguardante l'intitolazione di una pizzetta cittadina a Maria Sofia Wittelback, principessa del regno di Baviera e sposata nel 1859 con il Borbone ultimo re del regno delle Due Sicilie. Dopo la deliberazione della giunta municipale, la piazzetta adiacente al viale Salvador Allende non è mai stata intitolata alla regina dei Borbone, con grave disappunto di Marinelli, che oltre ad essere componente della commissione toponomastica, è anche segretario regionale del comitato delle Due Sicilie [oggi Comitato Storico Siciliano, aderente alla rete delle Associazioni delle Due Sicilie ndr]

All'epoca, nel giugno scorso, scoppiò una feroce polemica, con ambienti della sinistra locale che si opponevano all'intitolazione della piazzetta ad un personaggio borbonico. La delibera venne praticamente sospesa, ma non annullata, ed i proponenti (c'era stata anche una raccolta di firme pro Maria Sofia) hanno atteso fiduciosi: «Io mi dimetto per affermare l'inutilità della Commissione toponomastica - dice Marinelli - non avendo la stessa la libertà di idee storiche e sociali, costretta a sottoporre le proprie decisioni al benestare di ambienti politici di sinistra che sostengono il sindaco. La Giunta - continua - ha votato all'unanimità una delibera di intitolazione di un pezzo di marciapiede, sconfessandola di fatto, prendendola e chiudendola in un cassetto per non dispiacere a certi politici».
Marinelli aveva contestato tale scelta ed aveva scritto al presidente della Repubblica in persona: «So che la vicenda è finita nelle mani del prefetto - dice - e con essa la mia richiesta di adottare la delibera n° 88 del 14 aprile 2010 esitata all'unanimità dalla giunta comunale di Sciacca, con cui chiedevo di sapere se vi fossero delle illegalità. Il Presidente della Repubblica si è rivolto al prefetto per avere notizie della famigerata delibera - aggiunge - ma l'atto non sarebbe mai arrivato ad Agrigento».
Marinelli è pronto a dare nuovamente battaglia, si chiede per quale motiva si osteggia la memoria di una figura storica dell'Italia, quando in città ci sono vie intitolate a tanti altri popoli che da invasori hanno stazionato in Sicilia: «Mi pare che ci siano addirittura intitolate a persone che sono state giudicate tiranni - conclude - vedremo come andrà a finire».
Mesi fa, in città erano nato un movimento che contestava l'iniziativa di Marinelli.

Giuseppe Recca, 29/08/2010

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venerdì 28 maggio 2010

Sul Regno delle due Sicilie e sulla resa della Cittadella


Articolo uscito sul settimanale Centonove

Vi scrivo per segnalarti l'articolo che ho letto sul vostro settimanale, anzi gli articoli alle pagina 40-41 a firma di Marino Rinaldi sulla commemorazione di Garibaldi.
Il signor Rinaldi nella stessa pagina scrive due articoli contraddittori e diversi riguardo l'ingresso di Garibaldi a Messina.
Testualmente cita così:"Dopo la sconfitta di Milazzo il generale borbonico Clary fece ritirare le sue truppe dalla Sicilia.
Il 25 luglio 1860 venne firmata la resa dei borboni ed il giorno successivo Garibaldi ottenne la resa della Cittadella".


Nel secondo articolo invece riporta che tutti i presidi borbonici "caddero il 12 marzo 1861".
In verità il primo ordine dato dal De Clary circa il ritiro borbonico nella cittadella è datato 24 luglio 1860. lo stesso pomeriggio le truppe garibaldine avrebbero attaccato quelle borboniche presso la torre Rizzo e Puntale Pistorio.
La notte del 24 quasi tutto l'esercito duosiciliano era riunito presso il piano di Terranova e la Real Cittadella e dislocato negli ultimi avamposti della zona falcata.
il 26 luglio con il patto De Clary-Medici fu sancito il definitivo abbandono borbonico dei restanti presidi di Gonzaga, Castellaccio e torre del Faro con imbarco per la Calabria o il trasferimento presso la zona falcata nei presidi di Don Blasco, Cittadella, batteria della lanterna e SS. Salvatore.

Il Garibaldi entrerà a Messina sollo il 27 luglio, ad accordi conclusi.
Messina fu l'ultima roccaforte duosiciliana di Sicilia e la penultima del regno, arrendendosi soltanto il 12 marzo 1861, con applicazione dell'ordine di resa la mattina del 13.
La resistenza duosiciliana di Messina ai piemontesi durò dunque ben 8 mesi, mentre l'ultima roccaforte del Regno delle Due Sicilie fu Civitella che si arrese il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione ufficiale del regno d'Italia.

Amando Donato
Responsabile Comitato Storico Siciliano - Messina

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mercoledì 12 maggio 2010

Piazza Maria Sofia di Borbone su La Sicilia




OGGETTO : Città di Sciacca – Intitolazione Belvedere Maria Sophia Wittelsback-Borbone


Amici e compatrioti,

Ancora una volta, la città di Sciacca, superando ostacoli a non finire, critiche sterili ed altro ancora, posti in atto da gente chiaramente ignorante del periodo storico, o palesemente in malafede al solo scopo di mettere in difficoltà l’amministrazione, ha dimostrato che la cronologia dei fatti e dei personaggi accaduti e vissuti nel Meridione d’Italia non è altro che la Storia della propria terra ed i personaggi che ne hanno fatto parte nel bene e nel male vanno rispettati, onorati, crtiticati, ma "liberamente" ricordati.

Sciacca pur nel suo piccolo sta dimostrando all’Italia intera che voler conoscere la verità sulla caduta del Regno delle Due Sicilie, non è far politica, né voler mettere in discussione l’integrità (non l’unità) d’Italia, bensì il “solo” modo di attuare “veramente” quell’unità d’Italia, che “ a forza” vogliono farci inghiottire ancora, e dire agli “Italiani” che il “loro Risorgimento” non era “esattamente quello che ci propinano da 150 anni.

Il fatto sostanziale di quanto sopraasserito sta nei seguenti accadimenti degli ultimi anni:

Giunta di centrosinistra – Invito in città a Juan Carlos di Borbone per la targa sull’isola ferdinandea.

Giunta di centrodestra : Intitolazione Piazza a Ferdinando II e Via Isola Ferdinandea

Giunta di centrosinistra – Intitolazione Belvedere a Maria Sophia di Borbone.

Quindi sia il centrodestra, e ben 2 volte il centrosinistra, hanno dimostrato che parlare del Regno delle Due Sicilie e di quanto è successo in quel tragico periodo storico, NON è fare politica, bensì è solamente cercare di fare chiarezza sul detto periodo e quindi, fare Storia con la ESSE maiuscola.

Purtroppo il governo italiano, cieco e sordo a quanto sta avvenendo nel Meridione d’Italia, continua ad “oltraggiarci” ancora oggi, sperperando milioni di Euro, a festeggeggiare l’unità d’italia.

Possibile che non riescano a capire, che fino a quando non ci sarà resa giustizia dicendo a tutti gli italiani come sono andate veramente le cose, l’unità d’italia resterà solo una chimera. Ci saranno sempre DUE Italie una del centronord e quella del centrosud, perché noi del Sud, dopo aver appreso come fu fatta l’unità d’italia, NON CANTEREMO MAI PIU’ “FRATELLI D’ITALIA”, perché di fratelli “CAINO” ne abbiamo avuti abbastanza.

Ringrazio tutti quelli che “si son spesi” per questa vittoria della “GIUSTIZIA STORICA”.

Il Sindaco di Sciacca e la Giunta che hanno votato all’unanimità per l’intitolazione

Il Vicesindaco : Avv. Carmelo Brunetto – Il consigliere Comunale Giuseppe Ambrogio – Il consigliere provinciale Ezio Di Prima – Il consigliere provinciale Stefano Girasole – Il Presidente dell’Associazione “Pro Perriera”, la Commissione Toponomastica della Città di Sciacca e tutti i firmatari della Petizione “Una firma per Maria Sophia” ed infine il Dr. Filippo Cardinale Direttore del Corriere di Sciacca.

L’inaugurazione avverà (salvo imprevisti) domenica 27 giugno 2010 e a far gli inviti provvederà la Delegazione Siciliana del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio. Ovviamente chiunque può partecipare.

Sarebbe nostra intenzione fare una “lapide commemorativa” degna del sito (il più bello di Sciacca), ma, ci sono dei problemi di realizzazione e quindi ci dovremo accontentare della solita tabella comunale.

Un cordiale saluto a tutti e vi dò appuntamento alla prossima avventura : Francesco II? Chissà, chi vivrà vedrà.


Pino Marinelli

Segretario (a termine) dei CDS

Regione Siciliana

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venerdì 26 marzo 2010

Il caso Maria Sofia approda sul Corriere di Sciacca




Amici e compatrioti,

un insperato aiuto nel far capire ad una parte degli “sciacchitani” che la “Storia” è cultura e non politica è venuto oggi dal giornale locale più letto in città e non solo.

I compatrioti che volessero onorare un giornale “coraggioso” ed il suo direttore non hanno che da mandare una email a questo indirizzo:

corrieredisciacca@libero.it (alla cortese attenzione del Dr. Filippo Cardinale)

Dunque avete seguito i precedenti avuti con un “foglietto” locale, il quale, “dopo aver gettato il sasso,” ha nascosto la mano, omettendo, nonostante il mio richiamo al “diritto di replica” di pubblicare la mia lettera di rimostranze fatte a muso duro, non contro la persona che aveva firmato l’articolo, bensì contro la sua “ignoranza” storica.

Ebbene, non avendo avuto soddisfazione dal “foglietto”, scrissi una lettera al Direttore di una pubblicazione mensile locale titolata “Il Corriere di Sciacca”, avendo dimenticato che trattasi di una pubblicazione mensile, avevo pensato (male) che anche quel giornale o fosse sul libro paga di qualcuno o peggio ancora, il direttore avesse “paura” di esporre le proprie opinioni, cosa “normale” nella stampa locale. Oggi, invece, allertato che c’era in giro per Sciacca un articolo a mia firma e, ricordandomi del “Corriere” sono andato di corsa a comprare il giornale.

Ho dovuto rileggere più volte la risposta del Direttore del Corriere Filippo Cardinale, perché non credevo a quanto stessi leggendo, in quanto il Direttore, non solo ha sposato la nostra tesi della ricerca storica, ma è andato giù di brutto, parlando dell’uso improprio che si fa a Sciacca della Cultura.

Ma non voglio anticiparvi nulla e buona lettura.

Pino Marinelli
Segretario Comitato delle Due Sicilie-Sicilia

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martedì 23 marzo 2010

Ricordata la battaglia a difesa della Cittadella di San Raineri (Gazzetta del Sud)


Le foto esposte nella conferenza sono di Armando Donato Mozer
Responsabile CSS - Messina


Era la più importante fortezza del Mediterraneo, costruita nel XVII secolo a difesa della città(nonostante la versione storica ufficiale sostenga il contrario).
Adesso continua a guardare Messina dalla Falce e chiede aiuto soffocata com'è dal degrado.
E' la storia della Real Cittadella.
Sabato è stato il centoquarantanovesimo anniversario della battaglia a difesa della fortificazione che vide capitolare assieme al regno borbonico di fronte all'esercito piemontese.Una ricorrenza celebrata con una serie di iniziative promosse dal Circolo del Buongoverno e dal comitato costituito dalle delegazioni cittadine del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S.Giorgio, del Comitato Storico Siciliano, dell'Associazione culturale Neoborbonica, dell'Istituto Italiano dei Castelli, dell'Associazione Amici del Museo e dell'Associazione culturale "Generale Fergola".

A partire da venerdì, infatti, nelle chiese di S.Caterina e S.Maria Alemanna, si sono svolti diversi incontri per commemorare la battaglia, fino alla conferenza di ieri, tenuta da Franz Riccobono per tracciare un profilo storico della Real Cittadella dal 1861 ad oggi.
Un secolo e mezzo in cui la fortezza progettata dall'architetto fiamingo Carl Grinemberg si è trasformata da luogo simbolo di difesa a emblema dell'indifferenza delle istituzioni e degli stessi cittadini."Stando a quanto racconta la storiografia ufficiale, la struttura fu eretta contro i messinesi in seguito alla rivolta antispagnola del 1674 - ha spiegato Riccobono -. In realtà il progetto di una fortificazione era stato già previsto: la Real Cittadella fu soprattutto baluardo di difesa della città".

Da quasi un secolo, come si sa, la roccaforte versa nel completo abbandono, prima demolita in più parti e poi "trasformata nella pattumiera di Messina"
Parole sottolineate dalle fotografie che hanno mostrato lo stato attuale della Cittadella, svilita dall'ecomostro dell'inceneritore, occupata abusivamente come abitazione e trasformata in discarica."Eppure basterebbe un'operazione di pulizia per riconsegnarla alla fruizione pubblica, anche come sede di eventi culturali".Nel corso della conferenza, un accenno è stato fatto anche al progetto del CDAC della Sopraintendenza, vanificato dopo la perdita dei finanziamenti(11 milioni di euro dell'Unione Europea).

Un progetto secondo Riccobono non adatto alle caratteristiche della fortezza: "Un monumento insigne di architettura militare senza eguali che potrebbe essere semplicemente museo di se stesso".
Roberta Cortese

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martedì 16 marzo 2010

Cialdini non merita una strada (LA SICILIA)



RIPOSTO. "Il generale fu un criminale di guerra". Il sindaco deciderà se fare cambiare intestazione
Può Riposto essere inserita tra le "Città per la vita - Città contro la pena di morte" e annoverare nello stesso tempo nella propria toponomastica una strada dedicata a un autentico criminale di guerra - il generale Enrico Cialdini - che non esitò a mettere a ferro e fuoco interi paesi del meridione, appena annesso al Piemonte, passando per le armi uomini, donne e bambini?
Un quesito che accompagna la richiesta di cambiare tale denominazione con quella di una personalità che "meglio possa rappresentare i valori della sicilianità", avanzata al sindaco Carmelo Spitaleri da Rosario Pistorio, pensionato di Torre Archirafi.

"Tre gli episodi in particolare, avvenuti negli anni seguenti all’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte - racconta Pistorio - caratterizza la ferocia di Cialdini come luogotenente dell’ex regno borbonico: il cannoneggiamento di Mola di Gaeta e gli eccidi di due paesi sanniti, Casalduni e Pontelandolfo nel 1861".
"Nel nome della lotta al brigantaggio - continua - che altro non fu che la legittima resistenza all’invasore piemontese, la repressione messa in atto da Cialdini, come scrive Vittorio Messori, registrò nel solo Napoletano 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2.905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13. 629 deportati; 1.428 Comuni posti in stato d’assedio.
"Mantenere detta denominazione alla via "de quo" - conclude Pistorio - suona come un’offesa al buon senso.
Sarebbe giusto rimuovere al più presto tale targa stradale
".
"Alla luce di questa richiesta - risponde il primo cittadino ripostese Spitaleri - attenzioneremo, magari con l’aiuto di esperti, gli episodi che hanno visto come protagonista Cialdini prima di decidere, considerando anche che si tratta di una strada storica di Riposto".

SALVO SESSA

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giovedì 4 marzo 2010

Il recupero delle artiglierie borboniche (La Gazzetta del Sud)



di Armando Donato, CSS Messina

Quella dei cannoni di Capo Peloro è una questione ben nota da molti anni. Si tratta infatti di artiglierie settecentesche in ghisa ad avancarica della Marina del Regno delle Due Sicilie poste in difesa costiera, quindi sabotate ed abbandonate sulla spiaggia come rottami già prima dell’arrivo delle truppe garibaldine.Il relativo periodo storico si rifà alle campagne di conquista francese (1800-1815) e la diretta minaccia alla Sicilia con navi e truppe appostate sulla sponda calabra. All’epoca l’area di Capo Peloro (Piazzaforte della Real Marina di Messina) con la torre del Faro era già campo trincerato retto da un colonnello, ricco di varie opere di controllo e difesa antinvasiva, presidiate da artiglieri siciliani e reparti inglesi.

La flotta Borbonica di Messina utilizzava unità capaci anche di 74 pezzi di artiglieria da 36, 24 libbre ecc. Molteplici i tentavi di sbarco e gli scontri navali con le unità francesi a Villa SG, Punta Pezzo, Bagnara, Scilla, Capo Peloro ecc. Il disarmo di navi da guerra e l’installazione delle artiglierie in difesa costiera era una pratica piuttosto frequente, infatti lo stemma dell’Armata di Mare e del rgt. Real Marina posto presso la cintura di volata di un cannone, insieme ai numeri a due cifre rilevati vicino ai tre rispettivi foconi, indicano l’originario armamento su unità navale borbonica, le cui artiglierie venivano contate progressivamente partendo dal basso.

Un corretto riutilizzo di cannoni non a caso mancanti di affusto (strumento di sostegno che ne consentiva l’alzo ed il tiro) non da campagna, ma alla marinara, tipico per pezzi di notevole stazza, presupponeva la presenza di maestranze specializzate, l’uso di specifici legni, munizionamento adeguato, prove e test. Impossibile inoltre per artiglierie di tal genere effettuare fuoco di copertura per ipotetici sbarchi garibaldini in Calabria, in primis perché essi avvenivano per sicurezza sempre di notte, rendendo quindi cieca l’azione di fuoco, in secondo luogo perché i cannoni come quelli di C. Peloro, aventi gittate massime di circa 1000 metri, mai avrebbero potuto proteggere teste di sbarco garibaldine in un’ area in cui la sponda opposta dista notoriamente 3000 metri e più.

Tuttavia è palesemente inverosimile un qualsiasi uso attivo di tali cannoni da parte garibaldina, tanto evidenti sono le palle conficcate ed incastrate a forza all’interno di tutte e tre le bocche, irrimediabilmente ostruite. Ciò non è un caso bensì un chiaro segno di autosabotaggio, ovvero tipica azione effettuata dai militi che abbandonando una postazione e relative artiglierie non trasportabili, le rendevano inservibili al nemico. Nel caso specifico le truppe borboniche evacuarono le postazioni di C. Peloro il 26 luglio 1860. Nessun riutilizzo garibaldino dunque, trattandosi già di relitti inservibili ed in abbandono, usati come bitte dai pescatori locali in tempi più recenti.

Armando Donato

Si ringraziano:
La Gazzetta Del Sud, Giovanni Arigò, Salvatore Cavalli, Vincenzo D’Amico
.

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giovedì 4 febbraio 2010

Video intervista di TRS al segretario regionale sul "Belvedere Maria Sofia"


Con l'intervista al segretario regionale dei CDS Sicilia Pino Marinelli, prende il via ufficialmente l’iter burocratico per l’intitolazione del belvedere a Maria Sofia di Wittelsbach, regina e moglie dell'ultimo re del Regno delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone.

Maria Sofia era sorella della famosa Sissi, l'imperatrice d'Austria. E lo dimostrò.

Clicca per vedere l'intervista

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lunedì 10 agosto 2009

Un affascinante viaggio nel passato



Il convegno su «Riposto e il Regno delle Due Sicilie» svoltosi nel Parco delle Kenzie nell’ambito di «Progetto Estate»

Il Parco delle Kenzie ha ospitato il convegno su «Riposto e il Regno delle Due Sicilie», organizzato nell’ambito di «Progetto Estate» dal Comitato «Due Sicilie».
«Finalmente un incontro interessante - ha commentato lo storico ripostese Mario Giannetto - che mette in luce un periodo aureo della nostra Riposto».
I due relatori - Davide Cristaldi e Giuseppe Daidone - hanno lustrato le ultime scoperte storiche del Comitato «Due Sicilie » nel territorio ripostese: l’ex stazione telegrafica ottica di contrada Modò, risalente al Regno delle Due Sicilie; il testo di un’antica epigrafe che era situata sulla sommità della Torre d’Archirafi, restaurata nel 1762 da Giovanni Natoli, duca di Archirafi, in occasione delle nozze di Ferdinando di Borbone con Maria Carolina d’Austria; l’identificazione in un altarino di campagna di un affresco del pittore palermitano Vito D’Anna.

Salvo Serio - che ha esposto due dipinti con le navi dell’Armata di Mare del Regno delle Due Sicilie - ha relazionato sui primati economici e sociali raggiunti in Sicilia durante il periodo borbonico.
L’incontro è stato arricchito dagli interventi della scrittrice Elisabetta Alligo e del documentarista Franz Riccobono. (S.S.)

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sabato 21 marzo 2009

Il Comitato Storico Siciliano alla X° Commemorazione della Real Cittadella di Messina (FOTO)


di Davide Cristaldi Comitato Storico Siciliano
Addetto Stampa: Dott. Marco Giuseppe Grassi

Sabato 14 Marzo 2009 a Messina si sono svolte una serie di iniziative che hanno ricordato il 148° anniversario dell’eroica difesa della Real Cittadella di Messina da parte dei fedelissimi soldati duosiciliani assediati dalle truppe piemontesi del borioso Generale Cialdini.

Era il 13 Marzo 1861, a quattro giorni dalla proclamazione a Torino del Regno d’Italia, quando dalla Cittadella veniva ammainata la candida bandiera duosiciliana. La fortezza messinese rappresentò, insieme con quelle di Gaeta e di Civitella del Tronto, l’estrema resistenza del millenario Regno delle Due Sicilie, dove i soldati meridionali pur sapendo della inutilità di ogni sforzo cercarono di difendere la propria Patria esprimendo fedeltà a Francesco II di Borbone. Una gloriosa pagina del passato volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale come la stessa Real Cittadella, testimone inesorabile dei fatti, che ancora oggi versa nel totale abbandono. La manifestazione, nonostante il forte boicottaggio della stampa cittadina che ha ignorato totalmente e appositamente l’evento, ha avuto una buona riuscita con l’apprezzamento dei tanti partecipanti provenienti, oltre che da tutta la Sicilia, la Calabria e la Campania, anche dalla non certa vicina Buenos Aires.
Queste celebrazioni, che si svolgono annualmente da ormai ben 10 anni, sono state organizzate dall’Associazione Amici del Museo di Messina, dall’Associazione Culturale “Generale Fergola”, dalla Delegazione di Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e dalle Delegazioni di Messina dell’Istituto Italiano dei Castelli, del Comitato Storico Siciliano.... Il Comunicato continua su http://www.messinaweb.eu/

Il Comitato Storico Siciliano a Messina
Continua il percorso di sviluppo dell'Associazione che nel giro di un anno è riuscita ad essere presente ed a collaborare a tutte le manifestazioni più importanti della cultura del ricordo duosiciliano.
Sono stato alla Cittadella per la prima volta ed ho incontrato delle persone splendide che hanno davvero a cuore la nostra Patria e tutto ciò che la rappresenta; degli amici con cui intraprendere assolutamente un percorso comune di riscoperta e divulgazione della storia del Regno delle Due Sicilie.
Un ringraziamento particolare va ad Armando Donato Mozer, rappresentante messinese del Comitato Storico Siciliano e membro dello staff organizzativo della Cittadella ; Salvatore Serio  inventore della decennale commemorazione; Giuseppe Daidone rappresentate del Comitato Storico Siciliano di Giarre-Riposto(CT), senza dimenticare l'instancabile Cav. Gianni Salemi, gli amici Placido Altimari da Catania, Marco Grassi da Messina, Franz Riccobono e Porcaro da Reggio.



Buone notizie dalla Sicilia
Il Comitato Siciliano è stato ufficialmente invitato dal Comune di Riposto a partecipare alla giornata nazionale degli Itinerari Culturali, nel corso della quale dovremmo accompagnare turisti, visitatori e scolaresche presso il Telegrafo Ottico Borbonico della cittadina marinara, una scoperta importantissima compiuta dal gruppo di ricerche storiche dei Comitato. Sarà un occasione da non perdere per illustrare la storia locale e nazionale delle Due Sicilie attraverso i suoi monumenti e primati storici. Iscritti e simpatizzanti del Movimento sono invitati a partecipare, a breve saranno comunicate le date.
Per finire ho il piacere di comunicare che i Prof. Leonardo Interlandi, grande cultore di storia borbonica, sarà il rappresentante per Taormina del Comitato Storico Siciliano



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lunedì 19 gennaio 2009

IL LAGER dei SICILIANI (Repubblica)



LA PRIGIONE CHE RACCONTA LE OMBRE DEL DOPO UNITÀ

Migliaia di soldati dell’esercito borbonico morirono di stenti a Fenestrelle, la fortezza della cattiva coscienza
Siamo lontani dalla Sicilia, molto lontani.Tanto più sorprende la lapide murata su una delle fortezze, a commemorazione di «migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie» morti di stenti. Subito non si capisce. Gli anni ricordati nella lapide sono quelli dell’Unità: che ci facevano i soldati delle Due Sicilie sulle montagne piemontesi?Ma non erano tutti accorsi a dare man forte a Garibaldi? Le risposte richiamano il lato in ombra del tardivo processo di formazione dello Stato italiano, in genere presentato come il frutto logico-naturale di una volontà collettiva trionfante sui retrivi regimi preunitari. E la retorica è solo un velo sottile, buono a coprire
" Il carcere piemontese era pieno di meridionali laceri e malnutriti, che rifiutavano di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele "
le spinte centrifughe pronte a rimettere in discussione l’assetto nazionale: come i due volti della stessa medaglia, dove non trova spazio una volontà «empaticamente illuminista», che può permettersi di conoscere anche gli aspetti meno esaltanti della nostra storia. I campi di prigionia per meridionali sono un buon esempio di questa storia ignorata, segreta, nascosta.Era il 1860, Garibaldi ancora combatteva e già bisognava decidere il destino dei 97 mila soldati dell’esercito borbonico.Molti si danno alla macchia, protagonisti di una taciuta guerra civile che per anni imbarazza il nuovo Stato. Gli altri vengono portati in campi provvisori a Livorno, Genova, Alessandria, Ancona, Rimini e Fano: migliaia di prigionieri, il primo problema è come trasportarli. Nel Carteggio di Cavour — volume III, pagina 347 — una lettera del generale Manfredo Fanti invoca soccorsi, vapori noleggiati all’estero «perché altrimenti è impossibile uscire da questo labirinto»: c’erano da spedire 40 mila uomini da Napoli e dalla Sicilia, la Marina militare non bastava a contenerli tutti.Dai centri provvisori i prigionieri erano destinati al campo di Fenestrelle o a San Maurizio Canavese, nei momenti di emergenza arrivano anche nella Cittadella fortificata di Milano. A San Maurizio ci sono i militari sbandati, destinatari di una prima «rieducazione»: ogni soldato riceve un sacco e una coperta da campo, un berretto, una «cravatta a sciarpa», una gavetta con cucchiaio, giubba e pantaloni, una sobria razione di viveri da pagare col proprio soldo. Ai borbonici è riservata una «istruzione di moralità militare», se promossi possono arruolarsi nell’esercito nazionale. Altrimenti vengono portati al campo di Fenestrelle, «finché si correggano e diventino idonei al servizio».Nell’universo carcerario del nuovo Stato la prigione di Fenestrelle è il tassello più importante, il più temuto. Più che un campo di prigionia è un sistema fortificato adibito a carcere militare dove i soldati borbonici cominciano ad arrivare nell’agosto del 1860, quando il gelido inverno dell’alta montagna è alle porte. In un libro intitolato I lager dei Savoia Fulvio Izzo riporta la testimonianza di un pastore valdese, che incontra una colonna di prigionieri e decide di visitare il campo. È l’ottobre del 1860, il valdese Georges Appia trova «i nostri prigionieri sparsi lungo le mura della fortezza a scaldarsi al sole; altri lungo la riva del torrente lavavano la loro unica camicia». Fenestrelle rigurgita di meridionali laceri, malnutriti, che rifiutano di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele. Il nuovo Stato si mostra assediato dalle emergenze interne e dalla necessità di apparire solido alle potenze europee, in piedi quasi per scommessa ma sempre a rischio di implosione, con una precoce vocazione autoritaria che ne tradisce la fragilità. I campi di prigionia sono l’episodio-limite di un atteggiamento che porta a perseguitare anche Garibaldi e le sue camicie rosse, che pure erano stati tanto utili. Il guaio è che, dissoltasi l’eco dei proclami retorici, l’adesione allo Stato unitario appare precaria: e se il Meridione è l’anello debole sul fronte interno, con gli agguerriti avversari esterni la competizione è per non soccombere sulla scena internazionale. È così che l’insicurezza e la paura spingono a moltiplicare la rigidità, col risultato di approfondire le vecchie diffidenze. La situazione allarma anche qualche patriota ed è Massimo d’Azeglio, ricordato soprattutto per la sua frase che «fatta l’Italia bisognava fare gli italiani», a scrivere che il re Borbone era stato cacciato per stabilire un regime fondato sul consenso universale. Ma allora, come si spiegava che «per controllare la parte meridionale del regno ci vogliono sessanta battaglioni?»Fenestrelle è il lager di casa, la Siberia italiana, lo spauracchio da agitare davanti ai riottosi, il luogo-simbolo della cattiva coscienza nazionale. Gli internati di Fenestrelle sono «delinquenti» per definizione ed è Caroline Marsh, moglie dell’ambasciatore americano a Torino, che nel diario annota: «Pare che ci siano quasi 6 mila di questi malintenzionati ed è un numero eccessivo, che potrebbe causare problemi ». Infatti il pomeriggio del 22 agosto 1861 quasi mille prigionieri tentano di impadronirsi della fortezza: divisi in 4 gruppi vogliono chiudere le porte, occupare il magazzino delle armi e i punti strategici, uscire dalla prigione.Vengono scoperti e disarmati ma la notizia della mancata insurrezione trova spazio sui giornali, che registrano come — mentre l’esercito piemontese combatte i briganti — si corre il rischio che i meridionali possanoricambiarli portando la guerra nelle valli piemontesi.La Sicilia sembra solo marginalmente coinvolta in questi episodi, prima dell’Unità l’Isola non s’era lasciata sfuggire una sola occasione per proclamare il suo essere visceralmente antiborbonica.A Fenestrelle e negli altri campi di prigionia i siciliani saranno arrivati soprattutto nel 1862, dopo la fallita impresa di Aspromonte, quando nella fortezza vengono consegnati 473 garibaldini. È un’ipotesi sensata,dalla Sicilia, in tanti seguono Garibaldi e finiscono prigionieri.Ma in un libro pubblicato nel 1864 da Alessandro Bianco leggiamo un episodio insolito, poco spiegabile con le vecchie categorie: è il 6 aprile 1862, fra i generali dei briganti napoletani arriva un palermitano. Si chiama Politini, «farmacista siciliano, omicida e uomo cognito per antiche violenze» che ha la missione di
" Nel 1862, dopo la fallita impresa di Aspromonte arrivarono 473 garibaldini, i cadaveri venivano sciolti nella calce "
uccidere il generale Cialdini, vale a dire l’uomo a capo delle truppe inviate per reprimere il brigantaggio. Resta il fatto che su Fenestrelle e i siciliani non si hanno dati precisi, forse non si potranno mai avere. I corpi dei tanti che morirono per il freddo e i maltrattamenti furono dissolti nella calce, solo in pochi ebbero la ventura di lasciare i loro nomi nei registri della parrocchia di San Luigi. E, al momento, i più attenti nel ricordarli sono gli aderenti al “Comitato delle Due Sicilie”, che lo scorso luglio hanno scoperto la lapide dedicata alle «migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilieche si erano rifiutati di rinnegare il Re e l’antica patria».
AMELIA CRISANTINO (Repubblica, domenica 18 gennaio 2009)


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