sabato 24 ottobre 2009

Fu Garibaldi il primo a trattare con la Mafia


(Garibaldi e Mazzini con aureola in testa intenti a lavorar di compasso, stampa del'800)

Da sempre in Italia, i cassetti segreti si aprono per due motivi: quando è passato così tanto tempo da renderne il contenuto inoffensivo oppure per usare tali contenuti come arma contro l'avversario politico.
La recente riesumazione del "Papello" sembrerebbe portare verso la seconda ipotesi.

Secondo alcuni quotidiani la lista contenente una serie di richieste mafiose allo Stato, rappresenterebbe la prova di una trattativa intercorsa tra Stato e Mafia.
Ma nel '92 si verificò un caso isolato oppure in precedenza vi furono altre trattative con la criminalità organizzata?

Quando sui grandi quotidiani italiani è stato trattato l'argomento Garibaldi, per giustificare gli aspetti poco chiari e controversi dell'unificazione nazionale, si è scritto che: "visti i tempi erano necessarie misure urgenti" oppure "urgeva fare l'Italia ad ogni costo" ed ancora "a mali estremi, estremi rimedi"....
Insomma per i media nazionali, le cattive azioni di Garibaldi e Cavour sono da assolvere e giusticare.

Tra le "giustificazioni" ve ne sono alcune degne di nota che i Professoroni del Risorgimento mettono semplicisticamente e irresponsabilmente in secondo piano come ad esempio la liberazione coatta di tutti i criminali rinchiusi nelle carceri palermitane e napoletane senza distinzione di pena, in quanto "essendo imprigionati dai Borbone, erano per forza innocenti".

Ma la vicenda più torbida dell'Unità d'Italia, sui cui spesso storici e giornali conformisti hanno volutamente chiuso gli occhi, è stato quando le forze garibaldo-piemontesi, anziose di assicurarsi al più presto il controllo definitivo delle Due Sicilie, stipularono degli accordi con la criminalità siciliana a napoletana(che allora non era organizzata) concedendo ai vari capi bastone diversi posti nelle istituzioni.
Fu così che personaggi noti per le loro azioni criminali alla polizia borbonica divennero prefetti, capi della guardia nazionale, poliziotti, politici ecc.ecc. mentre criminali comuni assassinavano i dipendenti pubblici allo scopo di prenderne il posto.Completava il bel quadretto la classe politica piemontese faceva finta di non vedere, se non era direttamente implicata.

Quello fu il momento in cui la criminalità di istituzionalizzò, assumendo il carattere organizzato che oggi la denota.

Fatta questa lunga premessa, abbiamo immaginato per un'attimo cosa sarebbe successo se Falcone e Borsellino fossero vissuti ai tempi di Garibaldi e se il giornalista Alfano ed il generale Dalla Chiesa fossero stati assassinati quando Cavour era ancora vivo, sicuramente avremmo letto nelle pagine dei giornali dell'epoca frasi del tipo: "è normale se durante il processo unificatorio in corso non tutto fila liscio, soprattutto in questi primi anni in cui vi sarà un assestamento"

Ma un Falcone fu ucciso davvero dalla mafia nel 1893, si chiamava Emanuele Notarbartolo, già presidente del Banco di Sicilia e sindaco di Palermo, spese la sua carriera politica nella lotta alla corruzione.Fu ucciso con 27 coltellate dai mafiosi Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, su mandato pare del deputato colluso Raffaele Palizzolo. Tale omicidio venne considerato il primo delitto di mafia.
E' inutile aggiungere che sfogliando i più autorevoli giornali e testi sulla storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, questo importante delitto non viene mai citato se non, in alcuni casi, superficialmente.

Le trattative e gli accordi che all'epoca furono stipulati con la mafie, dunque oggi verrebbero definiti "necessari"; ma in realtà tutta questa faccenda è una dannata storia di interessi politici. E ciò è dimostrato dal fatto che la questione del Papello e della trattativa è stata tirata fuori soltanto adesso e non certo per fare finalmente chiarezza sui rapporti secolari tra la criminalità organizzata ed una parte dell'apparato statale.

Se i primi attacchi frutto delle nuove rivelazioni mafiose sono andati stranamente contro esponenti della sinistra (Mancino e Violante), oggi si leggono invece attacchi contro esponenti della destra (Dell'Utri e Berlusconi)
Un attacco (stranamente) bipartisan?

Per rispondere credo sia necessario cambiare domanda: A chi interessa spodestare sia la sinistra che la destra dalla Sicilia(e dunque dall'Italia)?

Una risposta efficace forse ce l'ha data Beppe Grillo che qualche giorno fa si è lasciato andare in una dichiarazione sensazionale nel suo articolo Smemorati di Mafia: "Basta con la commedia, la Sicilia si dichiari indipendente"

E chi ci legge sa a quale movimento politico oggi Grillo è vicinissimo.

PER APPROFONDIMENTI:

- Trattativa riservata - Il Consiglio dell'Abate Vella, 23 ottobre 2009


- La prossima Tangentopoli? Partirà da via D'Amelio - Comitato Due Sicilie/SICILIA, 9 ottobre 2009

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martedì 13 ottobre 2009

Storia, il Nord voleva una "Guantanamo" per la gente del Sud

(la Patagonia)

Segnaliamo dalla Gazzetta del Mezzogiorno questo importante studio sui campi di prigionia che i piemontesi tentarono di istituire nelle lande più desolate del globo.

Fortunatamente ciò non avvenne perchè trovarono modo di internare a Fenestrelle, nel vicino Piemonte, i fedelissimi del disciolto esercito borbonico.

di MARISA INGROSSO

Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».

Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».

Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».

Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.

Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.

Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».

È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».

«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».

Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.

MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.

A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».

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venerdì 9 ottobre 2009

La prossima Tangentopoli? Partirà da via D'Amelio



Da un pò di tempo si notano delle vistose incrinature sui muri di cinta di quella che doveva essere una fortezza solida ed inespugnabile: se nel corso di questa estate la tenacia dell'assedio sembrava allentarsi, ciò era avvenuto per la stagione particolarmente afosa che, come tutti gli anni, distrae l'opinione pubblica dalle vicende politiche del Bel Paese.
A settembre gli attacchi verso il PDL, sempre più gigante dai piedi di argilla, sono tornati a farsi vigorosi e le elezioni anticipate che a giugno erano probabilità, oggi appaiono quasi certezza.

Prima delle ferie estive eravamo rimasti agli scandali berlusconiani di Noemi e Villa Certosa, i quali avevano creato non pochi problemi all'immagine del Premier, soprattutto alla luce dei risultati non performanti alle elezioni europee.

Ma una nuova tegola, stavolta molto più grossa e pericolosa, sta in bilico sulla testa di Berlusconi: si tratta della famosa agenda rossa che secondo alcuni conterrebbe delle annotazioni compromettenti per lo Stato.Da qualche giorno si sentono i sussurri di autorevoli trasmissioni televisive (tra cui AnnoZero) o di manifestazioni pubbliche ed influenti testate giornalistiche, che negli anni '90 vi sarebbe stato una sorta di accordo o trattativa tra i vertici dello Stato e la Mafia.

Appare chiaro che se ciò dovesse essere vero (e noi sappiamo che è vero) avverrebbe una sorta di piccola rivoluzione francese con conseguente decapitazione politica degli attuali governanti, anzi di quasi tutta la classe politica.
Proprio come avvenne per Tangentopoli nel 1992, che poi (sarà un caso?) è lo stesso anno della strage di Via d'Amelio.

A parte la coincidenza delle date, se si dovesse dimostrare un effettivo coinvolgimento dello Stato come sembra stia per accadere, ciò porterà inevitabilmente ad uno sfaldamento dai risvolti imprevedibili e l'opinione pubblica, come in Tangentopoli, reclamerà le teste dei politici.

Prima di continuare sorge spontanea una domanda: Ma perchè l'affare dell'agenda rossa non è saltato fuori quando al governo c'erano il PD e Di Pietro?

In realtà lo sappiamo tutti che una parte dello Stato con la Mafia ci fa affari da sempre, persino Garibaldi non appena sbarcato nelle Due Sicilie liberò i criminali dalle galere di Palermo e Napoli, dando loro il compito di garantire l'ordine pubblico. Ladri, delinquenti e criminali divennero prefetti, ispettori, capi della Guardia Nazionale, in un orgia di misfatti e prevaricazioni dove si assassinavano gli impiegati pubblici per prenderne il posto.

Ecco perchè, come più volte abbiamo detto, la data di nascita della mafia per noi corrisponde al giorno dello sbarco di Garibaldi a Marsala.Persino gli americani si servirono della Mafia, fino all'Unità d'Italia inesistente nella sua struttura organizzata, durante lo sbarco in Sicilia nella seconda guerra mondiale.

Pochi minuti dopo l'assassinio del giornalista anti-mafia Alfano, padre della Sonia oggi impegnata politicamente, un nucleo speciale delle forze armate perquisì inspiegabilmente la sua casa portando via dei documenti; oppure come non ricordare l'arresto di Bernardo Provenzano il giorno stesso in cui la sinistra vinse le penultime politiche?

Ed ancora. Le famose passeggiate di Nitto Santapaola in Via Etnea a Catania, quando era ufficialmente latitante?

Nel nostro articolo "Sta per nascere il Partito del Sud, tra trappole ed insidie" abbiamo parlato delle riunioni londinesi del Council of Foreign Relations Europe nella cui lista dei membri si leggono i più influenti politici europei, tra cui i nostri Leoluca Orlando(IDV), Gianfranco Fini (PDL), Massimo D'Alema (PD).
In tale Istituto si suggeriscono le politiche che i singoli membri devono adottare al loro paese, non è escluso dunque che proprio li vengano studiate le strategie per abbattere l'attuale governo. Non dimentichiamo che attacchi davvero pesanti sono arrivati proprio da giornali inglesi conseguentemente ripresi da quelli italiani.
Lo stesso Di Pietro è stato più volte intervistato dal Times e nel corso di una delle interviste ha dichiarato che "Berlusconi cadrà come Saddam Hussein"(1)

Tra tutte le coincidenze citate in precedenza ve n'e una in particolare: oggi come nel 1992 sembra esserci ancora Antonio di Pietro alla guida della rivoluzione, che con il suo partito ha assunto una forte connotazione anti-mafia.
Sono tutte iniziative dell'Italia dei Valori, le manifestazioni avvenute ultimamente come quella a Roma dell' Agenda Rossa, senza dimenticare che l'affare del block notes di Borsellino è stato largamente trattato da Marco Travaglio (giornalista molto vicino all'IDV) nella trasmissione AnnoZero.
Nemmeno deve apparire strano che De Magistris(IDV) si sia dichiarato favorevole alla Costituzione Europea, suscitando le proteste dei suoi sostenitori, tant'è che sulla sua pagina di Facebook è stato costretto a spiegarne i motivi.

Quanto a Fini, ormai rappresenta un'enclave dell'opposizione all'interno del PDL, ha deciso di eseguire quanto concordato all'interno del Council of Foreign Relations, a giudicare dai contrasti continui con Berlusconi. E' incredibile infatti come gli ideali di Fini siano passati in così poco tempo da destra a sinistra.

Tutte queste storie ci fanno capire che oggi è necessario un impegno forte per la questione dell'identità e per l'autonomia dei popoli (come peraltro stanno già facendo in Irlanda ed in altri paesi) oggi seriamente compromessi dalla recente approvazione della Costituzione Europea (che purtroppo reintroduce, seppure in alcuni casi la pena di morte) e da quei Poteri come i poco noti Istituti per le relazioni Internazionali che si servono dell'Emiciclo per privare gli europei di quei diritti fondamentali che sono stati conquistati nel corso dei secoli.
Ciò che vogliono fare queste Forze si capisce facilmente: la pianificazione di una dittatura, che tolga ogni potere decisionale alle Nazioni e controlli direttamente il cittadino (fisco, diritto penale, trasporti, politica energetica, sanità pubblica, cambiamento climatico ecc.ecc.)

Le elezioni al Parlamento UE da oggi diventano importantissime, è stata una pessima mossa da parte dell'attuale governo di apporre gli sbarramenti elettorali per le europee: infatti paradossalmente chi ha impedito l'accesso all'Emiciclo ad alcuni partiti, che pur in disaccordo, avevano messo in primo piano il rispetto dei diritti e dell'autonomia dell'individuo, si è trovato ad avere guai ben più peggiori in casa ed adesso rischia l'implosione.

(1) Repubblica, 19 settembre 2009

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giovedì 1 ottobre 2009

L'acclamazione di Garibaldi in Inghilterra e l'appoggio massonico ai Mille


Una folla oceanica acclama Garibaldi a Trafalgar Square - Londra
Tra il 3 ed il 27 aprile del 1864, Garibaldi visita l'Inghilterra, anche se in passato vi si era recato già 3 volte.
Durante la sua permanenza, ricevette la visita del Principe del Galles e quella di importanti politici inglesi tra cui il primo ministro Palmerston. Mentre la regina Vittoria non volle vederlo.
A Garibaldi fu conferita la cittadinanza onoraria londinese.
Il nizzardo fu ricevuto in pompa magna dagli inglesi e le cronache dell'epoca narrano di una partecipazione mai vista, tant'è che molti si stupirono considerata la proverbiale freddezza del popolo inglese.
L'illustrazione del corteo di Garibaldi a Trafalgar Square (11 aprile 1864) descrive efficacemente l'importanza di quell'evento.
Dopo 24 giorni di permanenza, seguendo il consiglio dei medici preoccupati per la sua forma di artrite, si reimbarcò alla volta di Caprera.

Ecco comunque come ringraziò Garibaldi i vertici della massoneria italiana, che avevano nel capoluogo piemontese la loro sede nazionale, per averlo nominato Gran Maestro della Loggia di Sicilia:

"Torino, 20 marzo 1862 E:. V:. Ill:. ffr:. Assumo di gran cuore il supremo ufficio di capo della Mass:. It:. costituita se:condo il rito scozz:. rif:. ed accet:. Lo assumo perche mi viene conferito dal libero voto di uomini liberi, a cui devo la mia gratitudine non solamente per l'espressione della loro fiducia in me nello avermi elevato a così altissimo posto, quanto per l'appoggio che essi mi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali. Codesta nomina a G:. M:. è la più solenne interpretazione delle tendenze dell'animo mio, de' miei voti, dello scopo cui ho mirato in tutta la mia vita. Ed io vi dò sicurtà, che mercè vostra e colla cooperazione di tutti i nostri ff:. la bandiera d'ltalia, ch'è quella dell'umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la luce del vero progresso. Che il G:. A:. dell'U:. spanda le sue benedizioni su tutte le LL:. e che ci guardi sempre con occhio propizio e ci continui le sue grazie il nostro divino protettore S. Giovanni di Scozia.
Abbiatevi il bacio fr. G. Garibaldi"

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mercoledì 30 settembre 2009

Garibaldi, la massoneria ed il ruolo dell'Inghilterra nella conquista delle Due Sicilie


Ho avuto la fortuna di visitare il museo del Risogimento di Milano in cui sono presenti decine di scaffali e vetrine contenenti grembiuli, sciarpe, attestati, simboli vari, medaglie delle varie logge massoniche italiane relative a Garibaldi ed altri.
Nel 1863, il Gran Maestro della Loggia di Sicilia era proprio Giuseppe Garibaldi(1).

E' degno di nota il programma di accoglienza che gli inglesi avevano preparato per la famosa visita di Garibaldi a Londra, avvenuta dopo la conquista delle Due Sicilie:

"Mentre Garibaldi appressavasi all' Inghilterra per la via di Gibilterra, più meeting si adunavano a Londra per fornire i preparativi di uno splendido ricevimento. La più importante di queste adunanze fu tenuta a Wellington-Club Strand ove si raccolsero i deputati del Commercio, delle Società operaje ed altre congregazioni politiche.
Martedi, al Wellington club Strami, ebbe luogo un meeting dei delegati del commercio di molte società operaie e corpi organizzati onde prendere risoluzioni sul modo di ricevere Garibaldi, che si aspettava a Southampton il 3 aprile.
Intervennero al meeting 100 delegati, non che il signor Taylor, membro del Consiglio municipale e segretario del Comitato di ricevimento della città.
Il presidente, signor Cramer, avendo aperta la seduta, il segretario onorario disse che Garibaldi, dopo aver fatto una corta visita al signor Seely, membro del Parlamento , all' isola di Wight, giungerebbe probabilmente a Londra la settimana dopo, e che in questa occasione i delegati decisero di formare una processione, il 3.° dei volontari di Londra, della brigata degli operai, servirebbe di guardia d' onore, col pieno consenso del comandante maggiore Richardson.
Il sig. Richardson disse che il Comitato della città si riunirebbe fra pochi giorni, e che era da desiderarsi che il Comitato degli operai e quello della città s' intendesse per rendere la dimostrazione più imponente. Disse poi le ragioni del viaggio di Garibaldi.
Le risoluzioni adottate furono le seguenti:
1. Il meeting ha udito con piacere che il generale Garibaldi è per visitare l'Inghilterra e considera come stretto dovere per ogni classe d' inglesi di unirsi per dare il benvenuto al patriota ed eroe italiano.
2. Il meeting raccomanda che Garibaldi sia ricevuto e scortato a Londra da una organizzata processione delle società di amici (friendly) ed operaio, e da ogni altro corpo di operai desiderosi di prendervi parte;
3. Che gli operai debbano offrire un banchetto a Garibaldi;
4. Che mentre il comitato rimane sempre il comitato degli operai, sarà pronto a cooperare con ogni altro Comitato.
Il signor Richardson annunziò che il sig. Slapleton porrebbe alla disposizione della processione del Comitato ogni quantità di carri o cavalli che saranno necessarii, gratis. Disse di più, essere sua intenzione di proporre, nella prima riunione del Consiglio municipale, che si presentino a Garibaldi le franchigie della città di Londra, e che gli si dia un banchetto al palazzo di città o al Guildhall.
Dopo le altre solite formalità, il meeting si sciolse.
I signori Richardson e Taylor scrissero al Morning Post per dire che Garibaldi arriverebbe a Southampton il 3 aprile, che passerebbe 10 o 12 giorni all' Isola Wight, e che probabilmente giungerebbe a Londra il 16.
Leggevasi nel Times: - Fra pochi giorni uno degli uomini più rimarchevoli delI' Europa porrà il piede sulle nostre spiagge - "
(2).

Cosa disse Garibaldi durante quella cerimonia di accoglienza degna di un principe, lo troviamo scritto in "Letture di famiglia,Tohuar, Firenze, 1863":

"Garibaldi nei vari discorsi tenuti in diverse occasioni al popolo inglese ha ripetuto che senza il soccorso prestatogli dall' Inghilterra non si sarebbe fatta l'Italia , perchè fu l'ammiraglio Mundy che protesse il suo sbarco a Marsala e il passaggio dello stretto di Messina, ma sarebbe stato giusto anche il ricordare che senza l'aiuto ben più efficace dell' Imperator Napoleone non si sarebbe strappata la Lombardia agli artigli dell'Austria, che senza la protesta armata francese contro ogni intervento nelle cose d'Italia, noi non avremmo potuto portare a così buon punto l'unificazione della patria, nè Francesco Secondo sarebbe stato solo a resistere contro il molo popolare che tanto aiutò Garibaldi a levarlo di trono; e che infine, quando trincerato in Capua ed ultimamente a Gaeta serbavasi abbastanza in forze per tentare di riprendere il regno; senza la inibizione d'ogni intervento straniero fatta dalla Francia all' Europa, l'esercito italiano non avrebbe potuto traversare le Marche, sconfiggere la bordaglia guidata da Lamoricière e prestar man forte a Garibaldi sul Volturno e sul Garigliano e compiere l'espugnazione di Gaeta".

Ancora su "Roma, Napoleone III e i ministeri italiani sguardo al passato e all'avvenire, Livorno, 1868" si legge:

"Garibaldi nel 64 a Londra rispondendo alle dimostrazioni di simpatia nel palazzo di cristallo diceva: «Senza l'ajuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora Borbonica, senza I' Ammiraglio Mundy, non avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina"

Sempre in uno dei suoi discorsi al popolo inglese, accorso per acclamare solennemente Garibaldi, l'eroe di Marsala disse:

"Non è la prima volta che ho ricevuto prove non solo in parole, ma in fatti ( applausi ). Questa simpatia mi venne mostrata in varie circostanze della mia vita, e più specialmente nel 1860, quando senza l' aiuto della nazione inglese sarebbe stato impossibile compiere quanto facemmo nell' Italia meridionale ( grandi applausi }. Il popolo inglese ci somministrò uomini, armi, danaro; egli soccorse a tutti i bisogni dell' umana famiglia nei suoi sforzi per conquistare la libertà. Quel che dissero e fecero gl' Inglesi per noi, merita l' eterna gratitudine degl' Italiani (fragorosi applausi ). Per rispondere ad alcune nobili e generose parole del sindaco, vi dirò non aver sacrificato alcuna parte della mia vita per la causa dell' umanità; credo però aver fatto qualche cosa, una parte del mio dovere, del dovere di ogni uomo ( applausi ). Non mi resta che rendervi i più vivi ringraziamenti per la vostra generosa simpatia e per la vostra cortese accoglienza"(3).

In quei giorni si segnalarono degli scontri tra sostenitori di Garibaldi ed irlandesi.

Davide Cristaldi


(1) Memorie per la storia de' nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai giorni nostri - Torino - 1865
(2) Cronaca della guerra d'Italia - Rieti - 1865
(3) Ivi.


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lunedì 28 settembre 2009

La Sicilia tra tradimenti ed eroismi, durante l'invasione garibaldina


La caduta del Regno delle Due Sicilie, era ormai nell'agenda delle principali nazioni europee(Francia ed Inghilterra) che si servirono del Piemonte e delle sue mire espansionistiche (ma soprattutto del suo debito pubblico mostruoso).

Tra le cause maggiori del crollo della nazione duosiciliana, vi è sicuramente l'infiltrazione degli ideali massonici e (pseudo)liberali all'interno della classe dirigente politica (ma soprattutto militare) dello Stato; ben nascosti dietro l'apparentemente positivo valore dell'unificazione nazionale(1).

I soldati e gli ufficiali borbonici, nella loro stragrande maggioranza, rimasero fedeli al loro giuramento, non si può dire lo stesso dei generalissimi come il nostro Lanza, che in più di un occasione tolsero letteralmente la testa di Garibaldi dalla lama della baionetta.

Questi soldati ed ufficiali a causa della loro lealtà, crearono non pochi problemi ai piani dei generali traditori: nemmeno gli errori tattici potevano giustificare la vittoria di Garibaldi perchè la differenza numerica e militare tra l'esercito borbonico e quello garibaldino era tale che un esito diverso dalla disfatta del Dittatore era impossibile.
Ecco cosa accadde infatti quando Von Meckel si ravvide dell'errore commesso:

"Il 30, nel mattino, Lanza manda a chiedere a Garibaldi una sospensione d'armi, da trattarsi, ov'egli acconsenta e ne fissi l'ora, a bordo della nave ammiraglia britannica. Fu risposto, che l'armistizio comincerebbe a mezzodì; a un'ora avrebbe luogo il convegno. Intorno alle 10, una colonna di truppe borboniche, sopraggiunta d'improvviso dalla strada di Misilmeri, attacca vigorosamente la Porta di Termini, quella stessa pur cui era entrato Garibaldi, sbaraglia gli appostamenti degl'insorti, rincaccia gli accorsi garibaldiani, prende d'assalto con impeto irresistibile otto barricate e s'impossessa della Fiera Vecchia. Era De Mechel, che, tardi riavutosi dall'errore, avea battute le orme dell'avversario, ed ora, privo d'istruzioni, agiva di suo capo. Invano Lanza manda ufficiali sopra ufficiali ad arrestarne i progressi, invano l'inglese ufficiale Wilmot, che, recando il consenso dell'ammiraglio, erasi trovato in mezzo alle schiere vincitrici, affermava la tregua. De Mechel avanzava sempre, e, già a pochi passi da Via Toledo, un movimento contemporaneo da Palazzo Reale avrebbe bastato per ripigliare con sicuro successo il resto della perduta città. Divenuto universale fra gl' insorti lo scoramento, i garibaldini gridano: siamo perduti, i Siciliani gettano le armi ed i nastri tricolori, chiedendo mercé. A quella vista desolante, Garibaldi, accorso ove più ferveva la mischia, si precipita innanzi alla barricata, cui accorrevano i regii. In quel mentre una bomba lanciata dal castello cade a un passo da lui, i Napoletani spianano i fucili pigliandolo a mira; nello stesso istante una voce possente ordina risolutamente di non far fuoco. De Mechel, maledicendo a Lanza, obbediva"(2).

In passato, ma ancora oggi il Regno delle Due Sicilie viene identificato come uno stato povero, ma non è così: esistono diversi documenti che dicono il contrario, tabelle che ci indicano chiaramente lo stato economico delle ex Due Sicilie, ma vale più di ogni altra prova l'assenza dell'emigrazione dal Sud Italia.

Anzi, incredibile a dirsi, il Regno delle Due Sicilie era un paese di immigrazione.
Qualche anno fa, è uscito un articolo su una nota rivista telematica svizzera, che raccontava dei flussi migratori esistenti tra la Confederazione ed il Regno di Napoli.
La pasta Voiello, nota in tutto il mondo come simbolo della gastronomia italiana, ha in realtà un'origine svizzera come ci racconta SwissInfo, infatti il suo fondatore non faceva Voiello di cognome, ma Von Wittel, e proveniva dal cantone tedesco. L' italianizzazione del suo cognome fece si che la sua ditta divenisse famosa per la più napoletana delle paste.
Di tracce svizzere nel regno borbonico se ne trovano parecchie, vedi i reggimenti svizzeri dell'esercito, quindi lo stesso Von Meckel.
E che dire della Pasticceria Svizzera di Catania, di proprietà dei Caveziel. Ma anche a Palermo sono segnalate famiglie di orgine elvetica.

Nei libri di storia c'è scritto che nelle Due Sicilie si pativa la fame, che la miseria era dilagante, ma non si è mai fatto il raffronto tra il contadino siciliano e quello lombardo o piemontese(o quelli francesi ed inglesi).
Si parla di povertà come se la povertà oggi non fosse esistente, dando ad essa un significato assoluto, quando la povertà ne ha uno relativo.Esistono studi e leggi che identificano la soglia di povertà: dunque un povero contemporaneo non è certamente paragonabile ad un povero dell'800.
Sono convinto che agli occhi di un contemporaneo, la povertà di un uomo del'800, sarebbe certamente insopportabile.
Quello che sappiamo di sicuro è che il contadino brianzolo dopo l'Unità si fa la fabbricheta, quello siciliano la fa pure, ma a New York.....

Però le statistiche dell'epoca ci dicono che la Sicilia era la terza regione per occupati nel settore industriale, e la prima in percentuale alla popolazione.

Nel corso dell'ultimo pezzo del Di Bella, si è parlato dei tradimenti dei comandanti siciliani come Landi e Lanza, soprattutto su quest'ultimo si ha la prova certa del suo tradimento, infatti la famosa fede di credito di 14 ducati che Garibaldi staccò a Lanza, è ancora oggi conservata e disponibile alla pubblica visione, presso l'archivio storico del Banco di Napoli, nel capoluogo partenopeo.
E' noto inoltre che a Palermo, durante l'imbarco "forzato" del numeroso esercito borbonico per ordine del Lanza, un soldato napoletano gli chiese: "Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco"

A causa di queste ed altre situazioni, ricordate anche dagli articoli di Di Bella, passa oggi l'idea sbagliata che a tradire furono soprattutto i comandanti siciliani.
Ciò avviene perchè i libri dell'epopea risorgimentale hanno sempre nascosto le gesta eroiche che accaddero dall'altra parte della barricata.
Come non ricordare ad esempio le imprese del colonnello palermitano Ferdinando Beneventano del Bosco, il quale aveva ben capito la mossa di Garibaldi, che sarebbe piombato dritto su Palermo:

"L' astuta tattica di Garibaldi è bene intesa dal generale Colonna e dal Maggiore Del Bosco, che invano insistono presso De Mechel onde ritorni senza indugio in Palermo, dove sicuramente, diceano, poteva l'avventuriere, abile partigiano qual é, ripiegare, sapendola sfornita delle più elette soldatesche dilungate ad inseguirlo sopra falsa via. De Mechel tien fermo, continua la marcia per Corleone, a piccolissime tappe, ostinandosi a dire a Del Bosco, che, presago della sventura, gli proponeva di prendere almeno la via di Marineo: «Marciate per Corleone con l'avanguardia ; prenderò tutto sopra di me.» E Del Bosco fremente arriva a Corleone, attacca i garibaldini guidati dall' Orsini, lor toglie due cannoni, e per lungo tratto li insegue senza poterli raggiungere"(3).

O altri purtroppo meno noti come il tenente Benedetto Pavone, il brigadiere Cesare Anguissola, il colonnello Francesco Cobianchi e tanti altri che attendono ancora l'onore del riconoscimento storico.

Concludo con questa massima che secondo me rappresenta in poche righe il nostro passato e, spero, il nostro futuro:

"La società ha bisogno di grandi scosse, o di tristi prove, per ricondurla agli eterni principi d'ordine e di governo" - Capefigue

Davide Cristaldi

(1) Quanto può durare un matrimonio forzato?
(2) Delle recenti avventure d'Italia - Venezia - 1864
(3) Ivi.

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martedì 22 settembre 2009

Quando l'Etna eruttò una valanga d'acqua.



Quando ero piccolo, rimanevo sempre affascinato dai cunti che gli anziani del paese facevano a noi giovani.
A volte erano storie di caccia, altre disavventure, ma tutte avevano come tema 'a Muntagna, nome con cui l'Etna viene chiamata dagli abitanti dei paesi posti sulle sue pendici.

Tra tutte queste storie ve ne era una in particolare che mi affascinava e che richiedeva sempre una buona dose di pazienza da parte del narratore per la mia insistenza a chiedere le repliche dinnazi ai miei amici, affinchè si ricredessero.

- Il nonno del nonno del nonno di mio nonno che a sua volta raccontava a mio padre che poi raccontò a me - inziava la storia - che un giorno lui ed altri paesani, acchianaru 'a Muntagna per andare a cacciare. A quel tempo - soggiunse - non esistevano strade, ed allora capitava che si rimaneva fuori per più giorni. Dovendosi passare la notte ci fu uno che suggerì di accamparsi sul letto di un torrente asciutto, ma altri proposero di serenare ai bordi e così fecero. L'indomani trovarono l'alveo del torrente completamente bagnato: era stata l'Etna che aveva eruttato acqua! -

Come per tutti i racconti a cui si prestava ascolto, a quell'età non si dubitava mai sulla veridicità, anzi si approfittava di quelli inediti per avere la soddisfazione di essere i primi a raccontarli agli amici.

Capitò che in età più adulta, tornati i ricordi di quelle storie, volli verificare se effettivamente l'Etna avesse davvero mai eruttato acqua. A dire la verità più andavo avanti nelle ricerche è più mi convincevo che la storia era stata inventata di sana pianta e che quella volta Giovanni si era preso gioco di noi.D'altronde come poteva un vulcano eruttare l'acqua?

Un giorno mentre sfogliavo vecchie carte, mi capitò tra le mani una delle tante guide turistiche della Sicilia del sette-ottocento borbonico, già a quel tempo esistenti e pure compilate dettagliatamente da viaggiatori e scienziati regnicoli o forestieri; questi ultimi poi consideravano la visita del Regno delle Due Sicilie e della Sicilia in particolare, un viaggio fondamentale per i loro studi: dalla lettura di diverse guide straniere mi sono fatto la personalissima opinione che la Sicilia fosse molto più ricercata allora.

Dalle mie parti ad esempio, rappresentava un'escursione irrinunciabile la visita al Castagno dei Cento Cavalli, un fagacee millenario che verdeggia ancora oggi nel territorio di S. Alfio e che secondo la leggenda protesse sotto il suo grosso fusto e le alte fronde 100 cavalieri con Regina di Sicilia al seguito, dalla furia di un temporale.

- Per 8 tarì a cavallo o mulo, Mastro Giuseppe di Giarre si offriva di accompagnare i viandanti -(1) si leggeva in una guida del 1864.

Proprio su questo documento trovai un indizio che poteva essere utile alla mia ricerca:

- It [il percorso per il Castagno] also crosses a wide dry bed, said to have been formed by a torrent of hot water, which in the eruption of 1755 was caused by the sudden melting of the snow in the upper regions of the mountain, and which rushed down to the sea with irresistible violence, bearing away houses, trees, and other obstacles in its furious career - (2)

- Il percorso attraversava anche un largo ed arido letto (torrente), di cui si dice essere stato formato da un torrente di acqua calda, durante l'eruzione del 1755, causato da un repentino scioglimento della neve, nelle zone alte della montagna, che si precipitò in mare con violenza inarrestabile, travolgendo case, alberi e tutti gli ostacoli lungo la sua furiosa discesa -

La storia di Giovanni aveva dunque dei fondamenti di verità e quella scoperta mi aveva soddisfatto parecchio e fornito lo stimolo per continuare le ricerche e così feci.

Davide Cristaldi

(1) "A handbook for travellers in Sicily: including Palermo, Messina, Catania - George Dennis, John Murray"
(2) Ivi, pag.453


(fine prima parte)

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