martedì 22 febbraio 2011

Via Cialdini a Riposto, nuovo articolo su La Sicilia



Dopo l’appello lanciato nel 2010 - che è stato supportato da centinaia di e-mail giunte da tutta Italia all’indirizzo di posta elettronica del primo cittadino ripostese attraverso il sito web del "Comitato Due Sicilie" [oggi Comitato Storico Siciliano ed aderente alla rete delle Associazioni delle Due Sicilie ndr] - si torna a chiedere al sindaco Carmelo Spitaleri di cambiare la denominazione della strada dedicata al generale Enrico Cialdini, riconosciuto "criminale di guerra sabaudo".

Autore di tale richiesta è un cittadino di Torre Archirafi, il dott. Rosario Pistorio, il quale chiede al sindaco Spitaleri di intitolare la predetta strada della città del porto dell’Etna allo storico di Sicilia, prof. Santi Correnti, nato a Riposto, scomparso nell’agosto di due anni fa.
Pistorio ricorda che su Facebook si è costituito, nei mesi scorsi, un comitato spontaneo, dove si fa esplicita richiesta al primo cittadino ripostese di togliere la targa "via Enrico Cialdini" perché suona ad offesa di tutti i siciliani e delle popolazioni meridionali. "Cialdini - ricorda Pistorio - non esitò a mettere a ferro e fuoco interi paesi del Sud, appena annesso al Piemonte, passando per le armi migliaia di uomini, donne e bambini".
L’appello per ricordare ai posteri l’impegno culturale dello scomparso prof. Santi Correnti, "defensor Siciliae" , oltre che dai figli, magari con l’intitolazione di una strada, non solo nella natia Riposto, è stato lanciato da diverse persone.
S. S.

[Leggi tutto...]

venerdì 11 febbraio 2011

Le artiglierie della Real Marina Borbonica



Sul litorale nord di Messina, in zona di Pace – Grotta o Grotte, sono visibili due grossi cannoni di marina in ghisa, recuperati nella spiaggia sottostante parecchi decenni addietro ed esposti lungo la riviera. Così come in altri casi, il ritrovamento dei pezzi, seppur a distanza di qualche centinaio di metri l’uno dall’altro, è avvenuto nei pressi di ex presidi militari, ubicati nell’importante tratto costiero sorvegliato a sud dal fortino della Grotta, antico fortilizio di cui oggi rimangono pochi resti, ma che di fatto era una fortificazione permanente armata di batterie. A nord poco oltre la fiumara Guardia la difesa spettava invece all’omonimo fortino, oggi non più esistente, ma ancora attivo nel 1810-12 e oltre, segnalato come punto fortificato nel 1864 e dismesso nel 1866.

Il fortino della Grotta, di antica fattura, fu già attivo durante la rivolta antispagnola (1674-1678) e armato dagli spagnoli durante l’assedio di Messina del 1718. Nel 1734 nei suoi pressi sbarcarono gli stessi spagnoli nell’ambito delle operazioni di riconquista della Sicilia. Il luogo fu armato con nuove artiglierie nel 1799 e dal 1803 al 1805 il fortino fu comandato dall’alfiere La Scala, rinforzato nel 1810 da una batteria e trinceramenti Inglesi, ancora armato nel 1812 e classificato nel 1815 come forte di quinta classe. Fu inoltre oggetto di studio degli ingegneri militari austriaci nel 1821-1823, nonché luogo di operazioni durante i moti del 1848, segnalato come punto fortificato nel 1864 e dismesso nel 1866. In questo luogo nell’aprile 1860 sbarcò Rosolino Pilo, esiliato a Genova in quanto rivoluzionario durante i moti del 1848 e che cadrà in azione con l’esercito garibaldino nel maggio 1860 presso Palermo, contro i reparti del col. Von Mechel.

Il design di questi due massicci cannoni evidenzia una tipologia di artiglieria navale palesemente più moderna e rifinita anche nel metodo di fusione, con forme più tozze e poco slanciate per facilitare la manovra sulle navi e quindi dotata di grossi spessori, culatte e cerchiature allo scopo di resistere alle fortissime pressioni esercitate dallo scoppio delle cariche, utili a compensare e assicurare le prestazioni ottimali contro le navi nemiche, la cui progettazione era parecchio migliorata rispetto ai primi anni del secolo. I cannoni sin dal ritrovamento sono stati erroneamente attribuiti alla marina inglese e continuano ad essere denominati inglesi da media, studiosi e storici locali poco attenti, nonostante l’evidenza dei fatti riveli ben altra appartenenza. Infatti in realtà si tratta di pezzi da 36 libbre della real marina borbonica, perfettamente uguali ai cannoni visibili in vari luoghi in Sicilia e Campania. Le artiglierie di questo tipo facevano parte dell’armamento primario dei vascelli da 74 cannoni, in questo caso verosimilmente il vascello Sannita, varato a Castellammare nel 1792, dotato di tre ponti e due batterie armate di cui una coperta. Il Sannita che armava 28 pezzi da 36, fu danneggiato dopo l’ultima importante missione di scorta a Palermo nel 1798 e portato nel 1799 in dismissione a Messina.


Palermo - Cannoni posti all'ingresso del Comando Militare Regione Siciliana(Palazzo dei Normanni)

Facile l’identificazione per via dello stemma posto subito innanzi al campo di lumiera, composto da una corona reale borbonica con ancora sormontata dalle iniziali “FR”, quindi Ferdinando Rex, ovvero Ferdinando IV di Napoli, re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, nonché Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1816 al 1825. Si consideri che il sovrano inglese dell’epoca era Giorgio III (regno 1760-1820) la cui corona e monogramma “GR” riscontrabili sulle relative artiglierie in corrispondenza degli orecchioni e anche sulle monete dell’epoca, non corrispondono palesemente con quelli in questione. La somiglianza o uguaglianza con cannoni di altre nazionalità, è giustificata dal fatto che molti stati commissionavano altrove (in particolare in Svezia) la fusione di artiglierie secondo progetti e design simili. Sulla faccia dell’orecchione sinistro sono riportate le date di fusione (1789 e 1791) visibili anche sotto lo stemma, sull’orecchione destro vi sono invece le iniziali AB del produttore, ovvero una specifica fonderia svedese. Le diverse date di fusione si rifanno al progetto (Napoli 1780) di istituire una grande flotta di vascelli e le successive produzioni dei cannoni in base al varo delle navi. A causa della scarsa qualità del “ferro del regno”, a partire dal 1772 nacquero negoziati per la fusione e l’acquisto di artiglierie in Svezia, in cui i materiali da impiegare erano certamente migliori.

Di conseguenza partirono per la Svezia varie commissioni per l’acquisto di centinaia di artiglierie in sostituzione di quelle ormai obsolete e decrepite. Considerata la tipologia di artiglieria, il motivo della presenza in tale luogo potrebbe spiegarsi con i resti di batterie costiere con cannoni dismessi da navi, posizionati durante il periodo murattiano. Esiste infatti un documenti di archivio che descrivono il posizionamento nel 1799 di 12 cannoni da 36 libbre in zona Piedigrotta e Paradiso. Tuttavia viste anche le date di fusione dei pezzi, una ipotesi più attendibile è quella riportata dal Marulli, circa due cannoni posizionati in loco nel 1848, anno dei moti rivoluzionari contro le truppe regie, ritiratesi nella zona falcata dopo aver lasciato gli altri presidi e circondate da decine di batterie siciliane di vario calibro. Tale fonte riporta infatti un lettera di Allegro del 19 giugno che racconta di due cannoni da 36 libbre sottratti dai rivoltosi all’arsenale nemico durante una sortita notturna presso il piano di Terranova, e posti in difesa costiera nel luogo del ritrovamento. Altre fonti confermano ciò riportando che durante i moti le truppe rivoluzionarie si impossessarono di 17 cannoni di grosso calibro appartenenti al dismesso vascello Sannita, ubicati presso i resti dell’arsenale del piano di Terranova. Infatti la necessità di posizionare artiglierie in questo luogo è ben evidente in una richiesta del 17 giugno 1848, fatta dal col. Miloro al direttore delle artiglierie siciliane col. Orsini, allo scopo di mettere in batteria appunto due cannoni presso Grotte e altri luoghi. Nello stesso tempo il piccolo parco delle artiglierie minori da 4 e 6 in bronzo e in ferro era stato raccolto proprio in questa zona.

Il rinvenimento dei cannoni sulla spiaggia trova spiegazione nel fatto che, falliti i moti a causa dello sbarco di forti truppe borboniche a sud di Messina, i rivoluzionari dovettero rapidamente abbandonare questo e gli altri presidi della città e ritirarsi verso Milazzo.
Si tratta di reperti interessanti, in condizioni tutto sommato buone nonostante la grave mancanza di manutenzione e cura, l’ubicazione esposta agli agenti atmosferici, l’uso come contenitore di cartacce (dentro le volate) e anche gli atti vandalici, i cui segni più recenti sono databili al mese di settembre ottobre 2010, mentre altri danni erano già stati provocati anni addietro nell’indifferenza generale.

Armando Donato
Responsabile Comitato Storico Siciliano– Messina.

[Leggi tutto...]

giovedì 10 febbraio 2011

MESSINA. 1810, lo sbarco Murattiano ed il recupero della memoria



In occasione della Terza Edizione della Notte della Cultura, che si svolgerà a Messina Sabato 12 Febbraio 2011, l'Associazione Amici del museo di Messina sarà presente in varie interessanti iniziative.

Si comincia alle 18.00 presso l'atelier orafo della Ditta Alvaro & Correnti sito a Messina in Via Ugo Bassi n. 59-61 con l'inaugurazione di una particolare mostra dal singolare titolo “Ferri e Ori”. L'esposizione, organizzata in collaborazione con l’Archeoclub Messina e che potrà essere visitata fino al 15 Febbraio, proporrà ai visitatori la ricostruzione in un autentico laboratorio orafo di fine '700, antica fucina di una vera arte in cui Messina ha espresso sempre il meglio.

La cerimonia inaugurale sarà introdotta da una relazione del Presidente Dott. Franz Riccobono. Alle 21.00 e alle 23.00 nella Cappella Santa Maria all'Arcivescovado i soci Marco Grassi e Alessandro Fumia parteciperanno con proprie relazioni all'incontro promosso dal Comitato Cittadino Maria SS. della Lettera su: "Iconografia della Madonna della Sacra Lettera".

A partire dalle ore 22.00 a Santa Maria Alemanna, nell'ambito delle iniziative promosse da questa Associazione per il "Bicentenario del Respinto Sbarco Francese in Sicilia", in sinergia con l'Assessorato Comunale alle Politiche del Mare, Il Circolo di Messina e l'Istituto Italiano dei Castelli si terrà una Mostra e una serie di Conferenze e Concerti dedicati al "Potenziamento della difesa dello Stretto: 1810, lo Sbarco Murattiano". La Mostra documentaria, che potrà essere visitata anche nei giorni successivi, è stata realizzata dallo Studio Galeano mentre per gli Amici del Museo interverranno Franz Riccobono, Armando Donato, Alessandro Fumia e Marco Grassi che affronteranno ogni specifico aspetto di questa significativa pagina di storia militare.

Durante la serata il Presidente Franz Riccobono interverrà con mirate relazioni anche presso l'Istituto Tecnico Commerciale "Antonio Maria Jaci", presso il Circolo "Pickwick" per la presentazione del volume "Bolidi di Notte" di Nino Minutoli, presso la Chiesa di Santa Caterina Valverde e presso la Saletta Commissioni di Palazzo Zanca in occasione della proiezione di alcuni documentari relativi alla Processione della Vara promossi dal Comune di Messina e dal Comitato Vara. Altresì il socio Giuseppe Amato esporrà a Palazzo Zanca alcune riproduzioni di armature del XVI secolo.

Sicuri di una vostra nutrita partecipazione, formuliamo i più cordiali saluti

Il Presidente
Franz Riccobono

Il Segretario
Marco Grassi

[Leggi tutto...]

mercoledì 26 gennaio 2011

L'orecchio mozzato di Garibaldi?Fu un conflitto a fuoco



Sulle cause della perdita dell'orecchio sinistro sono state formulate varie ipotesi, ma nessuna fin d'ora è stata dimostrata.
Non è stato infatti mai rinvenuto alcun documento che provi un provvedimento penale all'orgine del moncone, secondo alcuni tipico dei paesi sud-americani quando l'accusato era reo di abigeato.
Un'altra teoria è quella del morso, con il quale una donna sudamericana avrebbe tranciato il lobo sinistro dell'Eroe dei Due Mondi, mentre tentava di violentarla.
Anche in questo caso però non esiste alcun documento che suffraghi tale tesi.

Vi è invece una terza ipotesi, accompagnata da documenti storici, molto verosimile: un conflitto a fuoco.
A causa delle sue scorribande, Garibaldi era ricercato dai Governi di mezzo Sud America quando, nel 1835, gli venne tesa un'imboscata nel Gualeguay.
Quel giorno due imbarcazioni apparentemente innocue si avvicinano alla sua goletta, erano soldati. All'intimazione di arrendersi Garibaldi risponde con le armi, fu in quei momenti che una serie di palle lo colpiscono, di queste una si conficca sotto l'orecchio sinistro lasciandolo quasi esanime.
I garibaldini riusciranno a salvarsi, ma Don Peppino subirà una lunga convalescenza a causa delle profonde ferite e dell'operazione subita per estrarre la pallottola(il chirurgo di chiamava Ramon Delarca) che si era fermata sotto l'altro orecchio.

E lecito pensare che quella palla, entrando nel collo, abbia tranciato parte dell'orecchio garibaldino.
Una tale mutilazione non poteva essere rimossa facilmente dalla mente di Garibaldi che infatti la immortala nel suo romanzo "Clelia: il Governo dei Preti" dove egli, novello brigante nelle terre pontificie, scrive di essere caduto in un imboscata orchestrata da una banda di uomini comandata da un "prete satanico". Gli spari lo colpiscono più volte ma la ferita più grave è quella che gli portò via "questo pezzo di orecchio sinistro".

Davide Cristaldi

[Leggi tutto...]

martedì 11 gennaio 2011

Arriva la perizia: i cocci rinvenuti a cozzo telegrafo sono di epoca borbonica



Egr. dr. Cristaldi, come promesso, ho fatto datare da persona competente i due reperti rilevati a Cozzo Telegrafo. I cocci sono stati datati alla prima decade della seconda metà del 19° secolo, quindi coerenti con la presenza del Telegrafo ad aste.

La fattura è molto verosimilmente di fabbrica locale, così dice il sig. Giovanni Romeo di Augusta, che ha datato i cocci, anche e principalmente perché un suo antenato, nel periodo che ci interessa, gestiva ad Augustra una fabbrica di ceramiche. Il signor Romeo ricorda di avere, tra le sue "antiche cose", un vaso dell'epoca, con decorazione che ben si confronta con quella dei cocci che ci interessano, il quale porta la data di fabbricazione; appena potrò disporre di una foto, gliela invierò.

Le allego una foto dei due cocci.
Cordialità,
Italo Russo -Augusta(SR)

La relazione della spedizione al telegrafo di Augusta

[Leggi tutto...]

Riceviamo e pubblichiamo: Nuovo libro "La Nazione che non fu"




Buonasera,

vi segnalo il seguente volume:

LA NAZIONE CHE NON FU
- Operazione Verità - Salvatore Natoli Sciacca - Maria
Rosaria De Stefano Natoli -


Forti di grande esperienza culturale, politica e amministrativa, ferventi autonomisti, gli autori scrivono delle pagine di microstoria dimenticata, sancendo la differenza tra Nazione e Stato Unitario e cercando di portare alla luce la verità sulla nascita dell'Italia, accompagnata da azioni di conquista, che hanno determinato miseria e povertà nel Meridione e nella Sicilia in particolare.

È un lavoro meritorio che sicuramente farà riflettere e discutere, ma, questo è l'intento, porterà a una sicura presa di coscienza delle grandi potenzialità dell'Isola, da parte dei Siciliani, per raggiungere un sicuro grande sviluppo socio-economico e culturale e perpetuare la grande centralità della cultura, nonché per far raggiungere alla Sicilia stessa il grande ruolo di centralità nel Mediterraneo e nel mondo.

Distinti Saluti

Antonino Armenio

[Leggi tutto...]

mercoledì 29 dicembre 2010

(LA SICILIA) SOTTO I BORBONI SICILIA AL PASSO CON L'EUROPA


Modelli innovativi. La prof. Raffaele: «Anche dopo la Restaurazione, un'efficace azione in campo sociale»

Non è necessaria una radicale rivisitazione. Basterebbe guardare con gli occhi dello storico al periodo borbonico per capire che anche sotto il profilo dell'assistenza quella Sicilia non era la regione arretrata cui gli stereotipi più diffusi ci hanno abituato. Anzi: «Specie il primo periodo borbonico, quello del riformismo, segue le tracce dell'assolutismo illuminato dei grandi prìncipi europei. Nel campo dell'assistenza, c'è una fortissima consonanza con la realtà europea e a tratti un'accelerazione, un anticipo», osserva Silvana Raffaele, ordinario di Storia moderna alla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Catania.

I modelli sono piuttosto innovativi, per l'epoca: «Nel Settecento in Sicilia e a Napoli si aprono i Grandi alberghi dei poveri, opifici cui sono destinati i poveri che vengono tolti dalla strada e messi in condizione di lavorare, sul modello delle work houses di età elisabettiana», dice la professoressa, studiosa di quel periodo e autrice di saggi sulla famiglia, la società e la condizione della donna.
«Un secondo elemento è l'attenzione nei confronti della donna, mirata pur sempre al controllo sociale e a un concetto che collima con quello di onore, non soltanto siciliano ma europeo. Era infatti problema avvertito il passaggio di patrimonio, che doveva essere certo e sicuro. Per questo il padre doveva quindi non avere alcun dubbio quel figlio fosse suo. Di qui la necessità dell'assoluta fedeltà delle spose e lo stigma della prostituzione, che viene nettamente distinta. In questa logica, si aprono i conservatori della virtù, dove a tutte le donne ospitate viene insegnato un mestiere. A Catania ce ne saranno nove».

Segue la stessa impostazione la nascita delle «giunte dei figlioli proietti, primo esempio di struttura di tipo centralizzato per l'assistenza all'infanzia abbandonata». Una sorge a Palermo, svariate altre in Sicilia. Il «beneficio» non è solo la nota ruota fuori dai conventi, che serve ad affidare i bambini non voluti conservando l'anonimato. «Il Comune paga gli alimenti dei bambini fino a cinque anni per i maschi, dopodiché procura un lavoro, e indirizza le ragazze ai conservatori. La ruota di Catania, in venti anni, dal '40 al '60, ricevette quasi 10mila bambini, di cui l'83% morì», sottolinea la professoressa.
Dopo la restaurazione, i Borbone proseguirono una vasta azione di tipo sociale, stavolta sul modello francese. «La scuola primaria diventa gratuita: non obbligatoria perché non si potevano costringere le famiglie povere a privarsi delle braccia da lavoro. Nasce un sistema di scuola secondaria che prevede non solo licei e collegi per i dotti, ma anche scuole professionali attorno alle nuove professioni emergenti, diplomatici, militari etc. Era insomma una Sicilia in perfetta consonanza con l'Europa», afferma Raffaele.

Di lì a poco, nel 1877, ne "I contadini in Sicilia", così Sidney Sonnino descriverà le condizioni delle strutture di assistenza: «La classe dei cosiddetti galantuomini ha in mano tutte le amministrazioni comunali, e inoltre la gestione di tutto il denaro delle Opere pie [...]. Lo spettacolo diventa più doloroso ancora se dalle amministrazioni comunali, ci volgiamo a considerare le Opere pie e le condizioni della beneficenza pubblica in Sicilia. I monti frumentari sono diventati quasi dappertutto un mezzo nelle mani degli amministratori per esercitare l'usura per conto proprio e su più vasta scala [...].Le Opere pie sono considerate in genere dalla classe che le amministra come un campo che deve sfruttare per suo proprio vantaggio. Per gli onesti sono un mezzo di influenza e di favoritismo; per i meno onesti una sorgente di facili lucri e di illeciti guadagni».

Orazio Vecchio, 28 DICEMBRE 2010

[Leggi tutto...]