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lunedì 2 maggio 2016
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lunedì 19 ottobre 2015
Un affresco di Vito d'Anna su un altarino di Riposto (CT)
Foto di una scolaresca sotto l'affresco della Madonna del Rosario di Vito d'Anna
Riposto(CT) - Un affresco databile ai primi anni dell'epoca borbonica (1736-1744) attribuito al noto pittore palermitano.Vito D'Anna nacque a Palermo il 14 ottobre 1718, dove morì il 13 ottobre del 1769. Fu considerato l'erede del famoso Paolo Vasta, che lo accolse nella sua scuola pittorica di Acireale il 13 gennaio del 1736, dove rimase fino al 1744, quando ritornò temporaneamente a Palermo per poi trasferirsi a Roma.
Dipinse, col suo stile barocco, parecchi ed apprezzati affreschi nell'acese, così come nel palermitano, nell'agrigentino, nel ragusano e nel siracusano. Sua è una tela di Madonna col Bambino nel Convento dei Cappuccini di Linguaglossa(CT). Il figlio Alessandro, nato nel 1746 e morto intorno al 1815, dopo anni di attività nella bottega paterna, si trasferisce a Napoli insieme al fratello Olivo. I due artisti s'impegnarono col re Ferdinando a dipingere i costumi dei vari paesi del Regno, restando sempre alle dipendenze dei reali napoletani.
Vito d'Anna: Ritratto autobiografico
La scoperta dell'inedita opera è stata resa possibile grazie al rinvenimento di un documento ottocentesco, secondo il quale in una zona compresa tra Riposto ed Altarello, si trovava all'interno di un altarino, un affresco del d'Anna:
"...Presso a Riposto, nella via dell'Altarello, esiste di Vito un altarino ove pitturò la Vergine del Rosario col divin pargoletto in grembo, e s. Domenico e s. Caterina ai fianchi..."(1).
La conferma è recentemente arrivata da una foto in bianco e nero dell'altarino, oggi purtroppo non piu esistente in quanto demolito nel 1956 per l'allargamento della strada Riposto-Quartirello.Secondo Stefania de Luca, proprietaria della foto, l'edicola votiva era situata all'altezza del parco delle Kenzie.
Tale foto, come ha segnalato Ivan Leotta, è riportata anche sul libro "Quartareddu do Chiancuni" del Prof. Mario Giannetto, che dedicò qualche pagina all'edicola della Madonna del Rosario:
"Imboccando la via per "Quartareddu"[...]era stata costruita dagli abitanti del luogo, probabilmente nel secolo XVIII, un edicola votiva che sorgeva all'incrocio tra l'odierno Corso Europa e la strada n.28 Riposto-Quartirello.Essa era alta circa 4 metri, con volta ad arco, tetto piano sormontato da una croce in ferro battuto. Nella parete frontale dell'ampia nicchia era dipinta con pittura su intonaco una delicata Madonna del Rosario che portava in braccio il bambino ed al suo fianco, inginocchiata, una donna supplicante[...]L'Edicola rappresentava il limite fra il paese e la campagna, l'uscita e l'entrata da mezzogiorno dell'abitato di Riposto."
Dettaglio dell'affresco del d'Anna
La datazione al XVIII secolo, come riporta il Giannetto, corrisponde effettivamente al periodo in cui Vito d'Anna affrescò la cappella (tra il 1736 ed il 1744, periodo in cui il pittore soggiornò nella vicina Acireale) tuttavia ad un'attenta analisi dell'affresco si notano ai lati della Madonna due presenze, e non una (...donna supplicante...): si tratta infatti di S.Domenico e S.Caterina, figure che per tradizione vengono sempre poste, supplicanti, ai lati della Madonna del Rosario, come riporta correttamente il documento ottocentesco e come appare in altre opere simili.
Nell'antico affresco si notano chiaramente le mani di due figure: S.Domenico e S.Caterina
Pare che l'affresco sia andato distrutto durante le operazioni di ricollocamento, secondo le testimonianze della madre di Stefania di Luca, che ne portò a casa un frammento, oggi perduto.
Inizialmente si era creduto che l'opera del d'Anna fosse all'interno di un altro altarino, che ha per oggetto la Madonna del Rosario, posto sulla strada tra Altarello e S.Leonardello, sempre nel comune di Riposto, ancora oggi esistente. Ma l'eccessiva lontananza dal centro di Riposto e la qualità dell'affresco non certo compatibile con la bravura del discepolo di Vasta, hanno fatto scartare questa ipotesi.
Altro altarino posto sulla strada n.17, tra Altarello e San Leonardello
(1) Giornale Arcadico di Scienze Lettere e Arti, Tip. delle Belle Arti, Roma, Mag-Giu 1860, Tomo XXI, p.241
Davide Cristaldi
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cultura,
sicilia borbonica
martedì 19 maggio 2015
Riposto, storici a confronto per decidere sulla strada intitolata a Enrico Cialdini
RIPOSTO(CT) - Cambiare o continuare a mantenere la denominazione via Enrico Cialdini per una delle strade del centro storico ripostese? A questo quesito dovrà dare una risposta, il convegno di domani, alle 18, in Municipio, richiesto dalla Consulta culturale al sindaco Enzo Caragliano e all'assessore Gianfranco Pappalardo Fiumara per focalizzare meglio la figura del generale Cialdini. La tavola rotonda (moderata da Franco Buscemi) - con tema:"Enrico Cialdini e la Questione Meridionale" - avrà come relatori i docenti universitari Antonino Alibrandi eOrazio Licciardello, lo storico Tino La Vecchia, Fernando Riccardi, vice presidente dell'Istituto di ricerca storica Due Sicilie, mentre in collegamento Skype interverranno lo scrittore Pino Aprile e da Olbia il docenteDaniele Marano.
Dal 2010, si chiede, infatti, da più parti la cancellazione del nome dalla strada intitolata al generale sabaudo, che nel 1861 non esitò a mettere a ferro e fuoco interi paesi del Sud, passando per le armi uomini, donne e bambini.
Nel nome della lotta al brigantaggio, una forma di resistenza all'invasore piemontese, la repressione messa in atto da Cialdini - come scrive Vittorio Messori - registrò nel solo Napoletano 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati, 10.604 feriti, 7.112 prigionieri, 918 case bruciate, 6 paesi interamente arsi, 2.905 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 13.629 deportati, 1.428 Comuni posto in stato d'assedio.
Del cambio di denominazione della strada, già attuata in tanti Comuni, si è discusso più volte in Consiglio, senza però raggiungere una decisione. E dire che, negli anni, sono state centinaia le email inviate da tutta Italia agli amministratori sulla vexata questio.
Salvo Sessa
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giovedì 16 aprile 2015
Dibattito pubblico sulla rimozione di una via dedicata a Cialdini

RIPOSTO - L'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie ed il Comitato Storico Siciliano, aderenti alla Rete delle Associazioni delle Due Sicilie, hanno il piacere di invitare amici e simpatizzanti al convegno "Enrico Cialdini e la Questione Meridionale" organizzato dall'Assessore Prof. Gianfranco Pappalardo Fiumara e patrocinato dal Comune di Riposto, sabato 24 aprile 2015 alle ore 18, presso la Sala del Vascello del Comune di Riposto (CT).
Il dibattito, che sarà decisivo per mantenere o meno una via intitolata al generale piemontese a Riposto, vedrà tra i relatori il Dott. Fernando Riccardi, vicepresidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, il Prof. Antonino Alibrandi, il Prof. Tino La Vecchia, il Prof. Orazio Licciardello, ed in videoconferenza il Dott. Pino Aprile e il Prof. Daniele Marano. Porterà i suoi saluti il Sindaco Dott. Vincenzo Caragliano, l'Assessore alla Cultura il Prof. Gianfranco Pappalardo Fiumara. Modererà l'Avv. Franco Buscemi.
Sarà possibile assistere alla manifestazione in streaming sui internet dai seguenti siti, grazie al servizio dell'amministratore del Gruppo Facebook "Sei di Riposto se...":
https://www.ustream.tv/broadcaster/20397038
http://ustre.am/1nAcu
http://www.ustream.tv/channel/eventi-canale-uno
http://www.ustream.tv/embed/20397038?wmode=direct
www.prolocoriposto.com
http://ustre.am/1nAcu
http://www.ustream.tv/channel/eventi-canale-uno
http://www.ustream.tv/embed/20397038?wmode=direct
www.prolocoriposto.com
Davide Cristaldi
Fonte: Comitato Storico Siciliano
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venerdì 3 aprile 2015
Identificato un “telegrafo ad asta” borbonico nell’Isola di Marettimo
La “casetta” di Pizzo Lisciannaro nell’Isola di Marettimo. In lontananza, sul fondo, visibile il Castello di Punta Troia. Fonte: Archivio Associazione A.C.S.R.T. - Marettimo
MARETTIMO (TP) - Semaforo o Telegrafo? Nella dualità del suo nome va riscritta la storia di un vecchio edificio sito, a 515 metri di altezza, su un piccolo pianoro della montagna dell’Isola di Marettimo, poco al di sopra di Pizzo Lisciannaro.
“Fabbricato nel 1888, per incarico del Genio Militare di Palermo, dall’impresa palermitana Costruzioni Sciortino-Oliva [,] nel 1912, a causa dei cattivi risultati conseguiti per la fitta nebbia, l’Autorità Militare Marittima sgombrò e abolì da quella pittoresca vetta il “semaforo”, lasciando, da quell’epoca ad oggi, l’immobile completamente abbandonato, in balìa di se stesso e di tutte le intemperie…”. Così recita un passo del libretto di P. E. Duran “Una perla in fondo al mare, sintesi storica-politica-sociale dell’Isola di Marettimo”, edito a Genova nel 1928, attestando sul ruolo di semaforo la funzione svolta da quell’edificio. E così è stato creduto fino ad oggi.
Il recente rinvenimento di alcuni decreti, firmati durante il periodo borbonico (1734 – 1861) da Ferdinando I e Ferdinando II, associati ad altri documenti dell’Ottocento e a una testimonianza scritta di Padre Zinnanti Regio Cappellano della Real Chiesa di Marettimo fino al 1912, ha portato, però, alla identificazione di un “telegrafo ottico”, costruito sullo stesso sito poco dopo il 1816. È, pertanto, ragionevole pensare che la costruzione, di cui fa cenno Duran, si riferisca non a una nuova costruzione, ma alla ristrutturazione di una vecchia torre (o casolare) preesistente, parte integrante di un vecchio telegrafo.
Cerchiamo di completare l’asserto con qualche cenno storico, premettendo nello stesso tempo una distinzione chiarificatrice tra i termini “semaforo” e “telegrafo”:
* semaforo è un posto di vedetta e segnalazione, per lo più in prossimità del mare, non organizzato in rete, predisposto a trasmettere segnali codificati;
* telegrafo è una stazione abilitata a trasmettere e ricevere con stazioni multiple successive, quindi organizzate in rete, non solo segnali codificati, ma anche segnali corrispondenti, in un conveniente codice, alle lettere dell’alfabeto, alle cifre e ai segni di interpunzi
A partire già dai primi anni dell’insediamento dei Borbone nel Mezzogiorno d’Italia, le aree costiere siciliane furono interessate da una rete di “stazioni di osservazione”, dislocate a breve distanza tra loro, con il preciso intento di avvistare e comunicare le frequenti e rapide incursioni della marina piratesca, che aveva le sue basi nelle vicine coste della Tunisia e dell’Algeria. Questi “semafori” erano in grado di trasmettere e ricevere solo segnali convenzionali, del tipo “nave nemica”, “incendio a bordo” e così
via. Verso la fine dello stesso secolo, il Settecento, a seguito dell’invenzione da parte del francese Claude Chappe del “telegrafo ottico”, i semafori furono convertiti in telegrafi ottici, abili a trasmettere non solo segnali convenzionali come quelli dei semafori, ma anche segnali rappresentativi di lettere numeri e segni, generando di fatto una rete di trasmissione e ricezione a distanza di testi, definita pertanto “telegrafica”, in accordo con il neologismo “telegrafia”, coniato dallo stesso Chappe.
Il telegrafo ottico di Chappe essenzialmente consisteva in un apparato costituito da due braccia mobili, incernierate alle estrenità di una traversa, a sua volta collegata centralmente all’estremità superiore di un’alta torre. Con opportuni rinvii meccanici, su comando manuale dal basso, i tre bracci potevano assumere posizioni angolari diverse, per un totale di “n” combinazioni, a cui si facevano corrispondere messaggi convenzionali, lettere dell’alfabeto, numeri e segni. Le braccia erano nere per assicurare un alto contrasto con lo sfondo del cielo. Al sistema veniva associato un telescopio, che allineato su un altro semaforo, identificava il segnale trasmesso. La novità dell’invenzione di Chappe non risiedeva tanto nella tecnica del “telegrafo” e nel suo impiego, quanto nel codice elaborato dallo stesso Chappe. Questo codice consisteva in un vocabolario di ben 92 pagine, ciascuna delle quali contenente 92 termini. Il protocollo di trasmissione prevedeva un primo segnale emesso, indicante la pagina di riferimento del vocabolario, e un secondo, legato al numero identificativo della
parola usata nel dispaccio e contrassegnata nella pagina stessa. In questo modo con una associazione di soli due segni si ottenevano 92 x 92 (8464) combinazioni, corrispondenti ad altrettanti messaggi a senso compiuto. Il messaggio poteva essere trasmesso solo di giorno e in condizione climatiche favorevoli.
Il sistema fu considerato subito molto innovativo dalla Francia di fine settecento e, anche se costoso e un po’ artificioso, divenne essenziale per il paese. Napoleone ne fu entusiasta e diffuse il telegrafo Chappe non solo su tutto il territorio francese, ma anche su quelli europei in cui esercitava la sua influenza. Anche l’Italia ebbe la sua rete di telegrafi ottici. Il modello Chappe fu applicato in Piemonte, Lombardia e altre regioni del Nord Italia, mentre nel Mezzogiorno, sotto il controllo dei Borbone, si diffuse il telegrafo ottico di Depillon, un modellopiù semplice e più pratico di quello di Chappe. Tale sistema, che funzionava con la movimentazione di tre braccia (o aste), venne installato a partire dal 1812 in dipendenza dal “Corpo Telegrafico Militare” della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Parimenti al modello di Chappe le tre ali segnalatrici venivano azionate manualmente da un “segnalatore”, posto alla base del palo telegrafico, ruotando dei volanti: la posizione assunta da ogni braccio corrispondeva ad un numero e l’associazione dei tre numeri dava come risultato una cifra che rinviava, nel “vocabolario telegrafico”, a una frase ben precisa, a lettere o a segni. Il segnalatore della postazione traguardata, dotato di un telescopio, trasmetteva a sua volta il messaggio a un altro telegrafo. Si potevano trasmettere fino a 342 diversi messaggi: il numero “143”, ad esempio, indicava letteralmente “Le vele scoperte sono da guerra”, ovvero che le navi avvistate al largo non erano mercantili ma militari.
Il telegrafo ottico a Marettimo venne costruito su decreto del Re Ferdinando I di Borbone (già Ferdinando IV), emesso il 14 settembre 1816; e comparve, nel 1818, tra “i posti telegrafici esistenti in Sicilia” - insieme a quello di S. Caterina a Favignana - elencati in una pubblicazione delle Ordinanze Generali della Real Marina del Regno delle Due Sicile. Questi documenti, però, non forniscono alcuna indicazione sulla località in cui il telegrafo venne realizzato. L’indicazione ci perviene, invece, dal Portolano dei Mari Mediterraneo e Adriatico, compilato dal Cav. Luigi Lamberti nel 1871, che, alla voce “Isola di Marettimo”, riportando l’espressione “… a levante del telegrafo che si vede in mezzo all’isola …” non lascia dubbi sulla identificazione dell’odierno edificio con quello descritto dal compilatore.
Nella Guida Statistica su la Sicilia e sue isole adjacenti, redatta dall’idrografo Francesco Arancio nel 1844, Marettimo non compare più come sito di una stazione telegrafica; il dato è confermato da una “Mappa delle linee telegrafiche del Regno delle Due Sicilie”, risalente al 1860, e ritrovata recentemente a Messina. Probabilmente la decisione fu presa per le difficoltà di collegamento e di approvvigionamento dell’Isola nei mesi invernali.
Dopo l’Unità d’Italia, verso il 1870, per il sopraggiungere della “telegrafia elettrica” via filo, nella riorganizzazione generale del sistema delle comunicazioni, i telegrafi ottici furono sostituiti con sistemi elettrici e molti di quelli dislocati lungo le coste e le isole disagiate furono trasformati in semplici semafori, predisposti per la sorveglianza del mare e per la diffusione delle condizioni meteo alla navigazione, associandosi alle funzioni svolte dai fari.
Stralcio della mappa
delle linee telegrafiche
del Regno delle Due Sicilie,
risalente al 1860, rinvenuta a Messina.
Fonte: Archivio Davide Cristaldi
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I castelli di Punta Troia e di S. Caterina, parzialmente distrutti dopo l’invasione dei rivoltosi del 1860, cessarono la loro funzione di carceri. Santa Caterina continuò a svolgere la funzione di telegrafo all’interno della rete telegrafica di pertinenza del distretto compartimentale della Sicilia occidentale, mentre il castello Punta Troia fu destinato all’abbandono. In seguito, come testimonia Padre Zinnanti (vedi: Sacerdote Mario Zinnanti Cenni storici delle Isole Egadi Tip. G.Genovese, Monte S.Giuliano, 1912, pag. 18), vi fu impiantata “una stazione semaforica di vedetta con comunicazione telefonica col semaforo di Monte Lisandro [Pizzo Lisciannaro], in cui un tempo esisteva il telegrafo ad asta comunicantesi con quello di Santa Caterina in Favignana”
Da quest’ultima testimonianza emergono tre dati significativi:
il primo riferito alla preesistenza di un semaforo situato a Monte Lisandro alla data di pubblicazione del libretto;
il secondo legato alla realizzazione di un semaforo all’interno del Castello di Punta Troia e di un collegamento telefonico tra detto semaforo e Monte Lisandro, la cui data non è espressa, ma è presumibile che ricada sotto il terzo governo Giolitti (1906-1909), come lo stesso Zinnanti fa intuire con la sua puntualizzazione “… sotto il nostro Governo …” quando vuole caratterizzare temporalmente quell’evento; (la decisione di realizzare un’altra vedetta a Punta Troia verosimilmente si legava alla necessità di controllare una più vasta area marina, allora battuta dalla marineria turco-ottomana; infatti le mire espansionistiche giolittiane verso il Nord Africa suggerivano quei preparativi strategici che già preludevano alla guerra di Libia, regione allora controllata dall’impero ottomano);
il terzo correlato alla pregressa attività, nel pianoro di Monte Lisandro, di un “telegrafo ad asta”, nome comunemente dato, allora, al telegrafo ottico modello Depillon.
Pertanto, l’esistenza del telegrafo ottico a Marettimo, accertata attraverso i decreti di Ferdinando I e Ferdinando II , il Portolano di Luigi Lamberti e la testimonianza scritta di Padre Zinnanti conducono alla inequivocabile identificazione di un “telegrafo ad asta” nel pianoro sovrastante il Pizzo Lisciannaro dell’isola di Marettimo, ancora prima del 1888, che l’unica informazione conosciuta oggi, quella del Duran, considera come anno di prima realizzazione del vecchio fabbricato.
Degli oltre cento telegrafi ottici, modello Depillon, sparsi lungo tutta la costa siciliana per opera dei Borbone, oggi sono rimaste pochissime tracce. Si annoverano solo quelli di Riposto (CT), di Porto Empedocle (AG), di Noto (SR). Il decadimento, la trasformazione, l’oblio hanno cancellato la conoscenza di quell’evento tecnologico originario che segnò l’inizio della moderna era delle telecomunicazioni. Per quasi tremila anni la velocità massima di trasmissione di un messaggio era rimasta ferma a quella del cavallo. Con la discontinuità tecnologica di Chappe, nel giro di pochi decenni, quella velocità avrebbe raggiunto il suo valore massimo, quello della luce.
Vogliamo ora dare un nome al nostro sito? Sia ‘u Telegrafo! Nel rispetto della priorità del tempo e del valore della scienza.
Emilio Milana
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sabato 14 marzo 2015
Si dice 'arancino' o 'arancina'? Un dizionario di epoca borbonica risolve la vecchia diatriba tra catanesi e palermitani
CATANIA - Si dice ARANCINO O ARANCINA? Da almeno un secolo ormai questa diatriba affligge gli abitanti della costa est ed ovest della Sicilia.
A Palermo sembrano non avere dubbi, si dice "Arancina". No si dice "Arancino" ribattono i catanesi. Dopo tanti anni di lotte a colpi di etimologia, la storia sembra dare ragione ai catanesi: anche a Palermo infatti, durante il Regno delle Due Sicilie, si diceva "arancino".
E' probabile che nella Sicilia occidentale il termine si stato storpiato nel corso degli anni, cosa che non sarebbe avvenuta nel catanese.
Così risulta infatti dal rinvenimento di un dizionario siciliano del 1857 stampato a Palermo:
Davide Cristaldi
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mercoledì 11 marzo 2015
154° ANNIVERSARIO DELL'EROICA DIFESA DELLA REAL CITTADELLA DI MESSINA
MESSINA - Dai Borbone ai barboni, dall’Ordine al caos, dall’Architettura alla spazzatura, questi alcuni dei titoli che potrebbero raccontare la situazione di degrado del sito urbano divenuto simbolo del declino di una città, di una regione, di una nazione. Da oltre 150 anni si perpetua il crimine contro la bellezza dei luoghi, contro un monumento insigne (vincolato per legge!), contro la serenità con cui un popolo deve guardare alla storia, al proprio passato.
Dal secondo dopoguerra la Zona Falcata, ed in particolare il perimetro della Real Cittadella è divenuto il ricettacolo di ogni possibile vergogna, trasformato dal Comune di Messina, prima in deposito dei rifiuti solidi urbani e quindi, negli anni settanta, in sede dell’inceneritore, la cui carcassa rimane ancora oggi incombente, a ricordo dell’insipienza amministrativa della nostra classe dirigente.
Falsando spudoratamente la storia, si continua a mantenere nel più squallido ed evidente degrado un monumento ed un luogo emblematico di eterni valori quali Onestà, Dignità, Fedeltà e Onore, valori che per secoli hanno vivificato la Cultura Occidentale.
Malgrado il lungo assedio, noi continuiamo a resistere e come ogni anno portiamo fiori ed alloro in quella che è un’immane pattumiera nel cuore della città, certi di trasformare un giorno queste imponenti mura in un monumento alla Bellezza e non al degrado, alla Cultura e non alla barbarie, così come seppero fare i valorosi soldati duosiciliani a Gaeta, a Messina e a Civitella del Tronto nel 1861.
Ritorna anche quest'anno lo storico appuntamento con l'importante fortezza messinese.
Il programma prevede:
Sabato 14 Marzo
- Ore 11.30 Visita al modellino della Real Cittadella presso l’Istituto “Verona - Trento” (Via U. Bassi, 73).
- Ore 17.00 Omaggio floreale alla statua di Ferdinando II di Borbone, capolavoro di Pietro Tenerani.
- Ore 17.30 Visita alla Chiesa Gerosolimitana di San Giovanni di Malta, già Cappella Palatina della Real Casa Borbone (Via San Giovanni di Malta, 2), a seguire interventi programmati.
Domenica 15 Marzo
- Ore 10.00 S. Messa in suffragio dei caduti presso la Chiesa di San Giuseppe al Palazzo (Via C. Battisti, 109).
- Ore 11.30 Commemorazione e deposizione corone, Bastione S. Stefano della Real Cittadella.
Per chi volesse prenotare la cena del sabato ed il pranzo di domenica o per eventuali altre informazioni ci può contattare allo 3404630651.
Marco Grassi
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venerdì 13 febbraio 2015
Ritratto a tre colori di Ruggiero Settimo
Ruggiero Settimo in "divisa d'ordinanza tricolorata"
CATANIA - A volte capita nella vita di fare di quelle scoperte che rendono improvvisamente carta straccia decine di libri agiografici e convizioni ideologiche che rasentano il fanatismo. E' il caso di uno dei personaggi che spiccano dall'archivio storico dei Grandi del Risorgimento Italiano, sezione "Separatismo Siciliano", il siciliano Ruggiero Settimo dei Principi di Fitalia, personaggio centrale ed eroe dell'Unità d'Italia, almeno così si riterrebbe a giudicare dalle vie, piazze e vicoli a lui dedicati in tutta Italia e non solo in Sicilia.
Se l'intitolazione di qualche strada ad un personaggio della levatura del Settimo non bastò a farne di lui un pilastro del Risorgimento, di certo aiutò molto la carica ricevuta di presidente del Senato del Regno d'Italia[1] che pur volendo non potè esercitare perchè avanti nell'età e per questioni di salute, come lui stesso ammise[2]. Ma se nemmeno questo era bastato a rendere la figura del Settimo "tra le più pure e più accette glorie del risorgimento italiano" [3] ci sarebbero nel suo ricco curriculum i titoli di "Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata" e "Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro" [4] massime onoreficenze di Casa Savoja che il re di Torino concesse al Settimo nel 1860, ma fino ad allora riservate solo a Re, principi ed Imperatori.
Non si renderebbe giustizia a tale campione dell'Italianità se ci dimenticassimo di menzionare anche la lettera di lodi che il Ruggero Settimo scrisse a Garibaldi. (rimetto qui il link per comodità)
Ma se tutto ciò non dovesse ancora essere sufficiente per far si che il vecchio Principe di Fitalia, fosse considerato un perfetto patriota garibaldino e fervido sostenitore della tricolorata bandiera, ecco la prova finale che toglie ogni dubbio su quella persona che fino a qualche anno prima, era, e si considerava un "patriota siciliano" e che dimostrano quanta acqua fosse passata sotto i ponti da quando fu nominato Presidente del Consiglio Rivoluzionario del Parlamento Siciliano durante i famosi fatti del '48-49.
Il dipinto in alto rappresenta un ritratto del Settimo con nastro tricolore al petto, opera del pittore ottocentesco Giuseppe Mazzone di Vittoria (RAGUSA), personaggio di nota fede garibaldina...
Davide Cristaldi
Fonte: Comitato Storico Siciliano
[3] Discorso d'insediamento del Presidente Settimo Ruggero 1a Sessione (18 febbraio 1861-21 maggio 1863)
[4] "Pei solenni funerali di S.E. Ruggiero Settimo celebrati a 1° giugno 1863 in Modica nella insigne chiesa nazionale del Cuor di Gesù. Elogio funebre scritto e recitato dal cav. Giuseppe Rubbino, Modica, Ed. La Porta, 1863, pp. 6"
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giovedì 17 luglio 2014
Visita guidata al Real Collegio Borbonico di Bronte e del dipinto di Ferdinando II

CATANIA - Il Comitato Storico Siciliano, l'Associazione Culturale "Bronte Insieme", il gruppo facebook "Sicilia Borbonica", l'Associazione "Officina 667", l'Associazione "Parlamento delle Due Sicilie" e la Rete delle Associazioni delle Due Sicilie sono lieti di invitare i propri amici alla visita guidata che si terrà a Bronte il 9 di agosto alle ore 11 del mattino presso il "Real Collegio Borbonico di Bronte" (oggi Collegio Capizzi) ed al rarissimo dipinto di S.A.R Ferdinando II di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie in uniforme di colonnello del 1° Regg.to di Linea "Re".
Come altre iniziative similari, anche quella di Bronte si svolgerà all'insegna della riscoperta delle proprie tradizioni culturali e del ricco patrimonio storico che il periodo borbonico e del Regno delle Due Sicilie ha lasciato alla Sicilia, in particolare alla zona etnea, che ebbe un periodo di forte sviluppo economico e sociale durante quell'epoca d'oro.
Accompagnatore e cicerone sarà il Prof. Franco Cimbali dell'Ass. Bronte Insieme
Si raccomanda la puntualità.
Davide Cristaldi
Comitato Storico Siciliano
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sabato 22 marzo 2014
Convegno sul tema "Aggiustare l'Italia. Le verità taciute ieri ed oggi sul Sud".
Il Sud fu invaso senza dichiarazione di guerra, saccheggiato, privato delle più elementari libertà:
arresti, deportazioni, fucilazioni di massa, rappresaglie con interi paesi rasi al suolo, stupri. Una guerra civile durata molti anni e nascosta fra le pagine della storia come una questione di ordine pubblico: Brigantaggio. Poi fu l’emigrazione, fenomeno prima sconosciuto a Sud. Fuggirono in venti milioni in un secolo.
Solo la verità condivisa su come venne unita l’Italia (accadde altrettanto, negli stessi anni, in altri Paesi) può rimettere insieme i cocci nazionali, persino insozzati dal razzismo della Lega Nord. Prima accetteremo le cose come furono e come ancora sono, prima ci accetteremo come siamo. E potremo ripartire, insieme; aggiustare il Paese.
PROGRAMMA
29 MARZO
ore 18,30 - 20,30
Saluti
Dott. Al fio Vincenzo Russo
Sindaco di Za fferana Etnea
Antonino Leone
Presidente Kiwanis Club Za fferana Etnea
Relatori
Prof. Gennaro De Crescenzo
L’industria nel Regno delle due Sicilie
(perché il Sud aveva più addetti che il resto d’Italia)
Marco Esposito - Giornalista
Come il Sud viene lasciato indietro a norma di legge
30 MARZO
ore 9,00 - 11,00
Relatori
Prof. Giuseppe Fioravanti
Alfabetizzazione ed educazione femminile
sotto i Borbone
Dora Liguori - Scrittrice
Quell’amara Unità d’Italia
ore 18,30 - 20,30
Relatori
Lorenzo Del Boca – Giornalista
150 anni di bugie, a partire dal Risorgimento
Lino Patruno - Giornalista
Ricomincio da Sud: dalla verità all’azione
PROGRAMMA
29 MARZO
ore 18,30 - 20,30
Saluti
Dott. Al fio Vincenzo Russo
Sindaco di Za fferana Etnea
Antonino Leone
Presidente Kiwanis Club Za fferana Etnea
Relatori
Prof. Gennaro De Crescenzo
L’industria nel Regno delle due Sicilie
(perché il Sud aveva più addetti che il resto d’Italia)
Marco Esposito - Giornalista
Come il Sud viene lasciato indietro a norma di legge
30 MARZO
ore 9,00 - 11,00
Relatori
Prof. Giuseppe Fioravanti
Alfabetizzazione ed educazione femminile
sotto i Borbone
Dora Liguori - Scrittrice
Quell’amara Unità d’Italia
ore 18,30 - 20,30
Relatori
Lorenzo Del Boca – Giornalista
150 anni di bugie, a partire dal Risorgimento
Lino Patruno - Giornalista
Ricomincio da Sud: dalla verità all’azione
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153° Anniversario della eroica difesa della Real Cittadella di Messina
MESSINA - Ogni anno suscita sempre più consensi ed interesse la manifestazione che ricorda l'eroismo di quei dimenticati soldati duosiciliani che, negli spalti della Real Cittadella di Messina, difesero per nove lunghi mesi l'onore di un regno e di una popolo, che verrà successivamente ampiamente denigrato e vilipeso. Un evento che ogni anno "accende i riflettori" sulle vergognose condizioni in cui versa la Real Cittadella, un monumento che andrebbe valorizzato e tutelato ed invece ancora oggi discarica a cielo aperto dell'intera Città. Una manifestazione nata quasi vent'anni fa da un gruppo di messinesi orgogliosi del proprio passato ma che ormai da diversi anni vede la partecipazione numerosa da tutto il Meridione e non solo. Un evento organizzato in sinergia da ben sedici movimenti ed associazioni che ogni anno fanno fronte comune per denunciare lo stato di vergognoso degrado in cui versa la nostra Real Cittadella.
Quindi, l'Associazione Amici del Museo di Messina, l'Istituto Italiano dei Castelli - Delegazione di Messina, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - Delegazione di Sicilia, il Touring Club Italiano - Sede di Messina, ZDA - Zona Falcata, l'Editoriale il Giglio di Napoli, l'Associazione Nazionale Ex Allievi Nunziatella, l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie di Napoli, l'Associazione Culturale Neoborbonica - Delegazione di Messina, l'Associazione Culturale "Cap. G. De Mollot" di Capua, il Parlamento delle Due Sicilie - Parlamento del Sud, le Associazioni delle Due Sicilie, l'Associazione Culturale Neoborbonici Attivisti e i Comitati delle Due Sicilie invitano la cittadinanza tutta a partecipare al variegato programma che vedrà:
Sabato 15 Marzo alle ore 16.30 l'omaggio floreale al monumento di Ferdinando II di Borbone delle Due Sicilie;
- alle ore 17.30 nel Salone delle Bandiere di Palazzo Zanca, tavola rotonda su: "La Real Cittadella di Messina: passato e prospettive di recupero e valorizzazione".
Domenica 16 Marzo alle ore 9.30 presso la Chiesa di Santa Caterina V. e M., Santa Messa in suffragio dei Caduti, presieduta da Mons. Mario Di Pietro,
- alle ore 11.00 presso il Bastione S. Stefano della Real Cittadella, commemorazione e deposizione corone.
Dott. Franz Riccobono
ASSOCIAZIONE AMICI DEL MUSEO DI MESSINA
Via Ghibellina n. 39 - 98121, Messina
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lunedì 16 settembre 2013
"Conversando con Beneventano del Bosco", convegno sul generale borbonico a Milazzo.
MILAZZO - Il 19 ottobre 2013 alle ore 17.30 presso il Duomo Antico del Castello, si svolgerà il convegno sulla figura storica del Generale palermitano Ferdinando Beneventano del Bosco, ideato e presentato dal Cav. Prof. Salvatore Italiano del Sacro Militare Ordine Costantiniano con il Patrocinio del Comune di Milazzo e la partecipazione dell’Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella.
Introdurrà i lavori il sindaco di Milazzo Avv. Carmelo Pino, interverranno i relatori: Dott.Umberto Corapi, il Cav. Dott. Pietro Beneventano del Bosco, Barone di Monte Climiti (discendente del generale), il Prof. Giuseppe scianò, il Cav. gr. Cr. nob. Dott. Antonio di Janni.
Un’occasione unica per osservare la Storia senza le distorsioni e le mistificazioni dell’epopea garibaldina, per apprendere da interessanti documenti inediti come andarono realmente le cose nel 1860.
In data da definirsi sarà intitolata una via all'ufficiale borbonico.
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martedì 16 luglio 2013
I° Festa della Fedeltà Legittimista Etnea - Catania 27 luglio 2013
Dopo il 1° Tour Borbonico di Catania che si è tenuto nell'estate del 2011, la città etnea torna protagonista per una nuova iniziativa di stampo duosiciliano, il 27 luglio 2013 infatti gli appassionati di storia borbonica e del Regno delle Due Sicilie, si ritroveranno nuovamente alle pendici dell'Etna.
Questa volta, organizzatore della manifestazione, è l'Associazione "Officina667" di Placido Altimari, a cui hanno aderito immediatamente l'associazione culturale "Comitato Storico Siciliano", la "Rete delle Associazioni delle Due Sicilie" ed il Gruppo Facebook "Sicilia Borbonica", che da anni raduna sui social network estimatori ed appassionati del periodo borbonico siciliano.
Di seguito il programma della giornata a cui sono invitati amici e simpatizzanti da dentro e fuori Sicilia:
PIZZA FERDINANDEA
AL FORTE FERDINANDEO
Catania
27 luglio 2013
I° Festa della Fedeltà Legittimista Etnea
PROGRAMMA
- ORE 17:30 - Raduno sutta a "Funtana o' Linzolu" (PIAZZA DUOMO) ;
- Omaggio agli nostri eroi della libertà siciliana: federico III e sant'agata;
- Catania terremotata: passeggiata fra le magnificenze della memoria e della rinascita;
- Pizza sotto le mura del Castello Ursino (Già Forte Ferdinandeo) sede del parlamento del regno nel XIV secolo.
E' gradita conferma della partecipazione a Placido Altimari che può essere inoltrata tramite l'evento Facebook che è stato creato per l'occasione.
E' gradita conferma della partecipazione a Placido Altimari che può essere inoltrata tramite l'evento Facebook che è stato creato per l'occasione.
Vi aspettiamo numerosi!
Davide Cristaldi
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sabato 2 marzo 2013
152° Anniversario dell'eroica difesa della Real Cittadella di Messina
MESSINA - L'assedio alla Real Cittadella, una pagina gloriosa del nostro passato volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale, verrà ricordata nelle giornate del'9 e 10 marzo presso il capoluogo Peloritano.
La rete delle Associazioni delle Due Sicilie sarà per la prima volta tra gli sponsor dell'evento borbonico più importante della Sicilia, che si tiene ormai da diversi lustri.
Il programma prevede nella giornata del 9 marzo l'omaggio floreale alla statua di Ferdinando II ed una conferenza che avrà come titolo "La Real Cittadella di Messina: passato e prospettive di recupero e valorizzazione"
Il 10 marzo saranno ricordati i caduti con una Messa presso la Chiesa di S.Caterina V. e M. La giornata si concluderà con la visita alla Real Cittadella dove, presso il Bastione S.Stefano, si svolgerà la commemorazione e la deposizione delle corone di fiori.
Sarà presente per l'occasione l'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, nelle persone del presidente Cav. Giovanni Salemi, il giornalista Roberto della Rocca, Giancarlo Rinaldi e lo scrittore Fernando Riccardi.
Davide Cristaldi
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Dal Separatismo Siciliano al Parlamento Italiano: la politica come opportunismo per arrivare al potere
Francesco Crispi al parlamento italiano
CATANIA - Le rivolte avvenute in Sicilia negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia ebbero una matrice borbonico-clericale e repubblicana, ma non separatista, avendo quest’ultima parte trovato appagamento politico nella compiuta Unità, come si legge nelle varie ricostruzioni dell’epoca.
Tra i fautori della rivolta di Castellammare del 1862, cito come esempio Francesco Mistretta Domina, già direttore dei dipartimenti di Grazia e Giustizia, Luogotenenza di Sicilia, morto ad Alcamo nel dicembre del 1862.
Tra i fautori della rivolta di Castellammare del 1862, cito come esempio Francesco Mistretta Domina, già direttore dei dipartimenti di Grazia e Giustizia, Luogotenenza di Sicilia, morto ad Alcamo nel dicembre del 1862.
Ancora nella rivolta del 1866 era convinzione comune tra il popolo, che presto sarebbe tornata la dinastia borbonica, tant’è che a Palermo si era sparsa la voce dell’imminente sbarco della flotta regia capeggiata dal colonnello dell’esercito borbonico Ferdinando Beneventano del Bosco palermitano (divenuto famoso per le sue gesta eroica contro i garibaldini)
“Intanto in città tutti sanno che è giunta una flotta e quantunque moltissimi possano vederla e riconoscerla, pure si sparge la voce che è la flotta inglese con a bordo un principe di casa Borbone.Altri dicono che è precisamente il principe Carlo residente a Londra ed ha con se truppe spagnuole comandate dal Generale Bosco” (V. Maggiorani, Il sollevamento della plebe di Palermo)
Nelle ricostruzioni agiografiche risorgimentali riguardanti la Sicilia, le viene spesso affidato un ruolo di secondo piano, se non addirittura messa in disparte, mentre in realtà è stata la grande protagonista e vera ispiratrice delle rivolte ottocentesche in Sicilia, sto parlando della classe baronale siciliana.
Accusata dal regio governo borbonico di esercitare privilegi principeschi di cui si riteneva indebitamente depositaria, di vessare e sfruttare i lavoratori della terra, il comportamento della Casta Baronale siciliana, fu involontariamente tra le cause per la quale la Sicilia, regione da sempre a forte vocazione agricola, nel 1861 aveva il record italiano del numero di occupati nell’industria in proporzione ai contadini (Francesco Saverio Nitti).
La reazione baronale, sfociò come è noto delle rivolte del 1848 e del 1860, servendosi peraltro degli stessi protagonisti politici che, come verrà dimostrato più avanti, furono presenti e fondamentali nel processo di integrazione della Sicilia nella realtà italiana.
Farà comodo conoscere, per capire meglio le dinamiche che si svolsero in quegli anni, la lettera di lodi che Ruggero Settimo, noto traditore (era un ex ammiraglio dell’esercito borbonico) e protagonista dei moti del 1848, scrisse a Giuseppe Garibaldi:
“Illustrissimo Signore!
In questo giorno solenne, in cui la Sicilia è chiamata a compiere la costituzione dell’Italia, mi duole di non poter anch’io personalmente deporre nell’urna il voto per l’annessione al regno costituzionale del re Vittorio Emanuele e i suoi discendenti.
Ma non saprei neanco asternermi dallo esprimere il mio assentimento a questo stupendo fatto, che, formando l’Italia forte, indipendente e libera, assicura nel tempo istesso, la libertà e la prosperità dell’isola nostra.
Ora che i tempi sono maturi perchè la famiglia italiana riunisca in uno i suoi membri e tutte le sue forze, consumate soltanto in lotte fratricide, sarebbe strano il persistere in aspirazioni ed idee convenienti ad altre circostanze e a tempi andati.
Nelle molte vicissitudini della mia lunga vita ho la coscienza di aver voluto agire senza alcun personale riguardo, e soltanto per il bene della mia patria.
Colla stessa coscienza presento a lei questo mio voto, che spero sia conforme a quello di cotesti miei cittadini e di tutta la Sicilia.
In questo giorno solenne, in cui la Sicilia è chiamata a compiere la costituzione dell’Italia, mi duole di non poter anch’io personalmente deporre nell’urna il voto per l’annessione al regno costituzionale del re Vittorio Emanuele e i suoi discendenti.
Ma non saprei neanco asternermi dallo esprimere il mio assentimento a questo stupendo fatto, che, formando l’Italia forte, indipendente e libera, assicura nel tempo istesso, la libertà e la prosperità dell’isola nostra.
Ora che i tempi sono maturi perchè la famiglia italiana riunisca in uno i suoi membri e tutte le sue forze, consumate soltanto in lotte fratricide, sarebbe strano il persistere in aspirazioni ed idee convenienti ad altre circostanze e a tempi andati.
Nelle molte vicissitudini della mia lunga vita ho la coscienza di aver voluto agire senza alcun personale riguardo, e soltanto per il bene della mia patria.
Colla stessa coscienza presento a lei questo mio voto, che spero sia conforme a quello di cotesti miei cittadini e di tutta la Sicilia.
Passo a rassegnarmi.
Malta, 21 ottobre 1860
Malta, 21 ottobre 1860
Devotis. ed obb. servo
RUGGIERO SETTIMO”
RUGGIERO SETTIMO”
Per suffragare la tesi che i protagonisti del separatismo del ’48 e del’60 fecero carriera politica nel neonato stato italiano abbracciandone l’ideale, cito una frase di Giovanni Gentile:
“Rarissini erano quelli che, come Lionardo Vigo, mantennero ferma, pur dopo il ’48 ed il ’60 la loro stretta fede autonomista ed ancora nessuno mormorò e brontolò contro il fatto compiuto come il Vigo, che è uno di certo dei rappresentanti più caratteristici della cultura siciliana di quel periodo”.
Ristretti erano d’altronde i margini di manovra della piccola elite di ideologi siciliani, realmente e totalmente aderenti ad una “Sicilia indipendente” di cui faceva parte a pieno titolo il Lionardo Vigo.
Anticlericale incallito (“nella nostra società la barbarie sono i Preti”) dopo l’Unità d’Italia scrive a Francesco Crispi:
“Non basta alla povera Sicilia avere imposta 40 anni la legge napolitana, buona o trista; deve ora sentire la voce di un altro padrone tricolorato, deve sentire ora una voce più lontana?”
Ma il politico di Ribera, è l’interlocutore sbagliato: noto traditore, ex rivoluzionario garibaldino di fede mazziniana divenuto presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Francesco Crispi si rese famoso per aver represso nel sangue il movimento dei Fasci Siciliani.
Nel Parlamento Italiano, gli unici che mantennero nei loro ideali il lume dell’Autonomia furono i cattolici Emerico Amari ed il barone D’Ondes Reggio, anch’essi protagonisti nei moti del ’48 e del ’60. Peraltro costoro non facevano parte di una “corrente regionista” esclusivamente sicula (di cui oggi alcuni storici suppongono, esagerandola, l’esistenza) ma federalista in generale.
I due politici, tra la folta pattuglia dei deputati siciliani, rappresentavano un’ assoluta minoranza, per dirla breve erano solo in due (D’Ondes Reggio si ritirò dalla politica a seguito dell’invasione dello Stato Romano, mentre l’Amari rimase deputato appena un anno) a tenere alto il vessillo del Regionismo.
D’altronde la prova che il movimento regionista non fu mai ne trasversale ne strutturalmente organizzato è che, pur essendo tantissimi i separatisti sessantunini e quarantottini siciliani andati al governo, la Sicilia dopo l’unità d’Italia perse anche quelle prerogative autonomistiche, che invece i Borbone avevano sempre preservato.
Di più, gli stessi separatisti divenuti unionisti spensero ogni residuo focolaio autonomista, come fece appunto il Crispi.
“…Le realistiche prese di coscienza di alcuni liberali, citiamo tra tutti Michele Amari, che con il loro progrediente unitarismo misero in minoranza gli irriducibili federalisti come Emerico Amari” (G. Bentivegna, Filosofia civile e diritto comparato in Emerico Amari)
D’altronde già nel 1848, lo stesso Leonardo Vigo deputato nel parlamento rivoluzionario di Palermo, ebbe di che lamentarsi nei confronti dei colleghi parlamentari:
“La maggioranza a modo di gregge seguiva gli italici demagoghi o sogni d’inferno della combinazione della Sicilia con l’Italia, elevando Roma a capitale. Occorreva trarre la Sicilia dalla servitù di Napoli, ma senza farla serva di Roma o Torino. A quei Donchisciotti politici, a quei maniaci demagoghi italici che lavorano per l’annessione avrebbero preparato il ritorno di Ferdinando”
Così,nella seduta del 26 luglio, quando il Vigò sentì dire che la Sicilia avrebbe dovuto adottare la lira, balzò in piedi furente (siamo sempre nel 1848) urlando:
“Se la Lombardia e la Venezia adottarono la moneta piemontese ne ebbero ben ragione, perchè formeranno in avvenire un sol regno; ma non può altrettando dirsi per la Sicilia, la quale dovrà avere la moneta propria”
(C. Cosentino, Lionardo Vigo Acireale, la Sicilia)
(C. Cosentino, Lionardo Vigo Acireale, la Sicilia)
Davide Cristaldi
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