venerdì 7 maggio 2010

Anche il Corriere inciampa sui vapori della compagnia Rubattino.



Qualche settimana fa è uscito un articolo sul Corriere a firma di Alberto Maria Banti in cui si racconta il viaggio da Quarto a Marsala dei mille di Garibaldi finalmente in chiave un pò meno agiografica, ma non abbastanza da avvicinarsi alla verità storica.

In particolare viene ancora riportata la versione ufficiale della sottrazione dei piroscafi "Piemonte" e "Lombardo", mentre parecchie ricostruzioni storiche parlano di un vero e proprio accordo, quello tra Peppino ed il ministro dell'interno Farini con tanto di firma del Re Vittorio Emanuele a garantirne il pagamento.

Vi sono infatti diversi scritture dell'epoca che parlano dell'affare Rubattino come "accordo" e non come "furto", strano che il Corriere non li abbia citati come l'onestà intellettuale imporrebbe, o dovremmo forse dubitare della preparazione storica dei suoi giornalisti?
Anzi, la "sottrazione" dei due vapori sardi fruttò immensi guadagni alla compagnia di navigazione genovese, in quanto le somme utilizzate per pagare le due navi furono successivamente prelevate dal Banco delle Due Sicilie di Napoli e Palermo come si legge in questa nota:

"Anche questa farsa di simulata violenza nell' uso fatto de' vapori marittimi fruttò alla Società Commerciale Rubattino rilevanti somme. L'amore per la nuova Italia , divenuto per molti una speculazione d'immensi guadagni, ha inspirati due decreti dittatoriali pubblicati nel giornale officiale di Napoli a dì 5 ottobre 1860 firmati dal solo Garibaldi in Caserta ,col primo de' quali si assegnano 450 mila franchi alla detta Società Rubattino da pagarsi dalla Tesoreria di Napoli per rinfrancarla della semplice cattura del suo battello Cagliari servito per la generosa, quanto sfortunata impresa di Carlo Pisacane ,, : e col secondo decreto ,, si assegnano alla stessa Società Rubattino altri 750 mila franchi, da pagarsi dalle Finanze di Napoli e di Sicilia, in compenso della perdita de' due suoi battelli il Lombardo, e il Piemonte , serviti alla prima e fausta spedizione di Sicilia ; da conservarsi, e ripararsi in memoria della iniziativa del popolo italiano etc..[1].

Dai decreti garibaldini si evincono altre due fatti fondamentali:

1) I meridionali dovettero rimborsare anche il "Cagliari" un piroscafo andato perduto durante la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane, avvenuta 3 anni prima.

2) Il Cagliari apparteneva sempre alla società Rubattino, strana coincidenza il fatto che per simili spedizioni si acquistavano o rubavano sempre navi di questa compagnia.

Ma continuiamo con la nota:

"I due bastimenti a vapore non furono rapiti per forza, ma comprati da Garibaldi ; con queste condizioni. Medici aveva trattato l'affare con il proprietario Rubattino ; e si erano accordati sul prezzo. Ma Rabattino , al quale non avevano nascosta la destinazione de' vapori, rifiutava consegnarli senza pagamento su la nuda firma di Garibaldi. In questo impaccio, opponendosi Bertani, che si toccasse la cassa de' Comitati, si volsero a Farini allora ministro dello interno, il quale fece riflettere, che nella sua qualità officiale gli era impossibile dare la firma, e per firmare col suo nome personale trovava la faccenda assai pericolosa. Si pensò allora di far intervenire il re medesimo per assicurare, o più esattamente per garentire a sua volta Farini. Essendosi così combinate le cose, l'atto di vendita fu stipulato presso il regio Notajo ( Badint, o Badigni, in via di Po, a Torino) e firmato dal generale Medici per Garibaldi, da Saint-Frond pel re, da Riccardi pel suo suocero Farini. Appena venuto in possesso de' bastimenti Garibaldi s'imbarcò con i suoi uomini : difettando di munizioni, il governatore del forte di Talamone gli consegnò polvere , cartucce , ed armi sopra un ordine scritto del Ministro della guerra"[2].

Da quest'altro resoconto, si capisce come Rubattino fosse perfettamente conscio della situazione, così come era chiaro l'appoggio incondizionato e non neutrale da parte del governo piemontese(al contrario di come afferma il Corriere) che intervenne con fatti concreti a dar man forte all'operazione garibaldina.

Ma la storia del "falso furto" viene riportata da più fonti, peraltro accessibili a tutti:

"I nostri lettori ricorderanno come Garibaldi co' suoi mille volontarii partisse da Genova sopra i due vapori il Piemonte ed il Lombardo, appartenenti alla società Rubattino. Era giustizia indennizzare la società la quale fino a quel giorno generosamente non erasi fatta sentire.- La voce corsa dopo la partenza di Garibaldi da Genova fu che la spedizione si fosse impadronita a viva forza dei due battelli, e ciò per non implicare la società Rubattino nei delitti di Stato e nei reclami delle leggi e dei diritti internazionali. Ma veramente la società Rubattino era intesa di tutto, e volontariamente aveva dati i due vapori, certa che le sarebbero stati pagati o da Garibaldi stesso o dalla nazione perchè adoperati per causa eminentemente nazionale. Ora che appressavasi il giorno in cui il governo sardo doveva prendere le redini del governo di Napoli, era conveniente che il dittatore prima di ritirarsi dal potere decretasse il pagamento dei due battelli alla predetta società. Garibaldi adempì scrupolosamente a questo suo dovere il giorno 5 ottobre con un decreto in data di Caserta, col quale ordinò fosse pagata in cartelle del debito pubblico dello Stato la somma di 750 mila franchi, 3/4 dalle finanze di Napoli e un 1/4 dalle finanze di Sicilia"[3].

Ed ancora:

"Nino Bixio, finto corsaro, s'impadroniva di due vapori della Società Rabattino, il Piemonte e il Lombardo, SENZA CHE NESSUNO GLIELO IMPEDISSE; e due ore dopo la mezzanotte, i due piroscafi giungevano dinanzi alla spiaggia di Quarto, dove stava ad attenderli Garibaldi, circondato dai suoi volontarì"[4].

Ed infine, ma non ultimo:

"Il Bixio, cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio periglioso, pel puro noleggio, era riuscito più fortunatamente a persuadere Raffaele Rubattino a lasciarsi rapire, con un simulacro di pirateria e, mercé la sola malleveria della firma di Garibaldi, due de' suoi piroscafi, e al più era provveduto"[5].

Fino a quando il Corriere continuerà a sfornare articoli pieni zeppi di inesattezze storiche e montature agiografiche, toccherà a noi piccole voci resistere e raccontare come si svolsero effettivamente i fatti e come sulle tasche dei duosiciliani gravò l'intero costo dell'unificazione italiana mentre a guadagnarci furono soltanto i conquistatori.
Una rendita fruttuosa che gli eredi della classe dirigente piemontese cerca di perpetuare, nascondendo e dissimulando ancora oggi.


[1] Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861 - 1863 - pag.67
[2] Ivi - pag.68
[3] Storia dell'insurrezione siciliana - Milano - 1861 - pag.32
[4] Storia di Vittorio Emanuele II - Roma - 1893 - pag.185
[5] Il Valore Italiano - Roma 1883 - pag.482

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martedì 4 maggio 2010

Nuove prove sui cannoni di Capo Peloro



Lo studio e la trattazione della storia devono essere necessariamente affrontati con serenità ed equilibrio da parte del ricercatore, studioso o appassionato che sia, al fine di scoprire la verità. Metodo opposto è quello dell’obliterazione, offuscamento e liquidazione partigiana ed ideologica di importanti e duraturi periodi storici sia preunitari che post grande guerra, le cui testimonianze Messinesi sono troppo spesso con odio, timore e sufficienza, snobbate e vittime di errate attribuzioni; vedasi ad es. tutte le opere militari edificate dagli anni 30 del 900 in poi o vari esempi preunitari come i cannoni visibili nel litorale di Pace rinvenuti sulla locale spiaggia e spacciati per Inglesi, la torre del Faro detta erroneamente Inglese, la Real Cittadella e tanto altro.

La storia di Messina (con relativa sistemazione difensiva) prima e più di quella d’Italia, deve essere letta in base a tutti i suoi periodi storici e non solo alcuni, o meglio i soliti, con sistematica esclusione politico- ideologica di altri. Le generalizzazioni non servono, così come è sterile l’attribuzione forzata e fuorviante di certe testimonianze ad un dato periodo che fa comodo sponsorizzare, snobbando tutto il resto. Ciò non è utile a nulla se non ai propri fini. In questo caso bypassare un più che secolare periodo come quello borbonico, vissuto da Messina prima dell’unità, negando ostinatamente sia gli importantissimi episodi storici verificatisi, sia l’esistenza di un sistema di organizzazione difensiva legittimamente approntato ben prima dell’arrivo di garibaldini e piemontesi, non è corretto ne d’ ausilio alla ricerca della verità.

La cultura e la storia Messinesi non nascono di certo nel 1860 o meglio dal marzo 1861, ne si concludono alla fine dell’800 o con la grande guerra; ciò sarebbe offensivo e riduttivo verso i suddetti periodi purtroppo mai trattati e/o etichettati come negativi, pessimi, arretrati ecc. seppur facenti parte del patrimonio culturale della città. Lo studio della storia, con l’ausilio di specifiche competenze, è ben altra cosa.

In base a quanto riportato nella relazione ritenuta ufficiale, secondo cui i cannoni di Capo Peloro sono savoiardi, garibaldini, risorgimentali e quant’ altro, è bene evidenziare alcuni punti:

1) mentre alcuni mesi fa tali fonti ufficiali sostenevano, forse con eccessivo azzardo, tramite inattendibili stampe non corrispondenti allo stato dei fatti, carte ecc che i 3 cannoni (prima ritenuti solo 2 e poi attribuiti alla marina borbonica) fossero stati trovati sulla spiaggia di Faro da Garibaldi e da esso riutilizzati, adesso invece affermano che furono portati da altri luoghi, senza però dare una spiegazione logica e chiara sui fatti precedenti e successivi.

2) L’assenza di batterie borboniche all’arrivo dei garibaldini è dimostrata dal fatto che giunto l’ordine di ritirata, le artiglierie furono ovviamente smontate e portate via, quelle vetuste e/o non trasportabili sabotate. Le truppe in ritirata da presidi fissi portavano con se tutto quanto possibile ed utile anche in virtù della convenzione tra i due eserciti, che prevedeva anche l’equa spartizione delle artiglierie;

3) Nell’ agosto del 1860 i presidi borbonici erano quelli nella zona falcata, dunque la Piazza Duosiciliana esisteva ancora, avendo il suo cuore pulsante nella suddetta area, tanto è vero che si arrese solo dopo 7 mesi.

4) Non è ben chiaro il perché tali cannoni, che si ritiene trasportati da altri luoghi, non siano stati portati via da Garibaldi, per il proseguo della Campagna. In verità egli non avrebbe mai preso altrove vetusti pezzi del genere (a maggior ragione se ritenuti di fine 600 primi 700), non si capisce infatti quale stratega potesse utilizzare cannoni che nessun cannoniere avrebbe utilizzato, poiché facili al difetto se non all’esplosione per via dell’età. Inoltre il loro calibro era nel 1860 (in cui già si usavano i Paixans da 80 libbre) ormai talmente ridotto da “fare il solletico” alle navi borboniche, aventi protezioni di 70 cm al galleggiamento, ed armate coi i 30 libbre esplodenti standard;

5) A smentita del decreto citato dal Mezzacapo sulle batterie borboniche
disarmate, è opportuno segnalare lo scritto di M. Musci sulla “storia civile e
militare del Regno delle due Sicilie dal 1830 al 1849”, che tratta dell’
addestramento ( 1831) degli artiglieri nei territori del Regno al di qua ed al
di la del Faro e della riorganizzazione militare e classificazione delle piazze
e forti del regno, secondo cui nel 1833 risultavano in particolare:
• Messina- Piazza di prima classe;
• Real Cittadella di seconda classe;
• Castelli del SS Salvatore di terza classe;
• Gonzaga e torre del Faro di quarta classe, comandata da un capitano.


6) Si rammenta che le aree costiere siciliane furono difese adeguatamente già a partire dalla metà del 700. Nel 1799 la protezione antincursiva siciliana fu potenziata con 100 pezzi da 36 e 24 libbre posti in 27 batterie, mentre la Real Marina disponeva di 86 varie navi. Lo stesso anno il presidio della torre del Faro era considerato “campo trincerato”, retto da un colonnello e presidiato da varie truppe anglosiciliane (fonte “Le Due Sicilie nelle guerre napoleoniche”- USSME 2008). Nel 1810 presso la torre del Faro erano armate due batterie inglesi più diversi trinceramenti (fonte G. Cockburn 1811), secondo J. Purdy (1841) vi erano ancora due batterie inglesi insieme ad artiglierie armate nelle torri martello, coordinate dal telegrafo di forte Spuria ). Inoltre una relazione di A. Ulloa, datata 1852 su” I fatti di guerra de soldati napoletani”, cita l’ipotesi di una prosecuzione delle batterie inglesi edificate 40 anni prima sulla costa nord della città, in modo da unire i presidi di difesa marittima di Messina e della torre del Faro.

7) Nel giugno 1860 risultavano armati nella Piazza di Messina 32 vari pezzi di artiglieria (fonte A.Gay 1896).

8 ) Poiché si è nel campo delle ipotesi, tali artiglierie sembrerebbero di metà 700 circa, la produzione commissionata in Svezia (anche per il regno Duosiciliano e d’Italia poi), Inghilterra o altrove, era usanza molto diffusa. Riguardo il periodo, i calibri, la denominazione ecc, premesso che la misurazione è da effettuarsi secondo precise tecniche, le girandole di numeri e cifre valgono tanto quanto, dato che le artiglierie innanzitutto erano denominate in base alle varie unità di misura ( una libbra inglese non era la stessa di quella napoletana ecc), ed abbastanza convenzionali quali tipici pezzi da marina, è impossibile stabilire con certezza il luogo di fusione, poiché ognuno copiava l’altro e spesso si acquistavano artiglierie di altri stati, caricate poi con gli stemmi del regno acquirente. In molti casi si commissionava la fusione di un cannone all’estero per poi applicare il proprio stemma. Esistono specifici metodi utili a cercare di risalire all’origine di un cannone e che non si rifanno certo alla misurazioni citate.

9) Visto il periodo storico ipotizzato, allora i cannoni potrebbero anche essere attribuiti al regno spagnolo di Carlo II, all’indomani della fine della rivolta antispagnola (1674-1678);

10) Ricordando che si tratta di pezzi di marina in ghisa in cattivo stato di conservazione, lo stemma sulla cintura di volata del cannone più grosso ( gli altri due non sono mai stati esposti al pubblico) riporta una corona reale di notevole somiglianza con quelle spagnole. Lo stemma della marina sarda o del reggimento “La Marina” riproduceva una corona con aquila e due piccole ancore incrociate, quello ufficiale savoiardo dell’epoca una croce dentro uno scudo. Premesso che l’ancora era tipicamente impressa nei simboli delle artiglierie di marina ( vedi cannoni di Pace), la parte inferiore dello stemma risulta illeggibile, quindi si può solo ipotizzare cosa potesse esser riportato (una ancora, una croce, delle iniziali?). Per la corona con ancora è stato fatto un confronto visibile e molto verosimile con le immagini degli stemmi della Real Marina borbonica e del rgt. Real Marina, che riproducono appunto una corona sormontante un’ancora, di cui sul cannone si nota ancora la parte superiore sotto la corona stessa. I confronti sono stati fatti con alcuni testi di uniformologia, tra cui “L’ Armata del sud” Custodero -Pedone 2003, “Militaria” di G.S. Mazzini- 2006 e la raccolta delle tavole sulla “Marineria” di Diderot- D’ Alemberrt (Libritalia 2002). Al contrario invece, non è possibile visionare le prove ed i confronti circa la presunta croce savoiarda ne altre immagini.

11) L’inchiodatura dei cannoni era un metodo facilmente aggirabile creando un foro subito accanto al focone otturato; opera non certo difficile. Appunto perché i 3 pezzi hanno i foconi liberi e le volate occluse con palle metalliche ficcate e pressate a forza tanto da essere ammaccate, si intende che questa fu un‘azione di autosabotaggio (che tecnicamente si rifà proprio alla volontà di non lasciare al nemico armi intatte ed utilizzabili) più incisiva e non risolvibile. Un altro esempio è visibile presso il castello del SS. Salvatore (già presidio borbonico) in cui vi sono due cannoni, ad occhio da 24 libbre, con la volata occlusa da palle metalliche.

12) L’ inertizzazione è un azione che può riferirsi alla disattivazione di una qualsiasi arma anche non in tempo di guerra, effettuata per motivi di legge relativi alla sicurezza, al commercio ed il collezionismo. Il sabotaggio in tempi di guerra di artiglierie ad avancarica e non, è tutt’ altra cosa. In tempi moderni solitamente si procedeva allo smontaggio degli otturatori o facendo saltare le volate.

13) I genieri e gli artiglieri Duosiciliani erano perfettamente in grado di sigillare, ed occludere artiglierie. Si trattava inoltre di truppe regolari in ritirata ordinata, non sbandati in fuga, che nel caso di torre del Faro e gli altri presidi ebbero tutto il tempo di fare ciò che volevano, poiché a conoscenza dei fatti di Milazzo e del primo ordine di ritiro borbonico nella cittadella dato dal De Clary il 24 luglio 1860. Lo stesso pomeriggio le truppe garibaldine avrebbero attaccato quelle borboniche presso la torre Rizzo e Puntale Pistorio. Decisa una tregua, la notte del 24 quasi tutto l’esercito duosiciliano era riunito presso il piano di Terranova e la Real Cittadella e dislocato negli ultimi avamposti della zona falcata. Il 26 luglio con il patto De Clary- Medici fu sancito il definitivo abbandono borbonico dei restanti presidi di Gonzaga, Castellaccio e torre del Faro con imbarco per la Calabria o il trasferimento presso la zona falcata nei presidi dl don Blasco, Cittadella, batteria della Lanterna e SS. Salvatore. (fonte “Difesa dei soldati napoletani 1860”- Cav. C. Corsi).

14) I cannoni usati come bitte da ormeggio nei moli erano spesso posti non con la volata, come in questo caso, ma con la culatta (ovvero la parte retrostante più massiccia e resistente del cannone) all’insù. Infatti visto il luogo e la posizione del ritrovamento essi erano usati per l’ alaggio delle barche dei pescatori, i quali dato il luogo e l’uso non avevano alcun interesse e motivo di “abbellire” tre ferrivecchi ne effettuare chiusure del genere.

Conclusioni:

Risulta palese che i cannoni non furono usati da Garibaldi, ne è spiegata con ragionamenti logici e concreti la presenza dei pezzi in loco e l’otturazione delle 3 artiglierie. Ma questa è una verità consolidata da tempo, che smentisce le precedenti tesi diffuse ufficialmente e considerate attendibili, via via venute meno insieme alle ultime “ipotesi” che non dimostrano affatto la certa ed inequivocabile appartenenza savoiarda, l’uso garibaldino ecc ne identificano nulla. Quindi si ritiene perfettamente fuorviante ed inutile pensare di utilizzare tali relitti metallici per festeggiare eventi che nulla centrano con le artiglierie in questione. Nel dubbio sarebbe più facile infatti esporre testimonianze comprovatamente certe, evitando sprechi di danari pubblici per erigere monumenti non alla storia, ma a ciò che fa comodo ricordare a tutti i costi, anche a discapito della verità storica. A tal proposito, poiché non è certamente noto agli interessati, si ricorda e si consiglia che basterebbe ripristinare (magari a proprie spese) il monumento a Garibaldi, un tempo sistemato nella omonima piazzetta del Villaggio di Torre Faro e lasciato in rovina negli anni.

Dott. Armando Donato

Comitato Storico Siciliano - Messina

Componente del C. D. dell’ Associazione Amici del Museo di Messina

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venerdì 23 aprile 2010

Raccolta firme per restituire una via a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie



Cari amici, dopo il successo ottenuto con l'intitolazione della piazza di Sciacca a Maria Sofia, il prossimo obiettivo è ripristinare il nome di un'antica via di Riposto una volta dedicata a Maria Teresa, regina delle Due Sicilie e moglie di Ferdinando II, ma che fu modificata tanti anni orsono con "Via Enrico Cialdini".

Dateci una mano inviando una mail al Sindaco di Riposto, Dott. Carmelo Spitaleri, all'indirizzo: sindaco@comune.riposto.ct.it

ed in copia conoscenza:
comitato@comitatosiciliano.org

chiedendo di ripristinare l'antico nome e congedare il generale Cialdini.


Tutte le firme pervenute, saranno pubblicate sul nostro sito.

Di seguito il comunicato.

Scrivo in risposta alla lettera del Sig. Pistorio di Riposto, apparsa su LA SICILIA il 15 marzo 2010, perchè desidero condividere la sua proposta di modificare il nome della via intitolata al generale Cialdini ed invitando tutti nel contempo ad una serena riflessione sui presunti meriti del militare piemontese e se questi siano sufficienti per rappresentare una via a Risposto.

Sono certo che la scelta di dedicare una via ad Enrico Cialdini, causa l'eccessiva enfatizzazione dell'epopea risorgimentale, fu imparziale e troppo frettolosa, per di più avvenuta a scapito di altri personaggi dell'epoca, sicuramente più degni.

Una riflessione seria ed imparziale sulle figure storiche che hanno caratterizzato il nostro passato, oltre a restituire una dignità storica a questa città, sarebbe l'occasione per i ripostesi di conoscere qualcosa in più del loro passato e del periodo storico risorgimentale che, sebbene portò alla cosiddetta Unità, fu foriera di lutti, di veri e propri sterminii, di sangue e di altri abusi, dei quali Cialdini fu certamente uno dei principali autori.

Le brutalità del Generale Cialdini furono talmente eccessive che persino i suoi soldati ne rimasero inorriditi. Ecco cosa scrisse nel suo diario un bersagliere valtellinese e commilitone di Cialdini durante i fatti di Pontelandolfo: "Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 persone... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case"

Davide Cristaldi
Comitato Due Sicilie - Sicilia

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Il Comune di Sciacca delibera: Piazza Maria Sofia!



Cari amici,
con immenso piacere vi comunico lo strepitoso successo dell'iniziativa portata avanti dal segretario del CDS-SICILIA, Pino Marinelli, sull'intitolazione di un belvedere a Maria Sofia di Wittelsbach, moglie di Francesco II di Borbone ed ultima regina del Regno delle Due Sicilie.

La mozione presentata dal vice-sindaco Dott. Carmelo Brunetto è stata approvata all'unanimità, facciamo i nostri più vivi complinenti a Pino ed alla dirigenza del comune di Sciacca per aver restituito questo pezzo fondamentale di storia alla nostra gente.

La lapide sarà posta il 27 giugno con una cerimonia ufficiale, prossimamente su questo sito sarà esposto un dettagliato programma.

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martedì 20 aprile 2010

Il Comitato Storico Siciliano parteciperà alla manifestazione contro il museo Lombroso di Torino.


MOBILITAZIONE GENERALE PER LA MANIFESTAZIONE DI TORINO DEL 8 MAGGIO 2010

PROGRAMMA

1) RADUNO ALLE ORE 16 A PIAZZA VITTORIO VENETO (TORINO CENTRO), PARTENZA DEL CORTEO CHE ATTRAVERSERA' VIA PO, PIAZZA CASTELLO, VIA ROMA;

2) A PIAZZA SAN CARLO VERRA' EFFETTUATO UN COMIZIO

3) DOPO IL COMIZIO RIPARTIRA' IL CORTEO PER GIUNGIERE IN VIA PIETRO GIURIA 15 OVE HA SEDE IL MUSEO LOMBROSIANO E DOVE LA MANIFESTAZIONE SI SCIOGLIERA' DOPO AVER RESO OMAGGIO AI RESTI DEI PATRIOTI MARTIRI DEI COLONIALISMO ANGLO SABAUDO.

Segue comunicato stampa.

Martedi 4 maggio 2010 alle ore 11: 30 nella sede del Movimento di Insorgenza Civile, sito in via Sant’Anna dei Lombardi 40 Napoli avrà luogo la conferenza stampa per la presentazione della manifestazione che si terrà il giorno 8 maggio a Torino per protestare contro la riapertura del Museo Lombroso. Presenteranno l’evento il presidente di Insorgenza Civile Nando Dicè, Michele Iannelli di Insorgenza Civile Lazio e Fiore Marro in rappresentanza dei Comitati delle Due Sicilie. "L’idea della manifestazione è nata in seguito alla riapertura del Museo Lombroso di Torino – spiega Michele Iannelli, promotore dell’iniziativa e del corteo - per la quale è stato creato anche un gruppo su Facebook, che ha ottenuto oltre 8000 iscrizioni. Cesare Lombroso teorizzò l’inferiorità della "razza meridionale" che sarebbe stata geneticamente portata alla delinquenza, sulla base di misurazioni di centinaia di resti e di crani prelevati al seguito delle truppe piemontesi che invasero il Regno delle Due Sicilie e massacrarono migliaia di meridionali che si erano ribellati a quell’invasione etichettandoli negativamente con l’epiteto di "briganti". Il museo questo non lo racconta nè fa una lettura critica dell'opera di Lombroso". "Sarà una buona occasione anche per ricordare la colonizzazione subita dal Meridione proprio mentre Torino si prepara ad essere il fulco delle celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia - spiega il presidente di Insorgenza Civile Nando Dicè - La nostra manifestazione a Torino non è dunque semplicemente contro il Museo Lombroso ma è un'occasione per ricordare i nostri veri fratelli che sono morti per salvaguardare la propria libertà e che nel 2011 al Sud non c'è proprio niente da festeggiare. Sfileremo per il capoluogo della regione a guida leghista con i drappi neri in segno di lutto per il Sud. La nostra marcia su Torino sarà il primo atto ufficiale di un impegno preciso dell’intero Meridione: la riconquista di quella libertà perduta e della dignità che ogni giorno si continua a calpestare. Chiediamo la chiusura del Museo Lombroso o quanto meno l'intitolazione del Museo ai martiri del Sud, vittime di un vero e proprio genocidio di cui non si parla abbastanza, con spiegazioni fortemente critiche sugli studi lombrosiani, sala per sala, affinché l'investimento di soldi pubblici del musero sia utile almeno a raccontare la verità storica di allora, incluse le sue mostruose teorie antimeridionali". " Nello specifico i giorni a Torino saranno due, il 7 e l’8 maggio – spiega Fiore Marro, dei Comitati due Sicilie – perché è proprio in occasione della commemorazione dei nostri eroi, dei nostri caduti, che il Comitato delle Due Sicilie propone un momento di raccoglimento nella fortezza di Fenestrelle, che rappresenta la meta che ogni uomo nato a sud del Garigliano deve almeno una volta nella vita vedere, che trasuda dalle sue mura ancora lo strazio che i nostri poveri ragazzi rinchiusi in quel lager dall'esercito sabaudo furono costretti a subire. Per chi c’è stato e può testimoniarlo risulta un luogo dove la sofferenza e la voglia di reagire diventa uno iato inscindibile."

Agenzia del: martedì 20 aprile 2010
Fonte: AGIM

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Presentazione libro "Messina obiettivo strategico" di Armando Donato



Per la prima volta in assoluto sarà trattato dal punto di vista storico-militare il ruolo primario svolto dalla Piazza di Messina durante l'ultimo conflitto mondiale, ruolo altresì determinante per le sorti della guerra in Italia ed Europa, in modo particolare in seguito allo sbarco Angloamericano in Sicilia, di cui Messina era l'obiettivo tattico.

Il volume descrive i nuovi sistemi difensivi attivi e passivi approntati in città, le fasi salienti dello sbarco in Sicilia con i relativi provvedimenti tattici presi dai contrapposti schieramenti per giungere primi a Messina, i molteplici attacchi aerei, navali e sottomarini angloamericani, sino alle ultime fasi della Campagna di Sicilia che videro l’area dello stretto, a tal proposito potentemente difesa da centinaia di artiglierie italotedesche, quale zona di fondamentali operazioni militari sia per attaccanti che difensori, accomunati dall’esigenza rimaria di giungere per primi sulle rive dello stretto e completare i rispettivi obiettivi.La presentazione sarà arricchita da foto e mappe inedite, nonché filmati dell’epoca.


A cura di Armando Donato, responsabile CSS - MESSINA
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martedì 6 aprile 2010

Dubitando ad veritatem pervenimus!


lo stemma di Ferdinando sul cannone da 36 libbre di Pace.
Identificati altri due cannoni borbonici spacciati per inglesi.

La difesa del territorio è sempre stata una primaria necessità comune a qualsiasi nazione. A ciò non venne meno il Regno delle Due Sicilie il quale, come del resto fece in seguito lo Stato unitario Italiano, fortificò e presidiò le coste, le piazze ed i punti sensibili. Infatti già un secolo prima dell’arrivo delle truppe piemontesi e garibaldine sull’isola, il regno aveva provveduto a fortificare il proprio territorio. Nella prima metà del 700 le coste erano carenti di difese e dunque preda di facili incursioni piratesche che infestando tutto il Mediterraneo, attaccavano i navigli commerciali e saccheggiavano paesi e villaggi. Nel 1799 la protezione costiera siciliana fu potenziata con 100 pezzi da 36 e 24 libbre posti in 27 batterie, mentre la Real Marina disponeva di 86 varie navi.


Il cannone da 36 libbre
In tale contesto anche la Piazza di Messina si adeguò fortificando, presidiando e pattugliando le proprie aree costiere, in modo particolare durante significativi ma poco trattati eventi bellici, vissuti dalla Messina borbonica quale assoluta protagonista; ovvero il periodo napoleonico 1800-1815, dei moti rivoluzionari 47-48 e della difesa contro le truppe piemontesi sino al marzo 1861. Nessuna meraviglia dunque nel riscontrare ancora oggi varie e palesi testimonianze militari ascrivibili al più che secolare periodo borbonico, spesso obliterate o vittime di errate e fuorvianti attribuzioni. A tal proposito è dunque necessario ripristinare la verità circa altri cannoni rinvenuti nel litorale di Pace - Contemplazione parecchi decenni addietro, restaurati ed esposti sul relativo lungomare. Infatti tali ben visibili artiglierie, da sempre attribuite alla marina inglese e come tali considerate da presunti esperti e studiosi locali, sono in realtà cannoni in ghisa ad avancarica da 36 libbre della Real Marina borbonica, fusi nel 1789 e 1791 ed armati esclusivamente nelle batterie inferiori dei vascelli. L’ evidente stemma posto innanzi al focone, composto da corona ed ancora sormontata dalle iniziali FR (Ferdinando Rex, cioè Ferdinando IV), non lascia alcun dubbio.


Il cannone più grosso tra i tre, di metà 700, rinvenuti a Capo Peloro, dotato di stemma spagnolo
Le diverse date di fabbricazione si rifanno al progetto (1780) di istituire una grande flotta di vascelli e le successive fusioni dei cannoni in base al varo delle navi. Il ritrovamento sulla spiaggia indica il frequente uso in difesa costiera di cannoni appartenenti a navi in disarmo, in questo caso forse sistemati in batteria a pelo d’acqua nei pressi di un fortilizio del XIV°sec. sede di un posto fisso borbonico, comandato dal 1803 al 1805 dall’ alfiere La Scala e rafforzato nel 1810 da una batteria e vari trinceramenti ad opera degli alleati inglesi. Nel 1806 a Messina fu inoltre decisa l’edificazione di un grande arsenale di artiglieria e nel 1808 oltre 500 artiglieri litorali insieme a truppe inglesi sorvegliavano i vari punti sensibili.


Stemma spagnolo cannoni di Capo Peloro

Tuttavia una delle ipotesi che giustificherebbe la presenza di tali grossi cannoni navali in loco è quella descritta in una lettera di M. C. Allegro nel giugno 1848, anno dei moti rivoluzionari contro le truppe regie, a Messina ritiratesi nella zona falcata dopo aver lasciato gli altri presidi. Essa racconta di due cannoni da 36 libbre sottratti dai rivoltosi all’arsenale borbonico durante una sortita notturna e posti nei pressi del luogo del ritrovamento. In base a tale ipotesi, col successivo fallimento dei moti, la riconquista borbonica della città e la fuga dei rivoltosi verso Palermo, i cannoni potrebbero essere stati abbandonati sul posto, rimessi in batteria dall’esercito borbonico e dunque lasciati prima dell’arrivo delle truppe garibaldine nel luglio 1860. Ipotesi a parte, il dato storico fondamentale ed incontrovertibile che emerge è quello relativo al fatto che i cannoni di Pace non sono inglesi ma borbonici. Considerata la rarità del modello e le buone condizioni nonostante l’ esposizione alle offese del tempo senza alcun intervento di manutenzione, sarebbe opportuna la collocazione in un apposito museo a tema, così come per i cannoni di C. Peloro e quelli meno conosciuti da 24 libbre attualmente visibili presso il castello del SS. Salvatore, già presidio duosiciliano.

Armando Donato
Responsabile CSS - Messina


si ringraziano Luigi Ombrato, Franz Riccobono, Salvatore Cavalli, Giovanni Arigò.

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