lunedì 21 marzo 2011

Il Regno che non aveva bisogno di ferrovie fu il primo a costruirle


Anni di revisionismo incontrollato in cui non ci si è mai fermati a consolidare quanto si era scoperto, unito all'immancabile binomio Borbone=arretratezza, danno il pretesto a giornalisti (napoletani) come Angelo Lomonaco del Corriere del Mezzogiorno, di scrivere articoli del tipo "Borbone, il regno delle ferrovie? Falso mito, lo dimostrano i dati Svimez".

Prima di proseguire oltre è necessario fare una doverosa premessa: a che servono le ferrovie e qual'era il loro scopo nel'800?
La rete ferroviaria nacque per mettere in comunicazione città e villaggi dell'entroterra in un epoca in cui l'unico mezzo veloce per il trasporto di cose e persone era ancora la nave, ed il mare la strada più rapida.
Ecco perchè le città più grandi e più sviluppate, da sempre sorgono in riva al mare.


Negli Stati Uniti è leggendaria la ferrovia che, collegando il selvaggio West con la East Coast, consentì un collegamento molto più veloce tra l'Atlantico ed il Pacifico, rispetto alle tradizionali carovane o alla circumnavigazione del continente americano.
E che dire della famosa Transiberiana, sulla quale il regime zarista puntò per collegare S.Pietroburgo con le coste del pacifico passando per lo sterminato territorio siberiano, che altrimenti era raggiungibile solo con lunghi e faticosi viaggi a cavallo o avventurosi viaggi di mare.

Anche in Italia lo sviluppo ferroviario ottocentesco ebbe il suo maggiore successo soprattutto nelle regioni continentali della penisola, in particolar modo in Pianura Padana, dove la capitale del Piemonte, Milano e tutte le più importanti città del Lombardo-Veneto, non avendo sbocchi sul mare, trovarono nella rotaia il modo per aumentare la capacità e la velocità del trasporto delle merci e delle persone.

La ferrovia non ebbe la stessa fortuna nelle parte peninsulare d'Italia, ovvero il Regno delle Due Sicilie, bagnato da migliaia di km di coste.
La vocazione marittima di quello stato infatti determinò lo sviluppo di una delle principali potenze navali del Mediterraneo, cosa che il Piemonte o il Lombardo Veneto con il porto di Venezia, Trieste e Genova non riuscirono mai ad ottenere.

Il merito del Regno delle Due Sicilie non sta tanto nell'aver costruito la prima ferrovia in Italia (e terza in Europa), il più grande stabilimento ferroviario d'Italia (Pietrarsa) e di aver venduto più di una locomotiva al Piemonte; quanto nell'aver fatto tutto ciò in uno stato che aveva puntato tutto sul mare.
Un paragone che possiamo fare oggi, ma a parti inverse: al Sud compriamo bottiglie di salsa Mutti e Star prodotte nelle fabbriche del Nord Italia, nessuno però dice che le coltivazioni di pomodoro in Padania sono pressochè inesistenti, perchè quello che conta è il successo industriale.

Anche Ferdinando II aveva capito che le ferrovie erano un buon mezzo per collegare le città interne del Regno ed una linea che avesse collegato il tirreno con l'adriatico, avrebbe evitato ai viaggiatori la circumnavigazione dello stivale.
Ma ahimè, i fatti del 1860 impedirono questa grande impresa.
Le tratte ferroviare borboniche che furono messe in esercizio e quelle già progettate non prevedevano in nessun caso la concorrenza (peraltro inutile) al trasporto navale, esse infatti coprivano solo tragitti interni, lontano dalla costa.

Davide Cristaldi

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giovedì 17 marzo 2011

Unità d'Italia. Il parlamento istituì i lager per i soldati borbonici.



Il 17 marzo 1861 si sa, fu il giorno in cui il parlamento italiano deliberò per la prima volta a Torino, ragion per cui la stessa data è stata scelta per celebrare il 150° compleanno dell'Unità d'italia.
Ci sarebbe molto da discutere sull'individuazione della data, visto che ancora mancavano all'appello il Trentino, il Veneto e Roma, ma Gaeta e Messina erano cadute ed il Regno delle Due Sicilie era stato già conquistato (eccetto il presidio di Civitella del Tronto), ragion per cui i lavori parlamentari potevano finalmente iniziare.

Il giovane parlamento si dovette però ben presto misurare con le emergenze militari che ancora funestavano il meridione d'Italia tormentato dalla guerra civile.Bande di insorti comoposti da contadini armati ed ex-soldati borbonici guidavano la guerriglia contro l'esercito piemontese ed i suoi fiancheggiatori.
C'era poi il problema di migliaia di soldati rimasti fedeli a Francesco II che di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele non ne volevano sapere (uno Dio ed uno Re).

Fu allora che, anticipando di quasi un secolo i campi di concentramento nazisti, il parlamento torinese decise di istituire i primi lager della storia.
Fenestrelle e San Maurizio Canavese, sono nomi ormai tristemente famosi per chi ha avuto modo di scoprire l'altra faccia del Risorgimento.

Questo documento inedito, che riporta la relazione del Senatore Menabrea presentata in Senato il 25 aprile 1862, rivela un Italia ancora in guerra con se stessa a più di un anno dal fatidico 17 marzo, un Italia in cui il Parlamento è costretto ad istituire dei campi di concentramento per internare "gli individui dell'ex-esercito borbonico".

Nel secondo documento inedito, proveniente dagli archivi storici di Fenestrelle, l'atto di morte di "Montalto Michele" un soldato borbonico siciliano ("Castelvitrano, circondario di Trapani") di soli 25 anni, deceduto a Fenestrelle nel 1866. Dopo ancora 5 anni dunque, ex militari del Regno delle Due Sicilie continuavano a marcire e morire presso i lager sabaudi.

Davide Cristaldi

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mercoledì 16 marzo 2011

VOLANTINAGGIO: NOI NON FESTEGGIAMO L'UNITA' D'ITALIA



Cari amici e compatrioti
in allegato un manifesto listato a lutto che riassume in maniera estremamente stringata e con pochi attuali argomenti i motivi per i quali nel Sud, che non ha nulla da festeggiare, la gente vedrà numerose bandiere borboniche abbrunate il 17 marzo.

La forma, anch'essa scarna, è finalizzata alla rapida lettura e comprensione da parte di chi non ha avuto tempo, modo e curiosità di avvicinarsi ad argomenti che, invece, per molti appassionati della Storia del Sud sono arcinoti.
Chi vuole può stamparlo liberamente eventualmente aggiungendo anche il logo della propria associazione meridionalista.
Saluti
La Redazione di Rete Sud

Il volantino è scaricabile qui http://comitatiduesicilie.org/images//volantino-17%20marzo.jpg

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150°Unità d'Italia: Nino Bixio lo stritolatore



In occasione dei festeggiamenti per l'Unità d'Italia, pubblichiamo questo simpatico proclama a firma Nino Bixio, gentilmente messo a disposizione dal Sig. Cristiano Donato Villani, nel quale il patriota in camicia rossa minaccia stermini contro chi ha ingenuamente creduto al vento di libertà che i garibaldini portavano da Torino.

Proclama - il Generale G. Nino bixio agli abitanti dei comuni di Francavilla, Castiglione, Linguaglossa, Randazzo, Maletto, Bronte, Cesarò, Centorbi(Centuripe) e Regalbuto.

La corte di Napoli ha educati una parte di voi al delitto ed oggi vi spinge a commetterlo.
Una mano Satanica vi dirige all'assassinio, all'incendio, ed al furto, per poi mostrarvi all'Europa inorridita e dire -eccovi la Sicilia in libertà-.

Volete voi essere segnati a dito, e dei vostri stessi nemici messi al bando della civiltà?Volete voi che il Dittatore sia costretto a prescriverci "stritolate quei malvagi"
Con noi poche parole: o voi ritornate al pacifico lavoro dei vostri campi e vi tenete tranquilli, o noi in nome della giustizia e della Patria nostra vi distruggiamo come nemici dell'umanità: ci siamo intesi

Bronte 9 agosto 1860, il maggiore generale G.Nino Bixio

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150° In nome del Re d'Italia vi ammazziamo tutti


Estratti da documenti parlamentari d’Italia 1863

A Biancavilla, durante il governo del prodittatore Depretis; si segnala una piccola cronaca dei fatti, annotata in una lettera, letta nella Camera di Torino, negli atti della tornata di gennaio 1861, nella quale si raccontavano le imprese, di un certo Biondi patriota garibaldino che in pochi giorni, ebbe a commettere 27 omicidi, sopra i più agitati proprietari terrieri di quella cittadina, ancora fedeli al Re di Napoli, il rimanente dei quali, circa 50 persone, furono costretti ad indossare indumenti di villici per salvarsi la vita, dal furore di quella gente. A Trecastagni, a san Filippo D’Agira, a Castiglione e a Noto, ci sono state stragi di decine di siciliani fedeli alla casa di Borbone.
Un certo La Porta e Santi Meli di Ventimiglia, erano al comando di brigate fiancheggianti le camice rosse, conosciuti da molti Siciliani come feroci assassini: i quali con molti seguaci, in nome del re d’Italia, portavano seco la morte a tanti civili.
A Palermo si temette una reazione, durante il protettorato del Depretis, dove vi furono indirizzati alcuni battaglioni garibaldini in fretta e furia, provenienti dalle campagne vicino a Messina.

Il 9 marzo del 1861, una banda di 80 assassini, mette la città di Santa Margherita a sangue e a fuoco, massacrando 34 persone. Mentre, nello stesso giorno ad Agrigento, una massa di popolani armati, inneggiando al Re D’Italia, assaltarono le prigioni del Castello, ivi strappandone 36 persone, rinchiusi in quella galera senza processo, in quanto fedeli al Re di Borbone; i quali trascinati nel Vescovado li massacrarono. Giorno 11 marzo, a Resuttana, presso la terra di Caltanissetta, fecero strage nel paese, lasciando sulle pubbliche vie 14 morti. Il 13 marzo un gruppo di banditi presso Palermo, nel nome del Regno d’Italia fa 30 vittime. Il 16 marzo del 1861, nell’agro di Palermo, in pieno giorno, una banda di ex galeotti liberati dai garibaldini, massacrarono 5 fratelli De Caro. Nella stessa sera presso Palermo, 16 fedeli del Re Borbonico, vennero assaliti da bande patriottiche e ferocemente scannati.
In quei giorni nelle campagne di Brancaccio e Ciavelli, vicino Palermo, vi si uccidono in nome della Italia tutta, la Guardia Civica e il curato, incendiando la chiesa parrocchiale e le case dei villaggi vicini. Il 13 marzo 1861 a Mascalucia, si rinnovano gli eccidi di Bronte per la rivoluzione, rovesciando i muri, minacciando i contadini, si ammazzano gli oppositori. Il 14 marzo le stesse scene di massacro, saccheggio ed oltraggio, si rinnovano nel nome del Re D’Italia ad: Aci sant’Antonio, Paternò, e Riposto dove le famiglie nobili, e quelle che si ritenevano fedeli ai Regi, furono assassinate e mutilate.
Innumerevoli sono le declamazioni fatte nel Parlamento di Torino dagli stessi deputati siciliani, nel corso delle sessioni del 1861, contro il governo invasore e non si può sottacere il contenuto adirato di molte petizioni.

Nella tornata del 4 aprile del 1861 n° 53, così declamava il deputato siciliano Bruno:
“il dissesto finanziario dei Piemontesi a danno della Sicilia, affossò le opere pubbliche costruite dai Borboni, trascurate dalla negligenza degli italiani di Torino; si lodano ancora fra i siciliani, le istituzioni della Compagnia delle Armi, creata dai Borboni, sotto il cui governo la Sicilia offrì lo spettacolo, nel quale non succedevano furti per le pubbliche vie, e la gente passeggiava per tutte le strade a tutte le ore, senza paura di essere aggredita e derubata come accade oggi.”
Nella stessa tornata il Crispi segnalava:
“in una provincia sono state saccheggiate le case rurali; incendiata una fattoria, e carcerati innocenti senza processo. Fra la notte del 9 e 10 marzo 1861, la Forza Pubblica circondava una casa e ne uccide il proprietario, senza nessun mandato, perché costui, fu sospettato di borbonismo. Un fatto simile avvenne a Bagheria, uno analogo a Palermo, e in altri luoghi siciliani.”

Sempre il Crispi, ricordava come nel lontano 28 novembre 1860, numerosi prigionieri fedeli ai Regi, furono incarcerati e portati nelle galere di Palermo, dove ancora per l’anno a seguire, marcivano in gattabuia senza processo. Nel corso di un anno, da che si è stabilito il governo di Re Vittorio Emanuele nel circondario di Palermo, sono state ammazzate 200 persone, il cui torto era quello, di essere fedeli ancora a Franceschiello di Borbone.
Nella tornata parlamentare presso la Camera di Torino, del 11 gennaio 1862 il deputato Crispi denunciava:
“il malcontento in Sicilia è gravissimo“. Il deputato Cordova, nella tornata del 15 gennaio 1862, come segnalano gli Atti Ufficiali n° 241, pag. 918 affermava:
“negli uffici doganali di Sicilia, furono nominate persone idiote ed analfabete. In Palermo i doganieri rubano ed in Messina gli impiegati sono uccisi, mentre a Siracusa gli impiegati ospedalieri sono il quadruplo dei malati. Aggiungendo ancora; a Marsala come in tutti i paesi dell’Italia meridionale, vi sono molti renitenti alla leva che si sono dati alla campagna. Il governo, spedisce reparti dell’esercito che accerchiando il paese con 2000 soldati, comandati da un Maggiore, intima al municipio di consegnare entro 10 ore gli sbandati. Il Sindaco si oppose, e furono arrestati proditoriamente 3000 campagnoli, i quali vennero gettati a forza, entro una vecchia miniera non areata, al buio e senza viveri. Malgrado l’invito al Prefetto della Provincia di intervenire immediatamente per salvare quelle vite, e di far cessare quelle violenze, il Maggiore aumentò di altre migliaia gli arrestati: agendo violentemente con minacce, persecuzioni e torture, nel nome del Regno di Italia.”

Un altro deputato siciliano D’Ondes Reggio, nella tornata del 5 dicembre del 1863, degli Atti Ufficiali n° 285, pagina 1089, descriveva le atrocità governative, commesse nel nome del Regno D’Italia sulle sventurate popolazioni della Sicilia descrivendo:
sottolineo uno stato di fatto, e devo esporre a voi, onorevoli signori, accadimenti miserevoli e rei, sui quali il Ministero non accetta l’inchiesta. I Siciliani non hanno mai avuto leva militare e ripugnano essere arruolati. Il Governo ha fatto per la Sicilia una legge eccezionale non scritta, eseguita con ferocia.
Dà lettura quindi, di un documento ufficiale, nel quale risulta esservi dato l’ordine, nella sera del 15 agosto 1863 dal Maggiore Frigerio, Comandante piemontese del comune di Licata, di doversi presentare in poche ore i renitenti di leva, in pena di privare dell’acqua tutta la popolazione a una città di 22000 abitanti. Ebbe istituito un coprifuoco senza averne apparente autorità, vietando ai cittadini di uscire di casa per far rifornimento di viveri, pena l’immediata fucilazione e di altre più severi misure. Fu un eccidio spaventevole, quando dopo giorni la gente chiedeva pane, e caddero a migliaia. Furono ritenuti i parenti contumaci della leva, sottoposti a tortura, fino a spruzzare il sangue dalle carni, uccidendo i bambini e i ragazzi a frustate e a baionettate infilzati. Furono violentate le donne e scannate donne gravide fucilandone i congiunti e tutti quelli che osavano protestare. Questa incredibile condotta militare, fu immediatamente imitata da altri battaglioni piemontesi ed applicata a: Trapani, Agrigento, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi, Marsala saccheggiando i raccolti, e bruciando gli impianti anche nei piccoli comuni limitrofi ai grossi centri poco fa citati.
Dà lettura in aula di un altro documento, di altro comandante piemontese, il quale emette ai suoi sottoposti un bando: arrestate tutti coloro dal cui volto, si sospetti di essere coscritti di leva, ed arrestate i loro genitori e i loro maestri d’arte, dove sono impiegati i sospettati e i loro contumaci.. Questo avvenne a Palermo, dove furono seviziati migliaia di malcapitati, su una città di 230000 abitanti, mentre il Governo nulla sa, nulla può? Altri abomini furono compiuti a Petralia Sottana, bruciando vive intere famiglie nelle loro case..
Nella tornata del 7 dicembre del 1863, il deputato Mordini osservava:
“gli atti del governo Sardo nella Sicilia, hanno l’impronta della barbarie, è lo stato desolante di tutta una isola resta tale, che i ministri hanno consigliato il Re di non visitarla. Mentre il deputato Miceli aggiunge: i fatti atroci, le violenze, gli arbitri, i massacri indiscriminati, sono l’abitudine sistema dell’attuale governo in Sicilia e anche nel continente“.

Nella tornata del 9 dicembre del 1863 il deputato Cordova, segnalava un fatto clamoroso:
“due ragguardevoli personalità siciliane venute da Torino per informare i ministri sui bisogni del paese, furono accolti con molta freddezza, dove enunciarono nell’aula, queste parole solenni“.
Una simile freddezza non fu mai trovata si dica ad onor del vero, nelle amministrazioni napoletane dei Borboni.
A tale accoglienza, quei due personaggi, partitisi da quei luoghi dicevano: dunque è necessaria un’altra rivoluzione! In questa discussione alla Camera di Torino, succedono scandali, minacce e proteste fra i deputati, così che il Presidente è costretto di coprirsi per due volte il capo, sciogliendo l’adunanza.
Nella tornata successiva del 10 dicembre del 1863 il deputato Crispi, enumerando le esorbitanze stesse dice: l’unico vantaggio, ottenuto dal governo di Torino in Sicilia, è quello di avere riempito le carceri di disgraziati. In quel frangete, il deputato Bixio, rispondendo alla platea contrastante, alludendo agli eccessi, della ribellione siciliana del 1860 affermava fra lo sgomento generale: aver veduto i cadaveri arrostiti e mangiati, e i cuori strappati dal petto dei vivi, confessa apertamente, la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata, dalle altre province d’Italia, ossia dal Piemonte.
In quei giorni di rivelazioni orrende, la stampa indipendente deplorava quelle discussioni e le considerava, come una vera sventura nazionale; un grave pericolo per l’unità italiana. Un giornale più di tutti, “Il diritto di Torino” concludeva un articolo scrivendo: aveva forse ragione Re Francesco II se definisce i Piemontesi come tiranni ed usurpatori del suo reame!

Vari deputati delle province meridionali, rinunciano a far parte della Camera di Torino.
Questa è una piccolissima sintesi, di un faldone di carte che il Governo italiano, chiese ufficiosamente a quello americano di distruggere, ma grazie a Dio, ciò non avvenne ed oggi, recuperandolo, lo si può far conoscere a tutti coloro che lo vorranno. Io ho esemplificato al massimo, i contenuti degli atti, dove leggevo eccidi e malefatte senza pari, dove le madri venivano scannate davanti ai figli e i padri fucilati seduta stante. Dove come dice un’altra fonte, un certo signore entrando nel comune di Torre Faro, di nome Giuseppe Garibaldi, ordinava a cuor leggero e senza processo, di fucilare gente disarmata perché non abbracciava la causa italiana.
fonte: Felix Dupanloup.

Alessandro Fumia
fonte: http://zancleweb.wordpress.com/2011/03/13/una-memoria-perduta-nella-vita-del-paese/

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martedì 15 marzo 2011

Raffaele Lombardo alla Real cittadella di Messina



Scoperta ieri la targa in onore dei soldati borbonici che difesero la Real Cittadella.

La bandiera della Real Cittadella sventola alla Real Cittadella ed il sopralluogo del Governatore nelle aree della Marina Militare.

Consegnata al Presidente della Regione, la medaglia commemorativa della resistenza borbonica alla Real Cittadella

Da una giornata orrenda può nascere una bella stagione?Lo scopriremo nei prossimi mesi. Soltanto fra qualche tempo, infatti, potremo sapere se la mattinata messinese di Raffaele lombardo nella Zona Falcata è servita a qualcosa o se gli impegni assunti ieri, durante il "tour" tra la Real Cittadella e il Forte San Salvatore, sono destinati a essere parole trascinate via dallo scirocco.

E' stato proprio il vento il dominatore della giornata.Ci voleva davvero un bel coraggio per addentrarsi, alle 9 di domenica, in quella landa desolata che oggi purtroppo, è la falce di Messina.
Il mare impetuoso a lambire i resti della fortezza secentesca (nel giorno del 150° anniversario della resa dei soldati borbonici, che resistettero per nove mesi all'assedio e capitolarono solo il 13 marzo 1861), le folate di vento a scompigliare i capelli e le pettinature e a far volare i capelli del "codazzo" di politici, amministratori, consiglieri e "amici dell'Autonomia" convenuti a seguito del governatore siciliano.

Un vento sempre più fastidioso, che ha scoraggiato Lombardo dall'ampliare il raggio della sua visita, che avrebbe dovuto toccare, oltre alla Real Cittadella, anche l'inceneritore di San Raineri e il litorale di Maregrosso.
Ma il presidente della Regione, alla fine, ha ritenuto più ragionevole fermarsi all'interno del Forte San Salvatore, dialogando con il Sindaco Buzzanca, con il soprintendende ai Beni culturali Salvatore Scuto, con il commissario dell'Ente Porto Rosario Madaudo e il commissario dell'Ente Fiera Fabio D'Amore, con il presidente del consiglio comunale Pippo Previti, con i deputati presenti (la sua "guardia del corpo" Peppe Picciolo, Filippo Panarello, l'ex parlamentare dell'Ars Fortunato Romano), con l'assessore regionale, il messinese Mario Centorrino.

Poi, un caffè all'Ammiragliato, nella sede della Marina Militare, e di corsa verso gli altri appuntamenti della giornata, a Rodi Milici e Spadafora.
Ma proprio per evitare che quella di ieri sia stata solo una "sciroccata", Lombardo ha inteso dare subito un taglio operativo:
"Oggi ho potuto toccare con mano l'importanza di quest'area, che ha una storia gloriosa che deve essere valorizzata e che può rappresentare un volano di sviluppo per l'intera città. E' per questo che bisogna sedersi tutti attorno a un tavolo e lo faremo prestissimo, non fra un mese o un anno".
Il tempo di consultare l'agenda, poi l'annuncio: "Venerdì prossimo alle 1 ci vedremo a Palermo", un invito rivolto ovviamente al Comune e alla Provincia, ma anche all'Autorità Portuale, all'Ente porto, alla Soprintendenza, alle FS e alla stessa Marina Militare.

L'obiettivo di Lombardo è creare subito la famosa "cabina di regia" che era alla base di quell'accordo quadro di programma sulla Zona Falcata approvato nel 2007 e rimasto nei cassetti. "Agiremo in unità d'intenti, supereremo i conflitti di competenze, troveremo soluzioni che tengano conto dell'interesse dei messinesi e dei siciliani, cercheremo di coinvolgere il governo nazionale ma in ogni caso faremo tutto ciò che è nei nostri poteri, perchè non vogliamo più che il palleggio delle responsabilità diventi un alibi per lasciare le cose come stanno, mantenendo questa porzione di territorio nell'abbandono e nel degrado".

Parole di buon senso a cui seguono quelle del sindaco Buzzanca:"non ho mai anteposto i fatti politici a quelli istituzionali.
Le divergenze di vedute con Lombardo non significano che io e lui siamo in guerra permanente e che alla fine debba rimetterci la nostra città.
Mi fa piacere che il presidente della Regione abbia compreso l'importanza che la Zona Falcata assume per i progetti di rilancio di Messina e sono stato io a chiedergli di attivare un tavolo per sciogliere una volta per tutte i nodi che rimangono irrisolti, primo fra tutti quello della presenza dell'Ente Porto e della "schizofrenia" che sembra esserci tra i vari Dipartimenti della Regione che, da un lato, vincola per fini culturali le aree della Real Cittadella e, dall'altro, prevede insediamenti industriali nell'ambito del Punto Franco".

Non sarà mai l'armonia ritrovata( che, in fondo, tra i due non c'è mai stata), ma Lombardo e Buzzancam quanto meno, hanno riaperto le porte al dialogo.
In realtà, c'è chi resta alquanto scettico sulle reali possibilità che le dichiarazioni d'intenti si trasformino in atti concreti: "Li aspettiamo - commenta il segretario generale della Cisl Tonino Genovese - e apprezziamo la visita di Lombardo.

Non mi semvra di aaver percepito negli occhi degli attori presenti la volontà d'invertire la rotta.Speriamo di sbagliarci.E' bene che ognuno faccia la sua parte e che nessuno si lamenti più del buio, ma accenda la candela che ci guidi verso un futuro migliore.
Ma a quanto pare - aggiunge - neanche il vento riesce a spazzare via un Ente Porto inutile e dannoso.Ci portano via tutto in questa città ma ci lasciano proprio l'Ente Porto, paradossi di una politica arrogante"
La posta in palio riguarda non solo la Zona falcata.In ballo c'è anche il futuro della Fiera e ieri il sindaco e il commissario Fabio d'Amore hanno convenuto sulla necessità di fissare un incontro in settimana per discutere delle sorti della Campionaria e del quartiere fieristico.

Lucio d'Amico
Gazzetta del Sud


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Real Cittadella: breve relazione sui fatti bellici del febbraio – marzo 1861



A seguito dei fatti del luglio 1860, Messina era ormai da mesi in mano agli eserciti garibaldino e piemontese, solo le fortificazioni del porto falcato erano presidiate dall’esercito borbonico (4500 uomini) presso i presidi di: don Blasco, lunetta Carolina, Cittadella, batteria della Lanterna e SS. Salvatore (tutte opere ancora ben visibili), il cui punto di forza era la Cittadella comandata dal brig. De Martino, mentre il castello del SS. Salvatore era al comando del Brig. Anguissola (fratello del comandante della pirofregata Veloce, il quale nel luglio 1860 tradì consegnando la nave al nemico che la ribattezzò Tuckery) e le sue artiglierie dirette dal ten. col. Recco. Le uniche Piazze del regno duosiciliano che ancora resistevano erano quelle di Messina e Civitella, mentre Gaeta era caduta a metà febbraio.

Il giorno 25 febbraio 1861 l’esercito piemontese giunse a Messina (in cui dal settembre 1860 vi era la brigata Pistoia del magg. gen. Chiabrera, il quale aveva già intimato invano la resa della Cittadella) inizialmente col solo quartier generale, cominciando la ricognizione del territorio e lo studio delle difese nemiche. Ne risultò che le fortificazioni borboniche erano ben strutturate e quindi un attacco regolare per via di terra avrebbe creato gravi problemi, tuttavia dato che le batterie borboniche erano tutte in barbetta, senza alcuna protezione e dominate dalle alture circostanti, si optò per un attacco con le artiglierie, la cui efficacia avrebbe avuto ragione sul nemico. Presa tale decisione, il 26 febbraio mediante tre navi provenenti da Gaeta, fu sbarcato a sud della città presso Contesse un corpo di spedizione composto da: 4 battaglioni di fanteria, 3 di bersaglieri, 7 compagnie di artiglieria e 6 compagnie di genieri, che iniziarono i lavori di trinceramento e di sistemazione delle batterie e del materiale occorrente, insieme a tutte le strutture utili (strade, terrapieni, polveriere, depositi) nonché l’organizzazione del piano di fuoco. Ciò provocò la reazione del maresc. Fergola il quale lamentava il mancato rispetto di uno degli articoli della convenzione stipulata dal suo predecessore Clary e il gen. Medici nel luglio 1860. Seguì uno scambio di lettere tra il Cialdini e il Fergola, i quali fermi sulle rispettive posizioni non raggiunsero un accordo, provocando di fatto l’abrogazione della suddetta convenzione e la dichiarazione dello stato di guerra, con l’inizio delle ostilità il primo marzo. Nel frattempo i piemontesi sistemarono le loro artiglierie a varie altitudini sul versante sud-sud ovest della città posizionando 59 vari pezzi (il gen. Menabrea riferisce 55) di artiglieria suddivisi in 6 batterie al comando di due maggiori. Il comando generale spettava al generale di armata Cialdini (IV C.A.), quello delle artiglierie fu affidato al luogoten. gen. Valfrè, quello del Genio al luogoten. col. Belli, quello del parco di assedio al magg. Mattei, mentre al magg. gen. Avenati spettava il comando della fanteria.

Nello specifico il parco di assedio era composto da: 23 cannoni in ferro da 40 libbre rigati e 6 lisci, 10 cannoni da 16 in bronzo da campagna rigati e 6 da muro rigati, 12 mortai da 27 cm in ferro e 4 da 15 cm in bronzo, ciascun pezzo disponeva di 500 colpi.
Nel frattempo i borbonici si organizzavano per la difesa, diretta dal giovane ten. colonnello Patrizio Guillamat, pluridecorato, veterano e studioso nel campo delle fortificazioni e artiglierie, giunto sul posto nel mese di febbraio con l’incarico di direttore delle artiglierie e capo di SM della Cittadella (che aveva i depositi pieni di polveri e munizioni e accoglieva i familiari dei militi).
Egli dal giorno 4 marzo si occupò della sistemazione e dell’organizzazione delle batterie della Piazza, ma la mancanza di pezzi rigati (presenti a Gaeta) evidenziava l’impossibilità di una difesa adeguata contro le artiglierie piemontesi, invece in buona parte rigate (mod. Cavalli con canne a due righe e proietti cilindrico ogivali), il cui debutto su larga scala era avvenuto durante l’assedio di Gaeta.
Per cercare di risolvere il problema il Guillamat armò presso le opere di Santo Stefano (fronte sud della Cittadella) tre batterie per un totale di 42 pezzi lisci di cui: 16 cannoni-obici da 80 libbre (Paixhans), 13 da 36 libbre e 13 da 24. Non avendo tali artiglierie la capacità di raggiungere le principali batterie piemontesi, poste fuori tiro utile, in buona parte sulle colline a quote più elevate rispetto agli spalti della Cittadella, il Guillamat allo scopo di allungare il tiro, decise la sistemazione fissa dei pezzi, ovvero senza affusti, infossati e bloccati al suolo con massima elevazione di 42 gradi. Con tali modifiche erano tuttavia necessarie granate dotate di spolette programmate a circa 45 secondi, che però mancavano, ma l’ufficiale fece adattare le spolette di altre bombe programmate per 32 secondi e allungò il tempo di attivazione a 45 secondi intingendole in casse d’armi piene di terra fresca.

Questa idea consenti di estendere l’attivazione delle spolette al momento necessario, massimizzando gli effetti dei tiri sulle posizioni nemiche. Infatti già il 5 marzo le tre batterie borboniche modificate, cominciarono contemporaneamente a far fuoco contro gli appostamenti nemici e le navi in zona Contesse, colpendo giorno 11 un vapore piemontese. Il fuoco continuò nei giorni successivi e l’8 marzo, dopo un ultima vana lettera del Fergola al Cialdini che intimava la sospensione dei lavori, tutte le batterie borboniche della zona falcata accompagnate dal suono dell’inno nazionale aprirono il fuoco, tuttavia sospeso in alcuni presidi per via dell’eccessiva distanza degli obiettivi e per evitare che le granate cadessero sulla città. Tra il 10 e 12 marzo tre batterie piemontesi furono danneggiate (ma i lavori di sistemazione non si fermarono) con morti e feriti, tantochè venne mandato un ufficiale piemontese a complimentarsi per l’efficacia del tiro giudicato ammirevole, nel frattempo fu stabilito il fuoco continuativo diurno e notturno (4 colpi ogni 15 minuti), anche sui veicoli che trasportavano i materiali utili alle batterie nemiche e la sede del comando, nonostante la stanchezza dei serventi e i vari pezzi che cominciavano a difettare e rompersi per via dell’usura o l’atipica sistemazione senza affusti.

A mezzogiorno del giorno 12 marzo, sfruttando un periodo di relativa pausa nemica, i piemontesi che sino a quel momento non avevano reagito, tolsero i mascheramenti e iniziarono un preciso fuoco di neutralizzazione e interdizione con le batterie superiori, alle quali si aggiunsero quelle a quote più basse (costruite molto vicine alla posizioni nemiche e coperte alla vista dalla vecchia cinta daziaria, tanto che una batteria si era dotata di osservatorio). Nel contempo la squadra navale sarda tirava sulla Cittadella nonostante le condizioni meteo marine sfavorevoli.
Le batterie piemontesi fecero piombare sulle posizioni borboniche ben 4239 granate (da un rapido calcolo risulta che le granate nemiche giungevano ogni 5 sec), riducendone al silenzio le relative artiglierie. Il tiro diretto, incrociato e d’infilata piemontese durò ininterrottamente per 5 ore fu molto proficuo per via della posizione e quota delle batterie e della ridotta distanza degli obiettivi (minima di 400 metri e massima di 2000 metri circa) in relazione alla potenza e precisione delle artiglierie, che permetteva anche il fuoco al rovescio, ovvero sulle parti retrostanti gli obiettivi nemici. Le granate piemontesi inizialmente si concentrarono sull’opera meridionale più avanzata rispetto alla Cittadella ovvero il bastione Don Blasco dotato di 13 cannoni (già luogo di combattimenti a seguito di una sortita borbonica), seriamente danneggiato, quindi abbandonato sotto i colpi nemici e fatto saltare in aria a cannonate dagli stessi borbonici.

L’incendio che ne conseguì anche per via del bombardamento nemico che nel frattempo si era spostato sugli altri punti della Cittadella, si estese a causa del vento ai padiglioni limitrofi ad una delle polveriere, piena zeppa del munizionamento portato da tutti gli ex presidi siciliani. Il fuoco fece saltare in aria alcuni depositi munizioni minacciando praticamente tutta la fortificazione con grave rischio di esplosione, distruzione totale e sicura morte per gli occupanti, compresi i mille civili presenti. Nell’impossibilità di domare le fiamme sotto l’incessante tiro delle batterie piemontesi, alle ore 17 il maresc. Fergola chiese una tregua di 24 ore, accettata in parte. Dunque lo SM borbonico vista la grave situazione e l’impossibilità di resistere oltre, decise la resa a discrezione per il giorno 13 stabilita dal Cialdini e da comunicargli inderogabilmente entro le 21 dello stesso giorno, onde evitare la ripresa del tiro delle batterie piemontesi. Fu così diramato l’ultimo comunicato ufficiale borbonico e concesse le decorazioni al valor militare. Il giorno 13 marzo del 1861, spenti quasi tutti gli incendi, i soldati borbonici che lamentarono 47 morti, si arresero ufficialmente secondo le condizioni dettate dal gen. Cialdini, il quale non concesse l’onore delle armi, anzi fece arrestare e mettere sotto processo tutti gli ufficiali di SM, poi scagionati e rilasciati.
I tecnici dell’esercito piemontese crearono per i vari assedi delle Piazze nemiche, un’apposita commissione di studio circa gli effetti dei cannoni rigati e relativi proietti cilindrico ogivali sugli obiettivi nemici.
La Piazza di Messina fu dunque l’ultimo presidio di Sicilia e il penultimo del regno duosiciliano. Dopo la fine delle ostilità, nella Piazza fu conteggiato un totale di 455 artiglierie varie di cui 155 di bronzo e 300 di ferro, insieme a 267.000 chili di polvere sciolta e migliaia di pezzi tra affusti, attrezzi, fucili, sciabole, cartucce, munizioni e quant’altro.

Nello stesso anno, dopo la proclamazione ufficiale del regno d’Italia, i parlamentari La Farina e Plutino chiesero la demolizione della Cittadella, protagonista di ben 4 assedi in un secolo e mezzo.
Stolta richiesta fortunatamente mai posta in essere, anche se, dismessa la funzione militare dopo la fine del secondo conflitto mondiale, l’opera così come l’area circostante, fu via via devastata dal degrado e da miopi scelte politiche ed economico industriali, rilevatesi nel tempo a dir poco errate e fallimentari, i cui vergognosi risultati gravano sule spalle delle nuove generazioni.
A ciò si aggiunga la ancora diffusa mentalità “lafariniana”, mista ad una disarmante ignoranza storica, che insieme al persistente degrado e abbandono, contribuiscono tutt’oggi a privare ulteriormente i cittadini messinesi di tale meravigliosa porzione della città.

Armando Donato Mozer
Vicepresidente regionale e responsabile sez. Messina
Comitato Storico Siciliano

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